IL FUOCO NECESSARIO
"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso" (Lc 12,49)

ott
21

Un professore di filosofia della Loyola University di Los Angeles, Christopher Kaczor, è autore del nuovo libro:”Etica dell’aborto: Diritti delle Donne, Vita Umana e il Problema della Giustizia.” Quel che segue è un’intervista  a cura di K. Lopez.

(prima parte, traduzione di Paolo Gasparini)

Lei ha scritto che l’Etica dell’aborto: Diritti delle Donne, Vita Umana e il Problema della Giustizia “offre giustificazioni razionali alla prospettiva di considerare immorali tutti gli aborti volontari, oltre al fatto che non è possibile costringere medici e infermieri obiettori ad agire contro coscienza.” Lei è un uomo, che diritto pensa di avere nel dire questo? Perchè poi costoro non dovrebbero essere spinti ad agire contro coscienza? L’aborto, come sa, è legale negli USA. Medici e infermieri non hanno forse l’obbligo morale di rendere accessibile l’aborto?

Ha messo sul piatto tre problemi distinti e fondamentali, il primo dei quali riguarda il diritto di parlare dell’aborto. Dal punto di vista legale, ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee, comprese quelle riguardanti l’aborto. Dal punto di vista morale, ogni persona di buona volontà ha non solo il diritto ma il dovere di parlare in difesa dei più deboli e a favore di un giusto ordine sociale. La questione “se un uomo può avere a che fare con questo tema dell’aborto” sembra che dia per scontato che l’aborto abbia a che vedere solo e soltanto con la donna, il che è tutto da dimostrare. La maggior parte dei non obiettori sono medici – più uomini che donne, infatti, si classificano come “non obiettori” – inoltre, sempre negli USA, sono i maschi che versano l’erario che copre le spese dell’aborto. Ma al di là di queste considerazioni, ogni aborto implica il coinvolgimento della donna, dell’uomo che rifiuta la paternità, di chi è abortito e della società che lo permette.

In secondo luogo, anche se l’aborto è legale negli USA, è anche vero che è illegale costringere il medico ad effettuarlo. L’emendamento della Chiesa (Cattolica, NdT), accolto poco dopo il pronunciamento della Corte Suprema che legalizzava l’aborto (nel 1973, NdT), protegge i medici obiettori e le istituzioni dalla coercizione all’esercizio del diritto di aborto. Medici e infermieri, come detto, non hanno alcun obbligo legale di rendere possibile l’accesso all’aborto, e tanto meno ne hanno un dovere morale. Al contrario, il giuramento di Ippocrate afferma, ” non somministrerò un rimedio abortivo alla donna.” Il compito proprio del medico è di guarire i pazienti e promuovere la salute, non di ledere o distruggere la vita umana. Di questo ne parlo ampiamente nel libro.

Non è certo un inutile esercizio accademico cimentarsi sull’etica dell’aborto, ma nessun trattato farà mai sparire di un tratto il fatto che ci saranno sempre donne che devono affrontare  la necessità di abortire il loro piccolo e anche medici che forniranno questo servizio. Questi casi c’erano prima della legalizzazione, e ci saranno anche dopo. La disperazione non può sempre permettersi il lusso della pausa di un dibattito accademico prima dell’azione.

Penso che lei abbia ragione quando dice che l’aborto è iniziato prima della sua legalizzazione, e che non si fermerà, d’altra parte, una volta messo fuori legge. Si può fare lo stesso discorso del furto, della violenza sui minori e di quella carnale, sempre avvenute nella storia umana e che non si fermeranno mai. D’altra parte, se la gente non praticasse queste cose, non ci sarebbe alcuna necessità di legiferare al riguardo. In ogni caso, prima che uno scelga di abortire, si sofferma a considerarne la possibilità e reputa la scelta come affidabile. Spero che il mio libro possa far riconsiderare questo tema, ripensare al fatto se l’aborto valga la pena. Inoltre, le persone più istruite e attente alla giustizia e interessate alla promozione di una dinamica educativa autentica, hanno il dovere cogente di aiutare gli altri, in primis le donne in difficoltà a portare avanti una gravidanza, fornendo un aiuto concreto a tutti i soggetti coinvolti.

Qual è l’argomento più stringente degli avvocati dell’aborto legale?

L’argomento più stringente è stato formulato da un mio collega, il prof. David Boonin, dell’Università del Colorado, nel libro Una Difesa dell’Aborto. E’ un pensatore geniale ed esercita tutta la sua potenza intellettiva nel negare il diritto alla vita per un feto di 25, finanche 28 settimane. Il suo argomento dice che finchè un essere non ha espresso in qualche modo un desiderio, effettivo, tale essere non ha diritto di vivere.

La visione di Boonin incontra varie difficoltà, prima delle quali quella che apre le porte all’infanticidio, dal momento che accade che molti prematuri, di 25 settimane o meno, vengono alla luce, cosìcchè, nel suo modo di vedere, non avrebbero diritto alla vita.

In secondo luogo, è inaccettabile pensare che esseri di 25 settimane abbiano desideri reali, dal momento che il desiderio presuppone un giudizio di un qualcosa che non è all’orizzonte, e che questo qualcosa valga la pena di essere raggiunto. Esseri umani immaturi certamente hanno la sensazione di ciò che è piacevole o doloroso, ma dubito che siano in grado di giudicare, quindi sono incapaci di desiderio. Se questo fosse vero, lo standard di Boonin consentirebbe l’infanticidio possibile anche ad uno stadio di sviluppo molto più avanzato, fino a uno, due anni di età dopo la nascita.

Qual è l’argomento meno convincente formulato dai sostenitori dell’aborto legale?

“Il corpo è mio e me lo gestisco io.” Per la verità è più uno slogan che un argomento, ma come argomento non vale nulla. Nell’aborto, i corpi coinvolti sono due, quello della donna in gravidanza, e quello dell’essere umano in utero. Sappiamo che sono due, perchè di gruppo sanguigno anche diverso, come la razza, come anche può accadere che uno dei due soccomba mentre l’altro no, o viceversa. Se fosse coinvolto un corpo solo, si avrebbero delle cose assurde, come quelle di una donna con due teste, quattro braccia, o, se il figlio è maschio, anche un membro maschile. Allora, “gestione” è un eufemismo che travisa la realtà. Tutti approviamo gestioni buone, giuste, che promuovono il benessere umano. Il problema è di capire se l’aborto è una gestione di questa qualità.

Cosa distingue in modo particolare il libro e gli argomenti trattati?

Ho cercato di dare ragione in modo comprensivo, aggiornato e chiaro al fatto di considerare la scelta di uccidere un essere indifeso prima della nascita  sempre immorale. Il libro considera di avere a che fare con i più forti argomenti degli ultimi 40 anni forniti per giustificare l’aborto. Viene anche a essere inclusa la trattazione della disputa più recente in quest’area sempre calda del pensiero filosofico. Infine, ho cercato un linguaggio la cui recezione potesse essere proficua sia ad un pubblico generalista che di addetti ai lavori.

Il mio argomento non si appoggia alla fede, ma alla ragione e alla esperienza. Non si fonda affatto alla autorità della teologia; non vengono citate fonti bibliche di supporto alle conclusioni, nè premesse provenienti dall’autorità ecclesiastica. Il caso dell’aborto è proposto all’attenzione di tutte le persone di buona volontà, a prescindere dalla loro fede, presente o no.

set
23

di PAOLO GASPARINI

 

Viviamo in un momento storico in cui l’uomo è in grado di manipolare (eugenetica), creare (clonazione), distruggere se stesso (aborto) e il mondo (terrorismo nucleare), escludere alcuni esseri umani dal nostro status (eutanasia, procreazione artificiale).

Per Kant la politica, l’arte di governare lo Stato, non era una disciplina etica, avente per fine il bene morale o comune (das Gute), ma una semplice tecnica per raggiungere il benessere (das Wohl). Questo declassamento del diritto, della politica, ad abilità esteriore costrinse Kant a separarla dall’etica ( e dalla religione), a esentarla dallo spessore etico, dalla convinzione morale pura e semplice. Questo poteva però ancora andare bene per un suddito privato di uno Stato assoluto, un cittadino senza responsabilità, e magari celibe, com’era lui (E.Berti). Che dire poi se questo cittadino si trovasse a vivere in un contesto culturale e tecnologico come il nostro, di profondo relativismo morale, in cui gli Stati e persino i singoli individui hanno la capacità di influire sulla vita degli altri, sulla sopravvivenza dell’intera umanità e dello stesso pianeta?

L’uomo ha oggi un potere inimmaginabile. Pertanto l’uomo politico e la politica devono assolutamente distinguere il fine e i mezzi buoni dal diritto e dal bene solo apparenti, fare una razionalizzazione morale e non tecnica (J. Maritain).

Il problema non è quello di riabilitare Ochkam e il suo riduzionismo: non va male eliminare le complessità inutili, come, per esempio, decidere a maggioranza sulle rette degli asili nido o decidere l’età del pensionamento. Per gran parte della legislazione, il criterio della maggioranza è sufficiente. Il Santo Padre non ha in mente il drago del Rasoio, della riduzione della complessità non necessaria, ma vuole colpire con questo discorso, con la fiamma della verità, quello del relativismo morale e giuridico.

Il cristianesimo non ha imposto, come hanno fatto i “Nominalisti religiosi”, Lutero, Calvino e Cartesio,  una “teoria della volontà di Dio”, la quale farebbe da spartiacque tra il bene e il male, tra un atto moralmente buono o giusto e uno non corretto.

Ma soprattutto non ha obbligato, al contrario di come stanno facendo, da almeno mezzo secolo in qua i “Nominalisti laici”, a depotenziare la religione, con l’eliminare la legge di Dio e assimilarla alla ragione: “è reale ciò che è legale, razionale, di una ragione funzionale, tecnica, positiva, non il contrario”.

Entrambi usano il Rasoio: gli uni eliminano la legge naturale ( e la ragione, che permette di conoscerla), gli altri quella divina (distruggendo la fede, capace di conoscerla) (P.Kreeft).

Ecco che sono riusciti così a far divorziare fede e ragione, mentre, fino al Medioevo filosofico vuoi cristiano (Roma), islamico (Il Cairo) o giudaico (Gerusalemme), erano delle perfette alleate. Come per la teologia, anche il diritto si era costruito nella luce di un’attiva fiducia nella ragione (logos) e con riferimento costante alla natura (physis), con le sue necessarie leggi, retaggio della cultura greca (Atene).

La svolta drammatica si è avuta quando si è applicato il Rasoio al collo, invece che ai capelli, ossia quando ci si è vergognati di pensare, dire e poi legiferare in accordo ai principi non negoziabili, ossia la legge naturale (rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, della libertà di educazione e di religione).

Un atto è buono o cattivo, e quindi da proibire, sia perchè di suo, per natura, è così, e anche perchè è Dio a volerlo o non volerlo. Ma la volontà di Dio non è arbitraria, ma è logica, razionale: è di suo così, lo è per natura! (In principium erat Verbum, ossia il Logos, dice il Vangelo di Giovanni, nel Prologo, un Logos che è anche Agape, Amore, preciserà poi nelle sue Lettere). Ecco che la volontà di Dio è buona, vuole cose buone per noi, ed ecco perchè gli atti buoni sono tali. Allora, tre cause, tre elementi, e non una sola, come vogliono i Barbieri e i legislatori positivisti moderni, spiegano le cose: la natura e la volontà divine, infine la natura della scelta, dell’atto umano.

La morale (e il diritto) naturali, tradizionali, non dicono solo che alcuni giudizi sono sempre universali e necessari, ma anche che sono veri, oggettivamente veri, che dicono veramente qualcosa sulla natura di una scelta, indipendentemente dai propri convincimenti, dai propri desideri.

E’ proprio qui la pietra di scandalo per i moderni “positivismi”: come possono stare “là fuori” i valori, le norme? Come le pietre, gli atomi? Per il diritto naturale, e per il pensiero filosofico tradizionale, non relativista (ahimè, una cenerentola!) là fuori non ci sono solo colori, forme, polveri, ma anche una realtà spirituale, una dimensione morale. Allora, la bontà o la cattiveria di certi comportamenti sono parte di un universo vero, decifrabile, una realtà oggettiva. Prima del Positivismo e dopo di esso c’è un abisso, lo stesso che c’è tra il relativismo e l’assolutismo: la realtà è fatta non solo di atomi e molecole, ma anche di Dio, angeli, spiriti, verità eterne, la natura delle cose, le essenze immutabili, le Idee Platoniche, divine… La realtà richiede, include, valori oggettivi, beni reali. La morale è una dimensione della realtà, non solo una dimensione del nostro pensiero, come un edificio da noi costruito in cui siamo liberi di crearvi il microclima e la luce, gli standards morali e legislativi desiderati, e in cui non vogliamo più ricevere ordini o luci da fuori, da Dio, dal suo universo e dalla Sua Sposa, la Chiesa.

lug
31

di PAOLO GASPARINI

Come campioni delle moderne democrazie liberali, delle rivoluzioni moderne ‒ filosofica (Kant), scientifica (Bacone), sociale (Marx), biologica (Pinkus) ‒ non ci siamo accorti che c’è qualcosa di più in gioco del problema di salvare vite umane ed evitare la sofferenza o procrastinare la morte. Il nostro progetto di un futuro post-umano, dove la procreazione è del tutto controllata ‒ trasformata in riproduzione ‒ come pure le prestazioni psicologiche ‒ mediante la psicofarmacologia e l’impianto di microchips cerebrali ‒ o la emivita cellulare ‒ mediante il ritardo programmato dell’orologio biologico ‒, ci ha vestito da chirurghi dell’utopia tecnoscientista, lavati e impugnanti il bisturi sulla natura umana stesa sul tavolo operatorio, supina e disposta all’operazione “rigenerativa”, alterativa, sia all’inizio del suo corso (eugenetica) che durante il suo sviluppo (neuropsicologia migliorativa).

Alcuni progetti sono già passato e presente, come la Pillola ‒ e il suo backup, l’aborto ‒, la procreazione artificiale (il fare uomini), la selezione riproduttiva (eugenetica) e il cannibalismo (le cellule staminali embrionali). Progettare l’uomo (Pillola), fare l’uomo (tecnologia riproduttiva, embrioni in provetta, al freddo più estremo), eliminare l’uomo (screening genetico, aborto, eutanasia di esseri, uomini e donne, che non corrispondono al design programmato) sono le quattro mura di Gerico, quella città vecchia e “moderna” che si chiudono insieme e non lasciano entrare o uscire nessuno. Inoltre, in questa città ci sono le maternità surrogate, animali clonati, la mietitura di organi, ricambi per l’apparato locomotore e tegumentario (chirurgia plastica), chimere, impianti cerebrali, Ritalin per i piccoli, Viagra per i grandi, Prozac per tutti, infine, per lasciare questa valle di lacrime, un po’ di morfina sovradosata e Muzak (cfr.L.R. Kass).

Sembra che il mondo di Aldous Huxley, l’alleanza tra scienza e piacere, stia per arrivare al suo orgasmo. Nessuno legge, scrive, pensa, ama, è casto. Arte, scienza, religione, famiglia, amicizia sono fuori moda. Importano solo le gratificazioni recettoriali, l’eliminazione delle malattie, della violenza, della guerra, dell’ansia, della sofferenza, del senso di colpa, dell’invidia e del cruccio. Ma il Prozac non è ancora il “soma” del Mondo Nuovo, la clonazione non corrisponde alla procedura di Bokanovskj, né MTV o i video hi-tech sono le “sensazioni” di quel mondo. Tuttavia la tecnologia attuale mostra già quello che potrà fare da grande, quando la bio-psico-ingegneria mostrerà i muscoli e le sue pareti saranno rese ancora più invincibili all’accesso della critica culturale, della ragione “ampia”, non funzionale.

Lo Stato di questa città di Huxley ha cittadini del tutto assimilati, contenti della salute, della sicurezza, del comfort, del piacere, dell’assenza di scrupoli e della senilità precoce. Il lavoro è routine, i divertimenti banali, le relazioni sociali sterili e le soddisfazioni personali più intense provocate dalle sostanze. Nessuna polizia. Dateci solo, dicono questi cittadini, la locomotiva tecnologica, la democrazia e la compassione umanitaria per i diritti all’autodeterminazione, il pluralismo morale, e noi entreremo da soli in questo Paese dei balocchi, senza nemmeno pensarci due volte. Se non l’abbiamo notato, il carro è già partito da alcuni secoli, e sta guadagnando velocità. Ma non c’è nessun uomo che lo guida, o meglio, non si vedono delle mani di uomo, ma si può immaginare facilmente, per un lettore italiano, un omino più largo che lungo, tenero ed untuoso come una palla di burro, con un visino da melarosa, un bocchino che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella di un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa, insonne e divorato da un’attività incessante, che non si impone ma propone, non costringe, ma persuade, esalta la libertà umana, una libertà assoluta.

Questo personaggio che ha indubbiamente dell’abnegazione, persino dell’eroismo, anzi ha un evangelico zelo e spirito profetico del futuro post-umano, conduce senza tante storie le menti del mondo accademico e industriale. Le menti sono conquistate, le anime si sono arrese. Tutti dormono il sonno che più assomiglia a quello dei giusti, ossia il sonno dell’incredulità e sono pacificati dal sentimento che più assomiglia psicologicamente alla buona fede, alla forma umana, ossia quello del rachitismo, dell’apatia spirituale (cfr. G. Biffi): I ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro il carro dormivano. Tutti si trovano in un paradiso in terra, una felicità che sta alla gioia come la caricatura all’originale, il surrogato alla materia prima. Il canto di Gerusalemme qui, nella Gerico post-moderna, è solo “rumore”. Una umanità, per citare l’Apostolo, “senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia”.

Entusiasta di questo viaggio non è solo la “base”: scienziati e biotecnologi, con i loro imprenditori, e il solito seguito di entusiasti militanti futurologi e libertari. Ci sono sogni da realizzare, poteri da esercitare, onori da conquistare, ma soprattutto molto, molto denaro in vista. Mentre noi mettiamo la testa sotto la sabbia dei benefici della medicina tradizionale, o ci arrendiamo, guardando all’inevitabilità della corsa di questo carro, contenti perché i nostri padri ci hanno fatto lasciare le stazioni di Auschwitz e della tirannia sovietica, quelle del relativismo morale hard, non ci accorgiamo che l’orgoglio biotecnologico ricreazionista di questo omino che conduce le democrazie liberali non è altro che lo stesso relativismo, in versione soft.

Siamo arresi all’inevitabilità dell’automatismo della tecnoscienza, al dogma della libertà scientifica, di impresa, di soddisfare ogni desiderio individuale, della supremazia del piacere sulla vita buona. Soprattutto, siamo messi con le spalle al muro dal relativismo morale imperante a livello di classe intellettuale e di pubblica opinione, che rigetta tutte le obiezioni morali come “riserva indiana” settaria e clericale. Ma il problema più grave è la perdita del senso della nostra umanità e della storia iniettato dal progetto biotecnologico nelle menti dei giovani ‒ per noi adulti, c’è ormai poco da fare: ciò che fa specie in questo futuro post umano è l’assenza di ogni anticorpo, di ogni repulsione emotiva dei giovani verso questa disumanizzazione, perdita di senso della vita. È una cecità che colpisce non solo gli “utenti” della rivoluzione biologica, ma anche i professionisti della coscienza, i filosofi e bioeticisti.

Se persino gli “esperti” sono ciechi, che dire degli altri? I principi cui si adeguano gli intellettuali di professione sono i seguenti:

1)             Primum non nocere

2)             Privacy: rispetto per le persone

3)             Equità di trattamento

Basta che non ci siano lesioni, il consenso sia informato e nessuno sia discriminato, ed ecco, nessuna altra preoccupazione all’orizzonte. Non fa problema che la vita nascente sia lasciata nelle mani di un “tecnico”, perché la selezioni, la utilizzi per salvare altre vite o la modifichi. Qualcosa è andato perduto nel cuore di queste persone. La differenza tra fare e agire, tra procreazione e manifattura. Che differenza fa tra un figlio prodotto dai nostri desideri e strategie migliorative tecniche e un figlio accolto dall’amore incondizionato? Ancora, che differenza fa nel commercio degli organi tra i patroni della difesa della vita e i paladini della tutela egualitaria all’accesso delle cure? Oppure, chi decide quali peccati genetici sono mortali contro lo spirito santo della Salute?

Facciamo presto a riconoscere le colpe contro la integrità corporea, la libertà , la giustizia e il soddisfacimento dei desideri, ma abbiamo perso di vista che l’uomo vuole stabilire il suo potere trincerandosi dietro la tecnica. Desideri e tecnica. In nome della soddisfazione individuale, della dittatura del desiderio, è stabilito un potere dell’uomo sull’uomo che non è mai esistito finora.

Ma c’è qualcosa in noi che non accetta questo viaggio nel Mondo Nuovo dello scientismo e del suo strumento, la tecnologia, al servizio del benessere.

È vero che grazie alle democrazie liberali e al suo contratto vantaggioso con la scienza e al tecnica si è avuto un avanzamento della vita media, della qualità di vita e della prosperità rispetto al medioevo, ma la tendenza verso il Paese del Nuovo Mondo sembra inevitabile, grazie al ponte già varcato della vita creata e manipolata in laboratorio. Questo passaggio ha creato una nuova visione della sessualità, della procreazione, della vita nascente, della famiglia, del significato della maternità, della maternità e del legame generazionale. Quarant’anni fa l’aborto era illegale nella stragrande maggioranza dei paesi, e la rivoluzione sessuale (introdotta dalla Pillola) era ancora agli albori, tanto meno passavano per la mente i “diritti” riproduttivi delle donne singole, e degli omosessuali, uomo e donna. Tutto è divenuto “costruzione culturale”. Così, la clonazione diverrà il logico emblema ideale del “desiderio” individuale: il figlio monoparentale. Se tutti i figli devono essere programmati ( ecco la più “cerebrale” giustificazione della contraccezione e dell’aborto), perché il singolo non può desiderare un figlio? Perché non controllare il futuro senza essere controllati?

Le tendenze accennate sembrano pessimistiche. Tuttavia non è una descrizione della realtà. C’è la speranza che i giovani optino per scelte impreviste. Ecco perché i transumanisti, gli allevatori di uomini in laboratorio, non vogliono sorprese in futuro, volendo modellare a loro immagine e somiglianza le generazioni future e vogliono proseguire il Family Planning (contraccezione, aborto) con lo screening neonatale, per finire con la clonazione. La fede cristiana insegna invece che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, quindi nessun modello finito può arrogantemente pretendere il monopolio per gli uomini del futuro. Il modello dei cristiani è Cristo, l’immagine del Padre, ma la sua imitazione non è la riproduzione materiale della sua storia, tantomeno del suo genoma, ma dei suoi sentimenti nei riguardi della volontà del Padre. La storia della Chiesa fa vedere la ricchezza di tale tentativo, nella vita dei santi. Nietzsche sapeva che il modo di vita dei santi è opposto a quello del suo “ultimo uomo”. Il superuomo è la contraffazione funzionale atea dell’uomo bruciato dall’amore di Dio.

Ma Dio non è definito da nessun “fare”. Non si deve credere in Dio per qualche motivo funzionale, ma perché Lui è. Il cristianesimo non contiene alcun “fare”, alcun programma per il futuro. Il rapporto del cristiano con il futuro Regno di Dio è paragonato da Cristo con la gravidanza (R. Spaemann). La madre non può aiutare il figlio con nessun mezzo tecnico, con nessuna strategia. Deve solo vivere una vita buona, bella e giusta.

Il compito della società politica, civile e culturale prima del sedicesimo secolo era quello di arrestare l’entropia, di frenare la discesa del divenire storico, analogamente ai goals della medicina tradizionale: differire il deperimento e la morte del corpo della società civile, inevitabilmente vittima dell’entropia e dell’entalpia che colpisce tutti i sistemi biofisici. La speranza cristiana è rivolta all’ingresso, alla Parusia, alla seconda venuta di Cristo. Questa società cristiana era antinomica a quella utopistica, alla concezione della storia come tela di Penelope, che si rifà e disfa continuamente, pagana e neopagana di oggi. L’utopia scientista, post-umana vuole contrapporsi al ritorno di Cristo e al cielo nuovo e alla terra nuova. Vuole produrre da sé il proprio regno, la propria soddisfazione, come dinamica interna della storia, come compimento del proprio progetto di ridisegno della natura umana. Ma questo progetto conduce esattamente all’apostasia e il suo ultimo prodotto è l’anticristo.

Come ci sono due interessi umani fondamentali, la meraviglia e lo sguardo di possesso, così ci sono due tipi di azione: quello tecnico-strumentale e quello morale-liturgico. Il primo vuole raggiungere la perfezione di un oggetto esterno all’agente, all’azione, l’altro la perfezione, la bellezza dell’azione stessa. Ecco che due uomini si contrappongono alla fine dei tempi, l’uomo della gratitudine e della benedizione, della gratuità, del distacco e dell’amore, del canto e quello “tecnico”, del possesso e della gratificazione, dell’artificio e del rumore.

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lug
10

Autore di numerosi libri, tre dei quali dedicati a Benedetto XVI-Joseph Ratzinger, De Carli è stato “la voce del Papa”, entrando per anni nelle case di milioni di italiani con il suo timbro inconfondibile e sicuro, la simpatia e una passione contagiosa per la Chiesa, che ha amato e fatto amare da vero figlio di Dio. Questa voce, aggredita dal male, si è spenta per sempre ai suoni di questa terra la mattina del 13 luglio 2010 al Policlinico Gemelli di Roma. I funerali si sono svolti nella sua parrocchia di residenza, Santa Maria in Traspontina, officiati dall’Arcivescovo Rino Fisichella, e poi la salma è stata tumulata a Lodi, la “sua” Lodi, come lui stesso aveva desiderato. Profonde, e soprattutto vere, le parole del discorso funebre tenuto dal presule che del giornalista televisivo era stato compagno di scuola nel liceo lodigiano: “De Carli amava essere amico – ha ricordato quel giorno Mons. Fisichella – e ritrovava nell’amicizia i valori della fede cristiana… Era centrale per lui la ricerca della volontà di Dio sul suo progetto: nel silenzio della sua riflessione ha ricercato fino alla fine della sua esistenza la volontà di Dio, affidandosi alla sua Misericordia”. [continua]

mag
31

di ANTHONY ESOLEN

Mia moglie mi disse di “andare a sedermi là”. “Diamo la possibilità a papà di stare da solo con lei.”

Stavamo in una stanza tranquilla dell’ hospice, accompagnati dai soli rumori dell’erogatore di ossigeno e del respiro sempre più leggero e rallentato di mia suocera Ester, a poche ore di distanza dalla sua dipartita. Herb, suo marito, in piedi al suo capezzale, accarezzava i riccioli d’argento sulla sua fronte, con gesto lieve. Era come se fossero stati spazzati via come d’incanto 50 anni di dolori, di lotte e rammarichi, non lasciando altra compagnia dell’amore che lui aveva nutrito per lei sin dall’inizio, come la fragile pianticella tra le rovine di una città.

Avrebbe potuto abbandonarla al suo destino molti anni prima ‒ non certo per un’altra donna, ma per ciò che il mondo chiama “pace”. Papà non è cattolico, cosa che lo rende del tutto refrattario ai precetti che lo immunizzano dal divorzio. Non gliene occorre alcuno. “Non puoi mai sapere cosa ti riserva la vita,” mi disse una volta. “Devi fare la cosa giusta, altrimenti quasi sicuramente ti andrai a cacciare in guai peggiori.” Per questo non mollò mai, ed ecco che negli ultimi istanti della vita terrena di Ester lui era là, forte in una paziente attesa, gli occhi arrossati dalle lacrime e dallo smarrimento.

“Mosè ha permesso ai nostri padri di rimandare le loro mogli con un libello di ripudio”, dissero i Farisei a Gesù. “ Qual è la causa che spinge un uomo a ripudiare la propria donna?”

Considera che erano gli opinionisti del tempo, bramosi di capire dove si sarebbe messo il predicatore della Galilea in questo dibattito pubblico, se a destra o a sinistra. Sarebbe stato d’accordo se tu avessi divorziato perché lei ti aveva bruciato la zuppa, o per una qualche ragione più specifica, come per esempio l’adulterio?

Ma Gesù respinge i termini della questione. “Mosè ha permesso il divorzio,” rispose, “per la durezza del vostro cuore; ma non era così all’inizio. Quindi avete inteso che fu detto che un uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola. Ma io vi dico che un uomo che ripudia la propria moglie ‒ tranne che in caso di fornicazione ‒ e ne sposa un’altra, commette adulterio.” E conclude con una ammonizione severa: “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi.”

Conosciamo molto bene queste parole. Dovrebbero cadere su di noi con la stessa forza con cui hanno chiuso la bocca ai Farisei, o li ha fatti infuriare, quando il Signore è risalito indietro nella storia del popolo d’Israele, prima del Tempio, dei Re, dei Giudici e delle tribù, persino prima della creazione, quando disse, “Prima che fosse Abramo, IO SONO.” In questo caso solo, parlando del matrimonio, Gesù risponde a una domanda circa il bene e il male, la vita umana, risalendo alle origini, prima della Caduta. “Non era così all’inizio,” dice. Non faceva parte del piano originario di Dio per l’umanità innocente. Non fa parte nemmeno del progetto di Dio per l’umanità rigenerata in Cristo.

Gesù ci mette a confronto con due verità sconvolgenti, ciascuna delle quali incomparabilmente vive e importanti per l’uomo decaduto, ancorché è compito nostro armonizzarle. La prima è stata felicemente esaltata dal (beato, NdT) Giovanni Paolo II: L’uomo e la donna sono fatti uno per l’altra. I nostri corpi e anime sono plasmati con un significato nuziale, e nell’abbraccio dell’uomo e della donna, un abbraccio che nella divina Provvidenza può dare origine a un’anima vivente, c’è un richiamo alla nostra innocenza nel Giardino, dove condividiamo e anticipiamo la festa di nozze dell’Agnello. La seconda? Non siamo stati destinati al peccato e alla morte, per alienarci gli uni dagli altri e da Dio, nostra vita. Anche questo non rientrava nel progetto originario.

Connetti, adesso. Cultura del divorzio, cultura di morte.

Se un uomo qualsiasi avesse avuto un motivo per divorziare, eccetto che in casi di adulterio o cose del genere, mio suocero l’avrebbe avuto anche lui. Ester non era una donna molto facile. Per una bagatella qualunque, come per esempio quando dovevamo andarcene per la cena, poteva scaldarsi di un’ira violenta, precipitarsi come una furia nella sua camera da letto, lo sguardo pietrificato, assolutamente convinta delle sue ragioni, ossia che fosse strumentalizzata da tutti, rammaricata con mia moglie se ella avesse cercato di rabbonirla. “Mamma è arrabbiatissima,” avrebbe detto. Successivamente ne avrebbe scherzato, nervosamente, ma quando era ragazza non si sarebbe mai sognata di far entrare in casa uno dei suoi amici, per il timore di suscitare una scenata da parte di sua madre. La sua era stata una infanzia solitaria.

Non saprei dire quale fosse la causa di questa angoscia esistenziale. Forse una profonda insicurezza, un bisogno di essere amata; sua madre ad ogni buon conto era stata un tiranno in casa. Dopo che Ester era ritornata a casa con Herb dalla loro fuga d’amore, il padre gli disse, “Se sei in grado di vivere con lei, tanta più autorità su di te.” E pensare che era la sua favorita.

Per qualche anno vissero felici e contenti in un contesto insoddisfacente: un alloggio per personale sposato di guardiamarina in una base navale alle Bahamas. Ricordavano sempre questo periodo con accenti di nostalgica ironia. Sperimentarono la povertà insieme, senza poterne fare assolutamente a meno, cosa che li rese oltremodo adattabili, e si prendevano in giro per quanto avevano potuto crescere grazie alle banane. Ester era anche una di quelle donne che si dilettano con candore della compagnia maschile, e che, di rimando, gli uomini trattano con l’affabilità e l’umorismo tipici di un fratello maggiore. Erano proprio stati anni felici per loro.

Dopodiché si stabilirono nel New Jersey, dove trascorsero la maggior parte della loro vita. Papà è un uomo severo e un lavoratore infaticabile, intento sempre in due o tre attività contemporaneamente fino alla pensione. Per un pezzo, tuttavia, il denaro venne a scarseggiare, e sebbene Ester fosse cresciuta insieme ad altri undici fratelli e sorelle in una casa affittata a piano terra, o proprio perché veniva fuori da simili ristrettezze, aveva sempre le mani bucate. Era una delle persone più generose che io abbia mai incontrato, largheggiando nel distribuire i regali di Natale ai miei figli, ma era anche prodiga di suo. Desiderava articoli che non potevano certo permettersi. Ecco che allora rampognava suo marito circa il suo stipendio, trovando un impiego lei stessa.

Mia moglie era nel frattempo nata, e tutto sarebbe anche andato bene se Ester fosse stata in grado di assecondare la laboriosità e la frugalità del marito, e se gli fosse stata risparmiata una salute cagionevole, gravata da disturbi dolorosi che la costrinsero a un intervento di isterectomia. Fu una grande perdita. Frustrata, trovò un impiego in una orrenda pasticceria, con turni a rotazione, per due settimane di mattina, due settimane al pomeriggio, due settimane solo di notte. Il suo corpo non ci si abituò mai; fu sempre a corto di sonno. Gli fu pertanto necessario mettere un berretto da notte prima di andare a letto. Poi cadde vittima di alcuni loschi compagni di lavoro, amanti del bere. Anche lei prese il vizio.

Molti lettori non avranno difficoltà a riempire i dettagli. Divenne impossibile ogni affidabilità; a volte accattivante, altre insopportabile come il rock. Gettava per terra piatti e scodelle in cucina. I suoi pugni non erano proprio neutrali. Si sarebbe rinchiusa in camera per intere giornate di cupo mutismo. Insisteva per conti bancari separati, parlando fuori dei denti a papà che si trattava del suo denaro, che aveva fatto più di quanto aveva ricevuto da lui (per un anno circa corrispondeva alla verità), e che poteva spenderlo come voleva. Mia moglie non sa ricordare un momento in cui avessero condiviso lo stesso letto.

Dalla sua, Ester era convinta che la paternità di papà era terrificante, e a suo modo lei lo sapeva confermare del tutto. Nessun altro si sarebbe mai sognato di criticarla ‒ tuttavia lei lo avrebbe umiliato pubblicamente. A lui non ne gliene importava molto, o perlomeno non avrebbe dato corso a una tale cura. La loro unica forza unitiva risiedeva nell’amore per la figlia, che inondavano di regali, in parte per compensare la loro incapacità di offrirle ciò che ella desiderava più di ogni altra cosa, ossia l’amore reciproco tra gli sposi. Da ultimo, quando ella era quindicenne e quasi sicuramente in grado di reggere l’urto, la madre gli si fece vicino per dargli cattive nuove.

“Non posso più sopportarlo! Tuo padre ed io stiamo per divorziare.”

Tuttavia il divorzio a quel tempo non era cosa del tutto pacifica e mia moglie non ne aveva esattamente ancora subodorato la possibilità. Era come se qualcuno le avesse detto che il suo piccolo universo, così impregnato di sofferenza, fragile, e tuttavia così amato, stava per cadere a pezzi. Scoppiò in un pianto dirotto. La madre ritirò il proposito, e Dio la avrebbe benedetta per questo. La parola “divorzio” non fu più paventata.

Il divorzio fa cadere un mondo, nasconde un’eco dell’Eden. Che cos’è stata la caduta, se non in primo tentativo umano di divorziare? “Dove sei, Adamo?” è la voce di Dio al fresco dell’imbrunire. “Non sei ancora venuto ad incontrarmi come il solito.” Adamo è preso dalla vergogna. Non vuole più essere visto. Metti a confronto la inconsapevolezza infantile che si mostra nuda di fronte ai genitori, esenti da ogni forma di separazione del loro essere; sentono di essere una cosa sola con i genitori. Solo più tardi, col crescere della loro identità distinta, e di una crescente solitudine, ecco che il bambino prova vergogna, vuole nascondersi. Adamo non si nasconde perché è nudo, ma perché si è allontanato da Dio, ed è questa separazione che lo spinge a considerare la sua nudità, simbolo del suo essere, in termini di vergogna.

Eppure la distanza non può essere l’ultima parola. Appena Adamo ed Eva ammettono la loro colpa ‒ una ammissione sgraziata e furtiva ‒ hanno divaricato la fessura anche più in profondità, divorziando uno dall’altra e dal creato. “E’ stata la donna che mi hai messo accanto,” si scusò Adamo. “Mi ha dato il frutto, e io l’ho mangiato.” Eva scarica la colpa a sua volta. “E’ stato il serpente che tu hai creato! Mi ha ingannata, e io ne ho mangiato.”

Cosa dobbiamo aspettarci dunque? La terra stessa ci schiva. Il suolo produrrà spine e rovi, e l’uomo sarà costretto a procurarsi il pane col sudore della fronte; la donna partorirà i figli nel dolore, e dovrà sottomettersi al dominio, invece che all’amorevole custodia, del marito. I figli cresceranno in carriere separate ‒ Abele come pastore, Caino da agricoltore ‒ e, invidioso di una benedizione che gli è sfuggita ma che non ama particolarmente, Caino sopprime Abele, non in collera, ma con freddo calcolo. Quando Dio gli si avvicina, al modo di Adamo, ci accorgiamo come nella risposta di Caino la fessura si è trasformata in una porta aperta. “Sono forse il custode di mio fratello?” sogghigna. Ecco il motto della cultura divorzista. Le parole di Caino suppongono che il fratello, il familiare, la sposa, il vicino non meritano la sua attenzione. Che fare con chi si oppone alla mia volontà, oppure mette un bastone tra le ruote delle mie illusioni? Se posso farla franca e sono abbastanza irritato, taglio i ponti con lui. Nessun problema. Vicino ad ogni casa o cascina ci sono rifiuti nauseabondi da interrare, spostare, confinare in cava, oppure bruciare. Ce li liberiamo dalla vista e dall’olfatto.

Caino inizia, in Genesi, una saga familiare di conflitti, la cui occasione è la lussuria, l’avidità o l’invidia. Lamech è un pluriomicida, orgoglioso di ciò. Gli uomini iniziano con la poligamia. Lot, per non scontentare i suoi uomini, si separa da Abram, scegliendo quella svolta fatale a sinistra verso Sodoma. Dopo che Sara ha finalmente concepito in figlio, non può più sopportare la vista di colei che aveva incoraggiato a diventare la concubina di Abramo, e costringe suo marito a lasciar andare nel deserto Agar e Ismaele. Anche se Dio avrebbe ricavato il bene dalla sua furberia, Rebecca è occasione di una mortale inimicizia tra i suoi due figli, dal momento che fa in modo che Isacco dia la sua benedizione a Giacobbe invece che ad Esaù. Labano, zio di Giacobbe, lo beffa, dandogli in sposa Lia, non amata, per concedergli, dopo avergli estorto sette anni di servizio, Rachele, preferita da Giacobbe. La struggente rivalità tra le due sorelle-mogli provoca un contrasto tra i figli delle due, Rachele, favorita da Giacobbe, e Lia. Uno di questi figli, Giuseppe, è gettato in una cisterna dai fratelli, e quindi condotto in schiavitù.

Se il cielo è abitato dalla vita e dalla luce, un banchetto nuziale per celebrare le nozze dell’Agnello con la sua sposa, la Chiesa, allora l’inferno, come lo dipinge C.S. Lewis, è un Grande Divorzio, un luogo di alienazione, i cui “cittadini” detestano persino l’idea di una città, e vogliono, in una infinita parodia fissipara della Gerusalemme Celeste, allontanarsi sempre più nei sobborghi, per distanziarsi da Dio (e dai loro consorti nella dannazione) quanto più possibile. Dante lo ritrae così: Uno dei traditori, all’Inferno, conficcato nel ghiaccio fino al capo, al pari dei suoi consimili, definisce il suo vicino semplicemente come quello “che ha la testa di fronte a me, a bloccarmi la visuale”‒ una testa che lo disturberà per tutti i secoli, e che lui volentieri toglierebbe di mezzo se potesse, con non meno compunzione di chi dovesse schiacciare una mosca.

Eppure Herb e Ester non si sono mai allontanati da quella città che promette molto e non da nulla. Sono rimasti uno accanto all’altra; hanno tenuto duro. Hanno mantenuto le loro promesse. “Figlio dell’Uomo,” disse il Signore Iddio a Ezechiele che stava ritto in piedi in una valle piena di ossa aride e sbiancate dal sole del deserto, “ dì a queste ossa di vivere.” E queste risorsero da quella distesa di sabbia inerte.

Non subito. Mandarono la loro figlia in collegio, e dopo anni di vagabondaggio nel mondo arido universitario, di esperienza in una tendopoli, di una fuga, di un ritorno a Dio grazie a un rabbino, con un musicista o due alle calcagna, una brava ragazza attempata del Tennessee, un professore motociclista di Milton, un amante di Crashaw, se ne finì in Nord Carolina, dove infine ci incontrammo; anch’io avevo lasciato le mie orme su molte strade deserte. Ciascuno di noi divenne per l’altro lo strumento del Signore per il recupero dell’altro, il ritorno a casa. Ci innamorammo; partecipavamo insieme alla Messa. Al nostro matrimonio, il sacerdote tenne un’omelia sul Cantico dei Cantici, e sulle anime giuste secondo la Rivelazione, la comunione dei santi le cui vesti sono state rese bianche dal sangue dell’Agnello.

Posseggo una foto di Herb che sta camminando sotto la navata laterale della chiesa con mia moglie. Sembra intimorito, come se non sapesse spiegarsi come aveva potuto capitare lì. Era cresciuto in una chiesa evangelica. Suo padre, un uomo austero tutto d’un pezzo, aveva senz’altro un concetto molto serio della fede, ma aveva spartito ben poco della gioia che ne deriva ai suoi figli. La sua frequentazione liturgica non era sopravvissuta alla Marina. Ester, tuttavia, non aveva avuto nemmeno un assaggio religioso nella sua educazione. Aveva potuto frequentare una Chiesa Riformata Olandese per qualche anno durante l’infanzia, ma i suoi genitori le avrebbero prestato così poca attenzione da dimenticarsi di battezzarla. Dal momento del nostro matrimonio smise di bere definitivamente, e può essere che gli incontri periodici degli Alcolisti Anonimi l’abbiano avvicinata alla Bibbia; può anche essere che se ne sia tornata per conto suo. Ad ogni modo, anche se si vergognava di essere vista in chiesa di Domenica, leggeva la Bibbia di nascosto ogni notte.

Non so se, tranne che per qualche matrimonio o funerale e in occasione di una Pasqua di tanto tempo fa, Herb ed Ester siano mai andati insieme in una chiesa. Non so se il nostro matrimonio, e la nostra comune crescita nella Fede, li abbiano resi felici. Improvvisamente qualcosa di nuovo li mise in relazione. Se non erano in grado di amarsi, o perlomeno di ammetterlo, potevano tuttavia amare mia moglie e me, e successivamente il nipotino e la nipotina che noi gli portammo ‒ gli unici. Ester era una donna dura, e tuttavia accompagnava questo tratto con la corrispondente virtù della lealtà. Se tu avessi ferita una persona a lei cara, non lo avrebbe mai dimenticato, ma se avessi amato chi lei stimava, si sarebbe sempre sbracciata in gratitudine. Adesso lei ed Herb avevano molti inaspettati motivi di gratitudine uno per l’altra.

Potevano riempire la casa di foto dei piccoli, che ricambiavano il favore, com’era giusto.

“Dio non è il Dio dei morti,” disse Gesù ai Sadducei, i cui cuori erano troppo ristretti per credere in una qualche risurrezione, “ma dei viventi.” Accettare il divorzio come un modo di morire ‒ non un modo di vita ‒ è la negazione del vero essere di Dio rivelato da Gesù. È come dire che l’amore può, o in qualche circostanza dovrebbe aprire la strada, alla morte definitiva. Eppure, se Dio avesse agito in tal modo nei nostri riguardi, tutto il nostro universo avrebbe lampeggiato e si sarebbe spento poco dopo il primo peccato di Adamo. Dopo ogni peccato che commettiamo, abbiamo la pretesa di separarci dalla radice del nostro essere, Dio, come se fossimo noi i signori della vita e della morte; se Dio dovesse restituire la stessa moneta, dovremmo incontrare completamente l’esito del divorzio nel cadere nel nulla della perdita eterna. Ma Egli non lo fa, e all’ultimo momento, come il ladro sulla croce che si univa al coro delle ingiurie, pentitosi ‒ e magari non ci volle meno dei tormenti della crocifissione per risvegliarlo ‒ è possibile che voltiamo lo sguardo verso Cristo per udirlo dirci, “ Oggi sarai con me in Paradiso.” Cristo non respinse quel criminale morente. Tanto meglio per noi, che siamo criminali come quello, al momento della morte.

Anche Ester stava morendo, sebbene solo mia moglie se ne fosse accorta. “ C’è qualcosa che non va in Mamma. Porta alla luce cose che non sono mai successe.” Era l’età, pensai. Ester non sembrava una che stesse per lasciarci. Aveva ancora la forza di contrastare aspramente il marito. Dissipava il proprio denaro, quantunque fossero ormai passati molti anni dal pensionamento anticipato per malattia dalla fabbrica. Strillava continuamente per il modo brutale con cui tutti la trattavano. Sbatteva sempre la porta della sua camera, per nascondersi, depressa; ancora, di notte, per aprire la sua Bibbia, sebbene non ne facesse cenno con nessuno.

Ma si trattava delle conseguenze di ripetuti piccoli attacchi ischemici cerebrali, ci dissero molto più tardi. Eventi che compromisero la sua memoria e capacità di esperire le faccende di casa. Herb non si lamentò mai. Egli era sempre stato alla mano, ma ora iniziò, senza farsi notare, a praticare i lavori domestici che lei non poteva più attendere, scopare la casa e aspirare la polvere, stendere la biancheria, rassettare il giardino, con la stessa solerzia delle sue mansioni ordinarie e il duro lavoro quotidiano, dopo il pensionamento, alla rottamazione auto. La cosa buffa era che come la memoria di Ester declinava, allo stesso tempo cadeva nel crepuscolo la ruminazione dei sospetti delle cose che la gente tramava verso di lei. La debilitazione smussava gli angoli del suo aspro carattere.

Tutto questo durò un decennio. Era intervallato da momenti di tremenda infelicità, quando aveva il coraggio di lanciarsi fuori casa nel cuore della notte e battere forte alla porta di un vicino, dato che uno “strano uomo” era in casa ‒ suo marito; o quando in una nevosa notte di Natale si era dimenticata che ci stava facendo visita a 400 km da casa sua, ma insisteva che stava in realtà tornando a casa sua. Mi risolsi di mettermi di traverso a dormire alla porta per impedirle di andarsene. Tuttavia, in genere, il suo atteggiamento era cortese, dolce. Quando, dopo un intervento a cuore aperto, Herb dovette interrompere il suo prodigarsi per lei, che a sua volta si stabilì nella casa in contea (provincia, NdT), ella si dimostrò affabile con le infermiere e le estetiste, e si sarebbe rischiarata ogni qualvolta qualcuno fosse venuto a trovarla. Herb veniva a salutarla tre o quattro volte la settimana, che era il massimo concesso dalle sue condizioni, accompagnandola sulla carrozzina al solarium dove avrebbero interloquito con altri pazienti e accompagnatori per tutto il pomeriggio.

Ester avrebbe potuto essere più affascinante quando lo avesse voluto, e accettare anche amicizia, ma per gran parte della sua vita coniugale non avrebbe colto l’occasione per riceverla dal marito. Adesso, diventata sempre più dipendente, era felice di ricevere il suo amore, cosa che lui avrebbe assecondato senza imbarazzo. Lei lo chiamava, in un momento di tenerezza e lucidità, il suo “salvatore.” Non era molto lontana dalla verità. Il gesto più bello di tenerezza lo avrebbe compiuto proprio alla vigilia della sua operazione e al successivo ingresso in casa di ricovero. Lui aveva stretto amicizia con un ministro Presbiteriano locale, un fedele convinto di Cristo. Sapeva che Ester provava troppa vergogna per ammettere di non essere stata battezzata. Era allo stesso tempo consapevole che se si fosse proferito a proporle il battesimo, lei avrebbe senz’altro declinato l’offerta con un impeto di disappunto e rabbia, ciò che avrebbe costituito l’infelice epilogo del tutto. Allora si consultò sul da farsi con il Pastore Forbes, e lo invitò a farsi vivo di tanto in tanto, così da permettere a Ester di conoscerlo. Ecco che allora la questione sarebbe venuta fuori quasi da sé, oppure si sarebbe potuto avanzare qualche suggestione in proposito. E lo fece; inoltre, non molto tempo prima che fosse scaduto il tempo per lei di prendere decisioni degne di essere ricordate con una certa ragionevolezza, senza nessun suggerimento chiese il battesimo. Pochi giorni dopo, il Pastore Forbes amministrò il sacramento a mia suocera, una anziana fragile ma sempre una figlia di Dio, nel suo salotto, battezzandola nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

In una cultura di morte abbiamo fame di vita, ma secondo i nostri schemi, e alle spese degli altri, persino alle spese delle loro vite. Eppure, alcuni di noi cominceranno a vivere veramente quando avremmo perduto ogni pretesa di onnipotenza. Che è dopotutto uno dei sensi delle parole misteriose di Gesù, secondo le quali non entreremo nel regno di Dio se non diventeremo come bambini. Ester adesso era entrata in questa infanzia, e Herb era lì presente, ad accudirla, accompagnarla in carrozzina quando non si poteva più arrangiare a piedi, a parlarle fino alla fine, dal momento che un ictus molto grave l’aveva lasciata ancora desiderosa di parlare, ma incapace di articolare più di una o due parole biascicate.

Lui le stava appunto accanto quegli ultimi giorni, per timore che, qualora un miracolo le avesse restituito la deglutizione, il personale ospedaliero non l’avesse abbandonata all’inedia. Non avrebbe permesso che le anticipassero la morte con gli stupefacenti, prescritti meno per alleviare le sofferenze che per rassicurare gli astanti e liberare medici e infermieri dalla monotonia della morte naturale. Stavamo a turno a vegliare al capezzale della moribonda non perché ci fosse un qualcosa di magico per il fatto che gli atti del respiro potessero sembrare un divincolarsi dalle braccia della morte, ma perché era la cosa giusta da fare. Stava morendo, ma non volevamo che lo facesse da sola. La vita al crepuscolo era un mistero. Non era il momento di abbandonarlo, scrollarcelo di dosso come un inconveniente, una schifezza, come siamo costretti a fare per molte altre cose, nelle nostre sterili vite.

Come facciamo a conoscere quelle fugaci note di grazia che le giunsero in quelle ultime ore? Se Dio vuole, chi può ostacolarLo? Dopo circa 53 anni di tempeste e di delusioni, ma anche 53 anni di fedeltà e impegno, Herb le stava ancora vicino, senza aver mai divorziato. Il Signore Dio, contro cui lei aveva peccato nel modo più grave, non aveva mai rinunciato a rivolgerle i Suoi inviti, e come una fanciulla di più di 70 anni lei finalmente Gli aveva risposto.

Cos’è che enigmaticamente distoglie la gente dal credere nella bontà di Dio, nel Suo desiderio di stare sempre con loro, a meno che essi stessi non sfuggano a questo amore? Guarda allo specchio, e guarda la causa della disperazione altrui. Non ripetere le parole del grande divorziante al fondo dell’inferno, che dice nel suo isolamento e miseria, “ Sono da solo, sono da solo.” Dì, piuttosto, “Sono un monello testardo, e colei con la quale sono chiamato a vivere vita natural durante è una monella testarda.” Non darti molta pena per la tua “qualità di vita” o per la tua “realizzazione”‒ tutte cose avvolte in un sudario di egoismi mortali, mentre il Signore della vita, che muore per darti la vita, rantola il Suo ultimo respiro sulla croce. Se qualcuno avesse mai avuto motivo di divorziare, Lui sarebbe stato quello; nessuno ha mai amato come Lui così a fondo perduto, e nessuno è mai stato maltrattato come Lui. Tu, lettore, Lo hai tradito vergognosamente, come del resto ho fatto io. Ma Lui è rimasto fedele, e ci aspetta, per darci la vita:

Ed io, Giovanni, vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere da Dio, adorna come una sposa per il suo sposo. E udii una voce potente dal cielo che diceva, Ecco, la tenda di Dio tra gli uomini, ed egli abiterà in mezzo a loro, ed essi saranno il suo popolo, e Dio stesso abiterà in mezzo a loro, e sarà il loro Dio.

E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi; e non ci sarà più morte, né dolore, né pianto, né alcun altra sofferenza: perché le cose di prima sono passate.

E Colui che sedeva sul trono disse, Ecco, Io faccio nuove tutte le cose.

Anthony Esolen. “Culture of Divorce, Culture of Death.” InsideCatholic.com ( January 15, 2008).

Copyright © 2008 Inside Catholic

Traduzione dall’inglese di Paolo Gasparini

http://www.catholiceducation.org/articles/printarticle.html?id=5389

mag
08

L’imitazione di Maria ha prodotto nel corso dei secoli sempre nuovi orizzonti dentro cui vivere la propria fedeltà al Vangelo, e nella filigrana spirituale della bimillenaria storia del cristianesimo innumerevoli sono i percorsi di vita e di fede ispirati alla sua sequela. Tutti originali, tutti diversi l’uno dall’altro, ma straordinariamente vivi e veri nella loro adesione a Cristo, perfettamente realizzata per mezzo di Maria. Venti sono gli itinerari spirituali scelti dalla scrittrice Maria Di Lorenzo per questo libro: Venti voci per un Magnificat. Testimoni della fede sulle orme di Maria (Edizioni dell’Immacolata, Bologna, 2011). Dal medico missionario Lido Rossi alla “amica degli straccivendoli” Suor Emmanuelle del Cairo, dal grande apostolo di Maria Padre Luigi Faccenda al cuore sacerdotale di Padre Marcel Roussel, dalla straordinaria vita di fede della mistica romana Giuseppina Berettoni a quella operosa di un “imprenditore della carità” come l’ingegnere Uberto Mori, passando per i coniugi Luigi e Zelia Martin, genitori di Teresa di Lisieux, e per molti altri, quelli presentati sono testimoni di ogni tempo che nella diversità delle proprie esperienze e scelte di vita, anche molto distanti, e tutte personalissime, tracciano insieme una singolare tramatura di voci tesa a realizzare una segreta polifonia per celebrare un unico, straordinario Magnificat a “Colei che, generando la Verità e conservandola nel proprio cuore, l’ha partecipata all’umanità intera per sempre” (Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, n. 108).

apr
13

A Ezbet el-Nakhl, era arrivata un giorno, povera tra i poveri, con un carretto e un materasso e vi aveva fatto nascere un dispensario medico, un ambulatorio, una casa per anziani, un asilo, e un centro di accoglienza intitolato “Salam”, pace. Nel 1980 aveva dato vita a una associazione che porta il suo nome e che continuerà – dopo di lei – ad aiutare bambini poveri in tutto il mondo, dall’Egitto al Sudan, dal Libano alle Filippine, dall’India al Burkina Faso. “Yalla, avanti, fratelli e sorelle! La vita è bella quando si ama”, diceva lei… [continua]

mar
26

BANDO DI CONCORSO

PREMIO LETTERARIO IN PURISSIMO AZZURRO

 

Scade il 30 giugno 2011 la partecipazione al concorso letterario indetto dalla rivista culturale “In Purissimo Azzurro”. Il concorso, quest’anno alla terza edizione, e’ aperto a tutti gli autori in lingua italiana, che abbiano compiuto 14 anni di eta’, ai quali e’ dato di concorrere in una delle sezioni in cui si articola il premio, che sono: poesia, narrativa, saggistica. Il tema degli elaborati quest’anno viene dato dalla seguente espressione: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». (Lc 9, 58). I testi presentati devono essere tutti rigorosamente inediti, pena l’immediata esclusione dal concorso. Per inedito si intende un testo mai pubblicato prima, in nessuna forma, ne’ su carta ne’ sul web. La partecipazione al concorso è gratuita.

Tre le sezioni del premio in cui si puo’ concorrere:

POESIA
A) poesia singola (non più di 2 cartelle, pari a 60 righe)
B) raccolta di poesie (tra 50 e 80 cartelle)

NARRATIVA
A) racconto (max 10 cartelle)
B) romanzo (max 200 cartelle)

SAGGISTICA
A) articolo o saggio breve di argomento culturale (max 8 cartelle)
B) saggio lungo (biografia, pamphlet, testimonianza, saggio critico, monografia) della lunghezza massima di 150 cartelle (ricordiamo che per cartella si intende un testo della lunghezza di 1800 battute, ovvero 1800 “caratteri spazi inclusi” del programma di videoscrittura: si veda Strumenti – Conteggio parole).

Ogni testo va inviato con una mail di accompagnamento, la quale deve contenere: nome, cognome, data di nascita del concorrente, indirizzo postale, telefono, email, titolo dell’opera inviata con la dicitura “testo inedito”, breve nota biografica dell’autore (con l’indicazione di eventuali libri precedentemente pubblicati), autorizzazione all’utilizzo dei dati personali per le esclusive finalita’ del concorso.

Il premio consistera’ nella pubblicazione dei testi vincitori sul numero di dicembre 2011 della rivista “In Purissimo Azzurro” (sezioni: poesia singola, racconto, articolo e saggio breve) mentre per i testi primi classificati nelle altre sezioni (raccolta di poesie, romanzo, libro di racconti, saggio lungo) e’ prevista la pubblicazione presso i tipi della casa editrice indicata dagli stessi membri della giuria come la piu’ idonea a recepire la pubblicazione dell’opera vincente. La Giuria del concorso, scelta fra i collaboratori della rivista “In Purissimo Azzurro” e tra personalità di chiara fama in campo culturale, si riserva di non assegnare il premio come anche di segnalare autori particolarmente meritevoli fuori della rosa dei premiati, che potranno ricevere una proposta di pubblicazione. La Giuria ricevera’ ogni elaborato in forma anonima, privo cioe’ di contrassegni atti al possibile riconoscimento delle opere, cosi’ da assicurare trasparenza e liberta’ di giudizio di ciascuno dei membri chiamati a esprimersi con voto. Il giudizio della Giuria e’ da ritenersi insindacabile.

Gli elaborati devono pervenire via posta elettronica alla redazione di “In Purissimo Azzurro” entro e non oltre il 30 giugno 2011. Nell’oggetto della vostra mail inserite la dicitura “concorso letterario 2011″. L’invio degli elaborati va fatto al seguente indirizzo: inpurissimoazzurro@yahoo.it.

gen
20

di PETER KREEFT

In che modo Cristo rivoluziona la rivoluzione sessuale? Non spostando all’indietro le lancette dell’orologio, nè con una riedizione della morale vittoriana, nè con l’opporre la religione al sesso, ma mostrando la loro vera e intima connessione.

PETER KREEFT è docente di Filosofia al Boston College. Convertito dal Protestantesimo, è un autore cattolico molto prolifico ed è richiesto come brillante conferenziere in tutti gli Stati Uniti. Per chi volesse conoscere il suo pensiero e le sue opere il suo sito web è www.peterkreeft.com

Per rendersi conto di come la Rivoluzione Sessuale abbia radicalmente modificato il modo di pensare e di agire comuni, basterebbe appena dare uno sguardo alla rivoluzione linguistica. Non appena oggi si pronuncia la parola “morale”, non vi è chi non pensi alla morale sessuale. Si tratta di una acquisizione affatto nuova e rimarchevole, di un riduzionismo impressionante; è come se ci mettessimo tutti a intendere da ora il termine “stato” nel senso esclusivo di Russia, oppure quello di “tecnologia” a significare solo i “computer”. Dall’uso dei due paragoni si capisce che il parto di questa neolingua è del tutto logico: il sesso, la Russia e i computer sono i luoghi in cui si sono svolte le rivoluzioni più radicali.

Mai e poi mai la parola rivoluzione viene accostata ad aree morali che esulino da questa. Non si è mai sentito parlare di Rivoluzione del diritto di Proprietà o di Rivoluzione del reato di Falsa Testimonianza. Difatti, tutto il corpo della legge morale naturale si trova al suo posto, perlopiù. Quasi nessuno si imbarcherebbe a difendere il terrorismo, il sadismo, il cannibalismo, l’ aggiottaggio, la guerra nucleare, l’inquinamento ambientale, lo stupro, l’ipocrisia, la tortura, l’assassinio. Rispetto a questi argomenti la censura è pressochè universale. Le cose cambiano totalmente quando si entra nella riserva indiana del sesso.

Ricordate il mancato stato d’accusa del Presidente Clinton? Nessun Presidente Americano sarebbe mai passato indenne a fronte di una denuncia pubblica concernente uno qualunque degli atti sopra menzionati, persino una menzogna deliberata su qualsiasi cosa, escluso ovviamente il sesso.

Abbiamo presente l’aborto? Mai e poi mai verrebbe giustificata l’uccisione di un innocente, di un essere umano indifeso, tranne, beninteso, il caso del sesso. L’aborto è questo. Punto. L’unico, il solo fine dell’aborto è di essere il supporto logistico della pianificazione delle nascite e la sola ragione che fa stare in piedi il controllo demografico è di poter fare sesso senza l’impiccio dei figli. Se, infatti, fossero le cicogne a portare i bambini, avremmo il fallimento della Pianificazione Familiare (la più importante ONG che sponsorizza nel mondo contraccezione e aborto- NdT). La locomotiva che traina la fiorente economia dell’aborto è il sesso.

Eccoci al divorzio. Mettiamo per un istante che esista una attività che non implica il sesso, ma che dia luogo al triplice effetto, documentato scientificamente, del divorzio. Primo, che infranga la promessa più solenne tu abbia mai fatto alla persona per te più esistenzialmente significativa. Secondo, che riguardi un maltrattamento di minore, una devastazione della psicologia della prole, un impoverimento spaventoso della possibilità, per quei piccoli che tu hai messo al mondo e che rimangono per lungo e in largo dipendenti da te, di essere felici e di farsi una famiglia a loro volta. Terzo, che porti senza scampo al suicidio della società. Nessuna società, storicamente, ha mai potuto sopravvivere senza la famiglia stabile, fondata sul matrimonio. Si tratta infallibilmente dell’unica assoluta precondizione fondativa di qualunque altra attività umana, poichè è la prima e più intima radice che fa nascere la comunità dal singolo e che sottrae quest’ultimo al ripiegamento su di sè. Eppure questi tre effetti micidiali sono tutti provocati proprio dal divorzio. Ma non è tutto, anzi, più ancora, è una nuova specie di suicidio, il suicidio di una persona, quella novella dei “due in una carne sola”, nata dal matrimonio. Come potete pensare che goda di buona salute una società che vede morire suicidi metà dei propri cittadini? Eppure, metà dei nostri nuclei familiari si suicidano, e la società è composta di famiglie, non certo di individui. Ma, ancora una volta, il divorzio è tollerato e accettato in quanto sesso specifico. Mettiamo che sia dato per certo, scientificamente, che qualche cos’altro, non legato al sesso, abbia gli stessi tre risultati. Supponiamo il fumo, oppure lo scotch whisky, o l’ottovolante. Ci sarebbe un’alzata di scudi generale, l’nvocazione di un proibizionismo senza eccezioni, altro che tolleranza.
La rivoluzione morale ha i confini esclusivi del sesso. Non è assolutamente lecito rubare denaro, a rischio di trovarsi seduta stante in carcere, possiamo tuttavia tranquillamente rubare la sposa altrui. Non è assolutamente possibile ingannare il proprio avvocato senza subire una condanna severa, lo si può fare, invece, con la propria sposa, e LEI ne subirà pesantemente le conseguenze. E’ impossibile la caccia di frodo alle aquile reali o alle balene blu senza essere considerati criminali, ma si può impunemente uccidere i propri figli un secondo prima che le due lame delle forbici si incontrino a metà del cordone ombelicale, piuttosto che un secondo dopo, oppure un secondo prima che il neonato emerga dal canale del parto piuttosto che un secondo dopo. Che razza di logica è questa?

Ovviamente, la mente che sta dietro alla Rivoluzione Sessuale non si fa grandi patemi d’animo con la logica razionale, inoltre non c’è da sperare certo in un cambiamento repentino della mentalità che difende questa rivoluzione, sfruttando la cava degli argomenti della logica, per quanto fatta di sillogismi raffinatissimi e infallibili. C’ è bisogno di ben altro della logica per illuminare il cervello di un dipendente da sostanze. Gli argomenti logici non troveranno mai un terreno in cui crescere, terreno che è già stato arato da altri. Pensi davvero che chi è dipendente dal sesso sia più lucido del tossicodipendente? Di fatto, è proprio il contrario. Il tossicodipendente non trova perlopiù nessuna giustificazione razionale alla sua dipendenza, nè con elaborazioni concettuali, fornite dal relativismo morale; gli schiavi del sesso lo fanno, invece, abitualmente. Inoltre, solo il 5-10% degli Americani dipende da sostanze ed è un valore probabilmente da raddoppiare se si include la dipendenza alcolica. Tuttavia, la stragrande maggioranza ha vizi legati al sesso. Secondo un recente sondaggio, più della metà dei fedeli maschi della Messa domenicale è schiavo della pornografia. No, non la metà degli uomini, e neppure la metà dei maschi cristiani, ma la metà di quel già sparuto gregge che va a Messa la Domenica. Una pandemia.

Cosa si può fare, allora, per togliere il fiato a questa rivoluzione, dai danni incalcolabili, da questa nube di morte che ha colpito le famiglie, fino alla società intera? La ragione, la logica, l’argomentazione, la scienza, i fatti, il buon senso, il compromesso, il ritorno alla tradizione – nessuno di questi fattori è risolutore. Che cosa potrebbe essere sufficientemente forte? Uno e uno solo. Nulla di meno di nostro Signore Gesù Cristo.
Perchè? Perchè la radice dell’errore della Rivoluzione Sessuale sta nella confusione dell’amore con il sesso. Cristo esorcizza questa identificazione fondamentale mediante una rivelazione – non con il dirci semplicemente, ma con il mostrarci – l’amore.

I Beatles avevano ragione: tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore (“All you need is love”). Ma non la specie di amore che intendevano. Perchè hai bisogno solo dell’amore? Perchè Dio è amore, e tutto ciò di cui hai bisogno è Dio. Se hai Dio, insieme con dieci miliardi di altre cose, mentre io ho solo Lui, tu non hai una cosa sola più di me. L’amore, o la sua mancanza, trasformano tutte le altre cose. Meglio essere innamorati a Detroit piuttosto che divorziati alle Hawaii.

Il Cristianesimo gravita attorno a due verità: Dio è amore, e l’amore è (rivelato in) Cristo. Poni attenzione a questo secondo termine. Vuoi sapere cos’è l’amore? Guarda a Cristo. Prima Lettera ai Corinzi, capitolo 13, il più popolare della Scrittura, letto in quasi tutte le liturgie matrimoniali: è il ritratto di Gesù Cristo. Non si tratta della definizione astratta di un ideale, ma della descrizione concreta dell’evento storico di Gesù Cristo. Come soleva dire Papa Giovanni Paolo II, Gesù Cristo fa conoscere l’uomo a se stesso. Senza Cristo non ci conosciamo. Saremmo simili a dei cani, custoditi nella cesta, in una sala d’aspetto aeroportuale, che hanno rosicchiato la propria targhetta di identità e l’ indirizzo di destinazione. Non sapremmo più chi siamo e dove siamo diretti. Tale è chi è privo di Cristo. Lui è la Mente di Dio! E’ Lui che ci ha progettati, per Se stesso. Dico questo in senso letterale, non profano: Lui ci ha voluti per Se stesso, Dio. Per il Dio che è amore.

Ma quale amore? Un nuovo amore e di natura del tutto differente, una differenza così radicale che ha finito per convertire il mondo intero. Non è stata la teologia a convertire il mondo, ma l’amore. Madre Teresa ha convertito un incalcolabile numero di anime solamente con l’essere se stessa, una santa, un esemplare di questo amore nuovo, un amore totale, questo amore di Dio. Gesù l’aveva preannunciato. Aveva detto, “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, dall’amore che dimostrerete gli uni verso gli altri.” Se questo amore fosse stato qualcosa di già sperimentato, se fosse stato di natura romantica, erotica, empatica, compassionevole, filantropica, civica, equanime, legale, religiosa, tutte cose beninteso encomiabili, ma se si riducesse a tutto questo, se l’amore di cui parlava Cristo non fosse stato di natura radicalmente differente e nuovo, in questo caso Lui non avrebbe mai e poi mai potuto far identificare il Suo dire con il significato sotteso. Si sarebbe trattato di una contraddizione in termini. Sarebbe stato come dire: “Il mondo si renderà conto della differenza tra voi e loro dal fatto che avrete gli uni gli altri lo stesso modo di amare. Coglierebbero la peculiarità dei Miei discepoli da tutti gli altri per il fatto che la loro modalità affettiva è del tutto analoga a quella di chiunque altro.”

Ma questo è proprio l’opposto (di quello che Gesù intendeva, NdT). L’amore umano è fatto di desideri, di sentimenti, eros, bisogno. Questi amori-bisogno sono nobili. L’uomo ha bisogno della donna, la donna dell’uomo, fisicamente, spiritualmente, socialmente, psicologicamente e biologicamente. Inoltre, i piccoli dipendono dai grandi e gli adulti hanno bisogno dei bambini. Gli studenti necessitano degli insegnanti e viceversa. Ma l’amore che Cristo ha portato è l’amore che è Dio, e Dio, come è noto, non ha bisogno di qualcosa. Dio è solo e tutto dispensatore di doni.

Ecco ciò che ha motivato la discesa di Cristo, la Sua morte, il versamento massivo del Suo Sangue. Non ne aveva affatto bisogno. Una sola goccia avrebbe salvato il mondo. Perchè ne ha versato 12 quarti di gallone (dieci litri circa, NdT)? Perchè ne aveva a disposizione proprio 12 quarti.

Facciamo adesso un passo successivo, mettendo in relazione questa strabiliante e nuova modalità del dono, che è la vera natura di Dio, con il sesso. La Rivoluzione Sessuale ha separato le due cose; dobbiamo rifare l’unità perduta. Ma come? Prima di tutto nella nostra mente, poi nei fatti. Se non pensiamo bene, non agiremo mai e poi mai nel modo giusto. Senza una carta di orientamento, perderemo infallibilmente la strada. Abbiamo già dato uno sguardo contemplativo sulla radicalità della Rivoluzione Sessuale. Si è trattato di un radicale mutamento degli atteggiamenti, non v’è alcun dubbio, eppure la radicalità più spinta va cercata nello stravolgimento del modo di pensare. E il più radicale cambiamento del modo di pensare è consistito in una sottrazione, non in una integrazione. La più cospicua e singola risultante di tutta quella dilagante educazione sessuale profusa a diritto e rovescio nell’ultimo mezzo secolo non è consistita in una nuova forma di conoscenza, ma in una nuova ignoranza: ignoranza della vera, unica essenza del sesso, il significato essenziale e lo scopo del sesso. Il sesso fa i figli. I bambini non sono un accidente del sesso! La gravidanza non è una malattia. I figli sono ciò che il sesso fa se lo si lascia libero di fare il suo corso. Il sesso dà origine a delle nuove persone immortali. Il sesso è incredibilmente, magicamente, preternaturalmente creativo perchè imita il Creatore. E’ parte dell’immagine divina. Non è un caso che la Scrittura menzioni per la prima volta “l’immagine di Dio”, nel Genesi, in occasione della prima citazione del sesso: ” E Dio creò l’uomo a Sua immagine, ad immagine di Dio Egli lo creò: maschio e femmina Egli li creò.”

Noi, uomini della modernità, pensiamo il sesso come relativo a noi; non lo è; è in relazione ai nostri figli. Da moderni, figli dei lumi della nuova età adulta dell’umanità, avendo superato definitivamente il legalismo, siamo infatti diventati tutti personalisti, abbiamo davanti finalmente l’uomo concreto, non le leggi, le regole, i comandamenti. Quello che ci sta davanti è l’uomo che fa sesso, non vogliamo più che abbia problemi, ma che si diverta e goda. Non male, ma ci siamo scordati, con la “fissa” del fare sesso, del fatto che è il sesso a mettere al mondo la gente.

Eppure, siamo riusciti a riprogrammarlo in modo tale che questo è diventato del tutto impossibile. Lo abbiamo intercettato. Siccome però è proprio il modo scelto da Dio per creare, abbiamo finito con l’ intercettare Dio. Corrisponde esattamente all’operazione di intercettare, riplasmando la Liturgia eucaristica, la pronuncia delle parole della consacrazione “Questo è il Mio Corpo” così da impedire a Gesù di realizzare la Transustanziazione, perchè non si desidera più quella nuova vita, ma solo l’impulso eccitante di una messinscena. Ecco la vera carta d’identità della contraccezione. E’ impedire a Dio di parlare, ponendo una barriera, un diaframma tra Lui e il miracolo che Egli avrebbe potuto, concedendoGlielo, operare su di noi.

Mai documento, insegnamento ufficiale della Chiesa, in duemila anni di storia, è stato tanto vituperato, odiato, ignorato, disatteso quanto l’Humanae Vitae. Qual è l’insegnamento della Chiesa più impopolare, oggi come oggi? Non c’è assolutamente nulla che si avvicini neppure lontanamente a questo. E’ l’insegnamento della Chiesa circa la morale sessuale. Questo e solo questo, da quel dì, è il motivo per il quale il mondo ha un sacro terrore della Chiesa. La Chiesa è, infatti, fondamentalista nei riguardi del nostro comfort sociale e della vera religione. Ma una falsa religione, e falsi dei, possono solo essere messi alla berlina dalla vera religione, dal vero Dio.

L’ Humanae Vitae è stata profetica. La “Pillola” è stata una bomba nucleare, a fissione. Ha, infatti, disintegrato il nucleo della famiglia, frazionando l’atomo del sesso, separando il piacere dal suo frutto, il suo fine unitivo da quello procreativo, scindendo il sesso dalla vita (nascente).

In che modo Cristo rivoluziona la Rivoluzione Sessuale? Non facendo ritornare indietro le lancette dell’orologio, non mediante una nuova epoca vittoriana, non mettendo di fronte la religione al sesso, ma mostrando la loro profonda e intima connessione. Che cos’è questo legame?

Proprio il contrario di quello che aveva in mente Freud. Freud, infatti, pensava che la religione fosse solo un volgare sostituto del sesso. Cristo mostra invece che è il sesso a essere un misero surrogato della religione, della vera religione, segnatamente, della religione che Freud ignorava affatto. Freud congetturava che l’amore fosse il vicario della lussuria. Cristo sapeva che la lussuria era la caricatura dell’amore. Se Freud si fosse trovato nel giusto, ne sarebbe seguito che, quanto più uno si fossa dato al sesso, tanto meno avrebbe avuto bisogno della religione, in modo tale che gente felicemente sposata, con a disposizione un bel pò di sesso felice, sarebbe ben presto approdata all’ateismo.

Ma non succede. Queste predizioni si sono rivelate del tutto infondate. I dati sperimentali contraddicono la teoria. Chi è sessualmente attivo non diventa ateo. Nemmeno nei College. La cultura dominante, interessandosene, li ha semplicemente trasformati in bordelli gratuiti, sogni impossibili per gente sessualmente eccitata. Eppure anche questi giovani, e certamente le loro prostitute a basso prezzo, non sono affatto atei spensierati. Non sono ne’ l’uno ne’ l’altro: ne’ atei ne’ felici. Soddisfare le proprie basse voglie non rende più felici, di una felicità spirituale, di quanto non lo facesse per Sant’Agostino. Sembra proprio che non sia Dio un banale riempitivo del sesso, ma proprio il sesso a indossare la maschera del meschino burattino, vicario di Dio.
Tuttavia bisogna ammettere senza esitare che, tra tutti i sostituti di Dio, il sesso è certamente il più avvenente. Questo perchè è una sorta di icona di Dio. Eros è immagine di agape. L’amore tra uomo e donna è immagine, icona dell’amore tra le Persone divine. E’ evidente che solo delle realtà molto nobili possono trasmutare in dipendenza e idolatria. Nessuno si sognerebbe di fare incetta a tutto spiano di graffette o di innamorarsi dei videogiochi collettivi. Non è possibile fare una religione a partire dalle lavatrici. Eppure tutto questo è possibile a partire dal sesso.

Il sesso è così vicino alla religione per il semplice fatto che l’ultimo orizzonte, il centro e il cuore di ogni religione vera è il matrimonio spirituale con Dio. E’ questo il piano per il quale siamo stati creati, è la sola realtà che ci trascinerà in una estasi eterna, eternamente giovane. Non è altro che questo il messaggio biblico. L’ultima parola della storia, dice l’Apocalisse, è un fatto: il matrimonio dell’Agnello e la Sua sposa, Cristo e la Chiesa, Dio e l’uomo. E’ il punto omega, lo scopo, il valore più sublime, il bene più prezioso, il significato, la consumazione e la perfezione della vita umana.

Cos’è mai che rende il sesso, questo meccanismo di spremitura recettoriale, così seducente? Perchè è una delle rare esperienze elementari, in questa vita, che rassomiglia a queste visioni. E’ una estasi, letteralmente – parola che significa “uscire fuori di sè” – oblio di se stessi, autotrascendimento, il superamento di quella solitudine esistenziale che ciascuno porta inseparabilmente con sè in questa terra insieme a quella meravigliosa, piccola e terribile parola “Io”. L’ “Io”, è impaziente finchè non diventa “Noi”. In ultima analisi, perchè Dio è un “Noi”.

Non è tanto la biochimica dell’ eccitamento a suscitare l’attrattiva per il sesso ma l’esperienza affatto personale di sapere che l’altro ti ha accolto dentro il suo spazio sacro, anima e corpo. E’ una intimità, una solitudine, una solitudine comune, dal momento che sperimentiamo che l’altro/a che amiamo, a sua volta ci ama, e che i due fiumi dell’amare e dell’essere amati si incontrano come due raggi di luce che diventano uno, o come due fiumi di lava confluenti. I due diventano veramente uno e, paradossalmente, proprio nel momento in cui si perdono l’uno nell’altro, ciascuno scopre la verità segreta del proprio essere, della propria individualità. In quale altro momento i due amanti possono raggiungere il massimo della loro pienezza individuale, se non quando sono precisamente persi totalmente l’uno nell’altro/a? Com’è possibile? Lo è, perchè è cio che è Dio: e questa è la ragione per cui è anche l’ultima legge della vita: il chicco di grano deve morire, sepolto nella terra, condizione per la sua sopravvivenza. Perdi la tua vita, unico modo per trovarla. Doni, ed è ancora l’unico modo per ricevere. Dimentichi te stesso, unica condizione necessaria per ritrovarti. E’ proprio una sorta di abbandono mistico, di perdita delle proprie facoltà. Diventi l’altro, senza per questo minimamente cessare di essere te stesso.

Sì, altre esperienze nella vita fanno notoriamente conseguire un barlume di questa eccitazione, simili al sesso, ma molto più raramente e debolmente. Un esempio: la grande musica, o il surf su una onda gigantesca. Dio, tuttavia, ha predisposto che il sesso sia la strada regale. E’ la ragione per la quale Egli non ha deciso che i bambini siano originati dall’ascolto di Beethoven o dallo stare bene aggrappati con le dieci dita dei piedi alla tavola da surf.

In breve, per il disegno divino della creazione, noi tutti siamo invariabilmente destinati al coinvolgimento nel matrimonio spirituale, a divenire una cosa sola con Lui; non è per questo che siamo così inquieti di raggiungere l’eccitazione mediante l’unione reciproca, noi, in quanto vere immagini di Dio? Proprio perchè siamo fatti a immagine di Dio è l’unione sessuale a costituire l’immagine vera dell’unione con Dio. E’ un desiderio del Cielo, una scialba ma vera immagine della Visione Beatifica.

S. Tommaso d’Aquino afferma: “Nessun uomo può vivere senza gioia” (cioè senza estasi, che è qualcosa di molto più intenso della felicità, sulla quale possiamo “mettere le mani”, sotto il nostro controllo, e quindi sfociare nel tedio, mentre la gioia è sempre una sorpresa, un dono). L’ Aquinate prosegue: ” Nessun uomo può vivere senza gioia; e questa è la ragione per la quale tutti coloro che sono privati di quella vera, spirituale, necessariamente si riversano nei piaceri carnali.” L’origine della Rivoluzione Sessuale è religiosa. La Rivoluzione non avrebbe mai e poi mai aver avuto luogo senza la previa perdita della vera religione, della gioia spirituale, della passione religiosa, l’amore appassionato di Dio. La Rivoluzione non avrebbe mai potuto attecchire senza di questa, e senz’altro nemmeno senza la Pillola, che permette di avere rapporti senza conseguenze e responsabilità esistenziali. Ci siamo buttati alle spalle le due gioie più profonde, durature e grandi, l’eternità dell’amore di Dio e l’amore terreno di una sposa, della famiglia e dei figli, le due gioie che scaturiscono dall’atto più disinteressato di amore, dono di sè, dall’avventura più radicale di non tenere per sè nulla; e abbiamo barattato questi due tesori drammatici per che? Per il piacere meschino, effimero, piccino che è tale proprio perchè deve stare attento a non dare tutto, a tenere per sè qualcosa, che include la fecondità, la famiglia, il futuro e la fatica dell’impegno. Un’avventura micidiale. Che avventura terribile sono i figli! Essere colpiti da una convulsione è certamente meno traumatico di avere bambini. Tuttavia, siamo tristi e perciò disperati proprio perchè siamo congenitamente programmati per un idillio completo e selvaggio, del tutto o del niente, mentre rimane l’amaro in bocca, scoprendo come il tutto si riduca a un mero possesso, triviale e di una torturante monotonia.

Siamo bugiardi matricolati. Pretendiamo di essere felici. La liturgia laica abituale esordisce abitualmente con un “Come stai”? E la risposta deve essere invariabilmente “Bene,” anche se il cane è appena deceduto, la suocera viene a convivere stabilmente con te, i tuoi figli pensano che sei un tipo socialmente inetto e tua moglie sta affannosamente cercando i numeri di telefono degli avvocati divorzisti. Ma va bene, tutto bene, a tutti.

Se stiamo tutti bene, com’è possibile che il tasso di suicidio tra gli adolescenti sia schizzato del 5 mila per cento tra il 1950 e il 1990? Può mai essere cercato un parametro più indiscutibile di questo nel misurare l’infelicità? In che modo Gesù Cristo risponde a questa sfida? Che cosa ha a che fare Cristo con la Rivoluzione Sessuale, le sue radici, i suoi frutti? Tutto. In quanto solo Cristo offre l’intimità con Dio, proprio quello che cerca la Rivoluzione Sessuale, ma ignora. Come affermava Chesterton, Quando l’adultero bussa alla porta del bordello, sta esattamente cercando la cattedrale.

Pertanto solo Cristo è la risposta alla Rivoluzione Sessuale. Nessun’altro offre l’intimità con Dio.

Ciò che ho appena detto vi farà pensare a una mia bizzarria. Come oso mettere in relazione queste due cose, Cristo e il sesso? Eppure devo farlo, perchè sono le due cose più affascinanti della nostra vita, inoltre sono entrambe rivelazione dello stesso Dio, il Dio dell’amore.

Non ho fatto altro che rammentarvi l’essenza della Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II. E’ la risposta della Chiesa alla Rivoluzione Sessuale. La Chiesa ha una risposta puntuale alle nuove eresie, mediante nuove definizioni, nuovi approfondimenti, nuovi rimodellamenti della stessa eterna verità. Ma quanto è importante questa risposta? Tanto quanto la Rivoluzione Sessuale. L’importanza di San Giorgio dipende da quella del drago. Quella del Dr. Von Helsing dipende dall’importanza di Dracula.

E quanto conta il dragone, o il Dracula della Rivoluzione Sessuale? Bene, questo ha a che fare con l’importanza della famiglia, esattamente per la stessa e medesima ragione: la Rivoluzione, nei riguardi della famiglia, sta esercitando il ruolo di Dracula.

Ma quanto è importante la famiglia? E’ il fondamento di tutta la società, di ogni società umana, e la sorgente della felicità più inesauribile (come pure della più tragica infelicità, per converso), in quanto è l’immagine di Dio. Dio non è solitario. Dio è una famiglia.

Penso che la famiglia sia, dal punto di vista di Dio, anche più importante dell’ortodossia dottrinale, proprio perchè la famiglia è la autentica immagine e presenza di Dio in mezzo a noi. L’Islam e il Mormonismo sono entrambe delle eresie teologiche, eppure si stanno diffondendo molto più celermente del Cristianesimo, con la benedizione di Dio, dato che Mormoni e Musulmani, oggi, sono molto più fedeli dei Cristiani alla famiglia, alla morale sessuale, al matrimonio e alla procreazione.

I Musulmani hanno cercato, senza risultato, di conquistare con la spada l’Europa Cristiana per 13 secoli; ci stanno riuscendo adesso con un’arma infinitamente più efficace: le madri. Hanno bambini e famiglie a iosa, e i Cristiani tutto il contrario. Allora perchè stupirci se Dio gli sta mettendo in mano l’Europa perchè ne sono degni, mentre noi no.

Tutto questo è esecrabile, perchè nè Maometto nè Joseph Smith (padre fondatore dei Mormoni, NdT), sono la risposta alla Rivoluzione sessuale. Cristo lo è. Lui non fa vedere solo il Disegno, come fa il Papa; Lui E’ il Disegno. Egli non ci insegna tanto la Parola di Dio circa il sesso, ma Lui E’ la Parola di Dio sulla sessualità. Non ci rende semplicemente più dotti sul matrimonio spirituale, Lui E’ il matrimonio spirituale. Egli è il significato integrale, il fine, il cuore e la fruizione del sesso, di tutta la nostra vita, fin alle ultime fibre, nella vita presente e nell’altra. E’ la Mente di Dio, Lui è l’inventore del sesso, l’icona e il mediatore dell’estasi Celeste, il matrimonio mistico, del quale (il sesso) è l’icona.

Conoscere Lui è afferrare il senso delle cose. Fuori di Lui, non possiamo conoscere Dio, noi stessi, il significato della vita, della morte, del sesso.

Ci sarebbe da aggiungere qualcosa alla antropologia Cristiana e alla filosofia Cristiana della sessualità. Sarebbe necessario sapere molto più di questo. Ma nulla di meno.

 

(c) Traduzione di Paolo Gasparini

Il testo originale in inglese – Christian anthropology versus the Sexual Revolution, an address to the The Catholic Medical Association’s 79th Annual Educational Conference (October 27-30, 2010) – è stato pubblicato su:
http://www.catholiceducation.org/articles/printarticle.html?id=6741

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ott
18

di PAOLO GASPARINI

Anche se poveramente, è indispensabile dare uno sguardo alla potente visione di teologia della storia sgorgata dal cuore di Benedetto XVI, il cui contesto è stata la introduzione al Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente di lunedì 11 ottobre. Riallacciandosi all’apertura e la chiusura dell’evento ecclesiale più importante del ‘900, il Concilio, il Papa ha collegato in un unico evento l’affidamento alla Madre di Dio, – anche per questa assise -, vedendolo rappresentato, come facevano i primi cristiani, testimoniato dall’arte, dall’accostamento delle due icone della Theotócos e della Mater Ecclesiae. Il Papa, in realtà, ha aggiunto una ulteriore icona, quella del capitolo 12 dell’Apocalisse, la contemplazione dell’aggressione del drago alla Chiesa, Madre del Santo e dei santi, e al Santo stesso, a sua volta custoditi dal Capo e dal Corpo, la fede cattolica dei semplici e la testimonianza dei martiri. La prima icona è quella delle “ due Trinità”, del Murillo: l’Incarnazione, l’evento della Theotócos, attira la Madre nel Signore, e quindi nella Trinità, e noi tutti in lei, come san Giuseppe. La seconda icona è quella di Pentecoste: il Capo è nato per crearsi un Corpo, per attirare tutti a sé e in sé, Capo di un grande Corpo. C’è un parallelismo impressionante tra queste due icone e la terza, quella dell’ultimo libro della Scrittura. Si tratta di una nascita. Nel primo caso, mistero della vita nascosta, Giuseppe cede il posto allo Spirito Santo e lascia che si dia corso all’unione più feconda del cosmo e della storia. Nel Cenacolo nasce il Corpo di Cristo, dopo il passaggio del ponte del mistero pasquale. È l’universalizzazione della sua nascita nella unità della Chiesa cattolica, riuniti in questo suo Corpo. A Patmos, il discepolo amato vede, infine, in anticipo, il parto più doloroso di tutti i tempi e dell’universo. È una nascita cosmica, attraverso il grido del Corpo, del sangue dei martiri. Il secolo breve è stato, infatti, quello più sanguinoso della storia. Ecco, infine, ciò che unifica i tre eventi, che sono un unico evento salvifico: in realtà l’intenzione dell’autore sacro, il senso da lui inteso, non è quello più usato e conosciuto, familiare e incisivo, di descrivere e prevedere le circostanze, la situazione, la cornice, il contesto storico, della persecuzione legata alla nascita a Betlemme del Messia, la caduta degli dei, dell’imperatore, il “divino” Cesare. Nemmeno lo scatenamento delle potenze “necrofile” del secolo scorso, del relativismo, unica religione e ragione delle democrazie liberali. La terra, la fede della gente semplice, tanta, assorbe queste ideologie distruttive e, così, salva la Donna e il Bambino, la retta fede cattolica. È il mistero mariano ed eucaristico, infatti, che è il cuore della Chiesa, è nel cuore dei piccoli e degli umili, coloro che dipendono, che non sono autosufficienti. E’ da essi custodito, come faceva Giuseppe, a Nazaret, e i discepoli riuniti attorno a Maria nel Cenacolo. Più che le fondamenta esteriori, l’autore sacro, lo Spirito Santo, vuole spingerci a consolidare quelle interiori, la retta fede, la terra che si lascia prendere tra le mani dal Signore, si lascia custodire, portare sulle spalle, come l’Agnello, sulle spalle del Buon Pastore, per essere condotta ai pascoli celesti, dopo la salita del Golgota, dove si unisce l’umanità con la divinità, il Capo con il Corpo, il cosmo con il suo Spirito creatore.

ott
15

Il 17 ottobre la canonizzazione di André Bessette
Ha diffuso in Canada
la devozione a san Giuseppe

di Mario Lachapelle
Religioso della congregazione
di Santa Croce e vicepostulatore

*

André (Alfred) Bessette – che viene canonizzato da Benedetto XVI domenica 17 ottobre – ha venticinque anni quando arriva a Côte-des-Neiges per prepararsi al noviziato nella congregazione di Santa Croce. Trova una comunità dinamica ma ancora fragile, come la sua salute. Tuttavia il giovane dimostra subito di essere una figura importante per la comunità. Portinaio del collegio, accetta anche di svolgere altri compiti.

Un tratto del suo carattere lo contraddistingue da lungo tempo. Già durante il noviziato il suo formatore diceva: “Questo uomo sa pregare”. La sua preghiera intensa e la sua devozione a san Giuseppe attirano l’attenzione e le persone vengono sempre più numerose a chiedergli di pregare per loro. Gli confidano le loro sofferenze e le loro difficoltà. La sua vita è stravolta, e anche quella del collegio, con tutte quelle persone che aspettano davanti alla porta.

Fratel André non pensa di rinunciare al compito che gli è stato affidato. Sente che il Signore lo chiama a un’altra missione, ma si tratta di trovare il tempo per rispondere a questa chiamata, continuando nel frattempo il lavoro quotidiano. Quando i superiori gli dicono che non può più ricevere i visitatori nel collegio, trova insieme a loro una soluzione. Li aspetterà nella piccola stazione del tram, di fronte al collegio, dopo il lavoro.

Non è però facile per fratel André svolgere l’attività di portinaio e allo stesso tempo rispondere alla chiamata di rendersi disponibile all’accoglienza dell’altro e alla preghiera. Per rispondere in modo più adeguato, avrebbe bisogno di un luogo di accoglienza e di un piccolo santuario dedicato a san Giuseppe. Questo luogo lo vede tutti i giorni dalla finestra della sua portineria sulla collina del monte Royal.

Nel 1896 il collegio Notre Dame acquista un terreno sulla collina. Fratel André vede in ciò un segno. Nel 1904 il progetto inizia a prendere forma. Il piccolo oratorio può accogliere poche persone ed è aperto solo alcuni mesi dell’anno, durante l’estate. Per cinque anni ancora fratel André continua a lavorare nel collegio e instancabile, fa la spola con il suo oratorio.

Nel 1909 la cappella è ampliata e viene costruito un piccolo ufficio per l’accoglienza. Fratel André riceve un nuovo compito: quello di custode dell’oratorio. Può così dedicarsi interamente al suo nuovo ministero fatto di accoglienza, di ascolto e di preghiera.

Verso la fine della vita, André confida a un confratello che “la santità non arriva come una sferzata”. Pochi giorni prima della morte avrebbe chiesto al suo superiore di pregare per la sua conversione. Colui che tutti consideravano un santo, non si riteneva tale.

Possiamo distinguere alcune tappe nello sviluppo della vita di fede di fratel André. La prima è quella della gioventù (1845-1870) in cui ha conosciuto grandi prove. Questo periodo gli ha permesso di rafforzare il rapporto con Dio. Osserviamo che invece di allontanarlo dal Signore, gli eventi infelici della vita lo hanno avvicinato a Lui.

Poi c’è il periodo che va dal 1870 – anno del suo ingresso nella congregazione della Santa Croce come religioso – al 1904, anno della costruzione della piccola cappella dedicata a san Giuseppe sul monte Royal. Molti sono i compiti affidatigli, nonostante la sua salute cagionevole. Accoglie visitatori e parenti. Il prossimo diviene una realtà importante per lui, che si apre agli altri come ha saputo aprirsi al Signore. Evita così di chiudersi in quel rapporto esclusivo con Dio a cui le prove della vita avrebbero potuto condurlo. Impara che non si può amare veramente Dio senza amare il prossimo e non si possono amare gli altri senza riconoscere in loro la presenza di Dio. L’accoglienza, la compassione e l’apertura diventano i tratti caratteristici della sua persona. A sessant’anni fa costruire il più grande santuario del mondo dedicato a san Giuseppe.

Attraverso le conversazioni con la gente ha lasciato un messaggio semplice che parla di un Dio buono, vicino a noi: nessuno è troppo piccolo ai suoi occhi per essere escluso dal suo amore; per questo Egli ci invita ad avvicinarci a lui e ad amarlo amandoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle.

Infine c’è l’ultima fase, quando folle sempre più numerose cominciano a recarsi al santuario del monte Royal: occorre offrire loro dei servizi. Dal 1912 un gruppo permanente si è stabilito nell’area. Con grande gioia di fratel André, il santuario può ora proporre ai pellegrini celebrazioni eucaristiche quotidiane e sacerdoti per il sacramento del perdono. Nel 1918 una nuova chiesa si aggiunge all’oratorio iniziale. Questa può accogliere circa mille persone. Ma i posti non bastano. Fratel André si dedica ad accogliere le migliaia di persone che si recano da lui per confidargli le loro sofferenze. Molte ripartono guarite, altre lasciano l’oratorio con fede e coraggio rinnovati.

Nonostante l’età avanzata, fratel André vuole ancora visitare i malati e soprattutto vuole passare molte ore in preghiera. Il piano per la costruzione di una grande chiesa sul fianco del monte Royal va avanti e si concretizza. La prima pietra viene posta nel 1924, ma la crisi economica degli anni trenta rallenta i lavori. Qualche mese prima della morte di fratel André, gli ingegneri sono preoccupati. Bisogna portare a termine il tetto altrimenti gli immensi muri rischiano danni. Fratel André invita la comunità a mettere una statua di san Giuseppe nella chiesa. Lascia al suo santo amico la preoccupazione di trovarsi un tetto. Ispirata da un simile gesto di fede, la comunità intensifica gli sforzi e trova i mezzi.

Fratel André muore il 6 gennaio 1937 e non vede ultimato il progetto. Ricordiamo questa confidenza fatta ai suoi amici: “Quando sarò morto, avrò molto più potere per aiutarvi”.

(© L’Osservatore Romano – 16 ottobre 2010)

set
19

La rivista In Purissimo Azzurro, diretta da Maria Di Lorenzo, ricorda il ventennale della morte del “giudice ragazzino”, il servo di Dio Rosario Livatino, che fu ucciso dalla mafia a soli 37 anni la mattina del 21 settembre 1990 mentre si recava al lavoro presso il tribunale di Agrigento. Poesie, riflessioni, articoli, pellicole e altro per tenere alta la fiaccola della memoria su questo giudice e cristiano autentico per cui la Diocesi di Agrigento ha deciso di recente di aprire il processo di canonizzazione. > leggi lo speciale dedicato a Rosario Livatino

set
12

C’è un solo vaso di gerani
dove si ferma il treno,
e un unico lampione
che si spegne se lo guardi,
e il più delle volte
non c’è ad aspettarti nessuno,
perché è sempre troppo presto
o troppo tardi.
- Non scendere – mi dici, -
continua con me questo viaggio! -
e così sono lieto di apprendere
che hai fatto il cielo
e milioni di stelle inutili
come un messaggio,
per dimostrarmi che esisti,
che ci sei davvero:
ma vedi, il problema non è
che tu sia o non ci sia:
il problema è la mia vita
quando non sarà più la mia,
confusa in un abbraccio
senza fine,
persa nella luce tua
sublime,
per ringraziarti
non so di cosa e perché.

Lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,
lasciami
quest’orgoglio smisurato
di esser solo un uomo:
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima.

Alla stazione di Zima
qualche volta c’è il sole:
e allora usciamo tutti a guardarlo,
e a tutti viene in mente
che cantiamo la stessa canzone
con altre parole,
e che ci facciamo male
perché non ci capiamo niente.

E il tempo non s’innamora
due volte
di uno stesso uomo;
abbiamo la consistenza lieve
delle foglie:
ma ci teniamo la notte, per mano,
stretti fino all’abbandono,
per non morire da soli
quando il vento ci coglie:
perché vedi, l’importante non è
che tu ci sia o non ci sia:
l’importante è la mia vita
finché sarà la mia:
con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me.

Guardami,
io so amare soltanto
come un uomo:
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono…
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va, alla stazione di Zima.

ROBERTO VECCHIONI

ago
15

Regina del cielo e della terra, ma soprattutto nostra madre

di PAOLO GASPARINI

“Sul suo capo una corona di dodici stelle” dice la Scrittura di Maria. Agli apostoli, d’altra parte, che hanno seguito Cristo, fu promesso che si sarebbero seduti sui dodici troni, per giudicare le dodici tribù d’Israele.

Non è una favola, né un’offesa a Dio, unico re di tutto ciò che esiste nel cielo e sulla terra, unico sole che illumina i pianeti, la luna e feconda la terra. È una realtà che plasma profondamente la nostra vita, la storia. Ognuno di noi desidera interferire, influire sui destini degli altri e della storia, portare qualcosa di grande nel mondo. Non è superbia, ma umile attitudine di anime grandi.

Ogni dogma mariano rivela in lei, nella “piena di grazia”, ciò che in noi inizia e siamo chiamati a diventare. Esternamente, per quanto riguarda l’aspetto materiale della loro esistenza, la vita di Maria e Giuseppe non era per nulla diversa, anzi, forse ancora meno povera, rude o non era più meritevole di quella di molte famiglie. Molti hanno sofferto e soffrono più di loro per malevolenza, per sradicamento o per esilio. Tutta la loro bellezza, la loro regalità, al di fuori del “sole spirituale”, Cristo Gesù, non ha alcun interesse per la storia. Nessuno ha ricevuto, tuttavia, più di loro, una così grande gratuità della grazia divina. D’altra parte, però, nessuno ha accolto con un cuore così povero e puro i doni di Dio.

Ogni loro pensiero e ogni loro azione era compiuto in Dio, in perfetta unione con Dio. È questo il significato del Cuore immacolato di Maria o di quello sacratissimo di san Giuseppe, irraggiungibile per noi. L’esempio di questi cuori ci mostra chiaramente che per esercitare la missione di madre, di generare la fede nei fratelli, o quella temporale di padre o di custode, non è necessaria una grandezza puramente politica, economica o di pensiero. Tutte queste forze esistono e influiscono certamente sulla storia dei popoli, delle culture, ma alla fine la Scrittura ci dice che il potere più grande, paradossalmente, ma non in modo contraddittorio, appartiene ai poveri e ai puri di cuore, a coloro che sono uniti a Dio.

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ago
13

Un mese fa, il 13 luglio 2010, moriva a Roma il grande giornalista e scrittore Giuseppe De Carli. Da vaticanista del Tg1 aveva seguito per vent’anni Giovanni Paolo II nei suoi innumerevoli viaggi, per poi fondare Rai Vaticano, la struttura che attualmente dirigeva. Tra le iniziative più clamorose da lui pensate e realizzate «La Bibbia giorno e notte», un’idea unica e incredibile: far leggere l’intero testo sacro, Antico e Nuovo Testamento, integralmente e senza interruzioni da oltre milleduecento lettori che si sono alternati sul leggìo della chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme nell’ottobre del 2008.

Nato a Milano il 18 giugno 1952, plurilaureato (filosofia, scienze politiche e il baccalaureato in Teologia costituivano il suo background culturale), De Carli è stato “la voce del Papa”, entrando nelle case di milioni di italiani con la sua voce inconfondibile e sicura, la simpatia e una passione contagiosa per la Chiesa, che ha amato e fatto amare da vero figlio di Dio. Questa voce, aggredita dal male, si è spenta per sempre ai suoni di questo mondo terreno la mattina del 13 luglio 2010 al Policlinico Gemelli di Roma.

Per ricordarlo è stata appena aperta una pagina su Facebook, a cui vi invitiamo tutti ad aderire, ed un sito web Comunicatore della Verità per raccogliere ricordi, messaggi, testimonianze. Diciamo pubblicamente grazie alla scrittrice e giornalista Maria Di Lorenzo, sua amica e collega, che ci ha segnalato tale splendida iniziativa per ricordare un grande professionista dell’informazione religiosa e un uomo grande perchè autenticamente cristiano.

ago
02

di RINO FISICHELLA


“Tommaso, beati coloro che crederanno senza aver visto…”. (Giovanni, 20, 29). Siamo dinanzi al paradosso della fede: vedere, toccare, sentire… la fede ha bisogno dei sensi; sono per lei come un fatto determinante senza il quale mancherebbe qualcosa di fondamentale, di unico come la possibilità di abbandonare tutto se stessi al mistero che ci viene incontro. Credere senza vedere: si è rimandati a qualcosa di straordinariamente grande eppure semplice! Viene per tutti il momento in cui diventa necessario abbandonarsi usque ad finem sine fine; ne va della propria vita e della capacità a sperimentare in se stessi la forza della decisione che permette di raggiungere il senso definitivo di una vita.

Invisibile non per questo è impercettibile; ciò che non si vede lo si può toccare, sentire e nella misura in cui questo avviene si aprono altri occhi ugualmente degni di essere analizzati, quelli della fede. Habet namque fides oculos suos diceva giustamente Agostino; gli occhi della fede che fissano il mistero dell’amore sanno percepire l’amore come reale e vero, lo vedono all’azione come fecondo e ne consentono di esprimere in pienezza la realtà.

Sedici secoli dopo Agostino, un altro autore ben differente dal filosofo di Tagaste, Antoine de Saint-Exupéry, esprimerà lo stesso identico concetto in Le pétit Prince, un libretto che tutto è tranne che una fiaba per bambini. On ne voit bien qu’avec le coeur. L’essentiel est invisible pour les yeux. “Si vede bene solo con il cuore…” ma anche il cuore, comunque, per riprendere il pensiero di Pascal ha des raisons que la raison ne connait pas. Si devono trovare pertanto ragioni che differiscono da quelle che la mente produce per scoprire di quale natura si tratta e quale logica perseguono.

Le ragioni del cuore non sono il sentimento, ma pur sempre ragioni che provocano ad andare oltre il sentimento per dare a esso lo spessore necessario per sopravvivere oltre il tempo e superare i limiti dello spazio. Le ragioni del cuore seguono un sentiero diverso dalle ragioni della mente e, pur tuttavia, giungono a un tutt’uno che sfocia nell’unità della persona che riflette e che decide di sé oltre se stessa nell’atto, appunto, di abbandonarsi al mistero in un amore che non ha confini.

La parola che pronunciamo è la più sacra che il cristianesimo possiede; dice semplicemente: amore. Per una sola volta all’interno dei 73 libri che costituiscono la Bibbia cristiana viene rivelata la natura stessa di Dio: ho theòs agàpe estìn (1 Giovanni, 4, 8): Dio è agàpe. Mai nessuno fino a quel momento aveva saputo o forse osato applicare a Dio questa dimensione. L’amore dei greci conosceva ben altri termini: èros, filìa, storghè, ma nessuno di questi corrispondeva a quanto Giovanni aveva vissuto in prima persona ai piedi della croce: in quel momento, l’invisibile Dio che mai nessuno aveva visto (cfr. Giovanni, 1, 18), diventava visibile nell’atto di donare tutto se stesso.

L’intera sua esistenza raccolta nei suoi 33 anni, fatta di dedizione agli altri, di annuncio del regno di misericordia, diventava in un attimo concreta e tangibile: Gesù di Nazaret che diceva di sé di essere il Figlio del Padre rendeva visibile il vero volto dell’invisibile Dio. Sul Golgota avviene qualcosa che trasformerà il corso dei secoli: l’amore diventa visibile e si connota come il dare “tutto” senza trattenere nulla per sé, senza chiedere nulla in cambio, l’amore diventa dare la vita per la persona che si ama. Non un amore passeggero, effimero perché la vita è tutto ciò che si possiede, ma un amore che rimane e dura per sempre.

“Dio mai nessuno lo ha visto il Figlio lo ha rivelato” (Giovanni, 1, 18); cioè ci ha mostrato il volto. Per primo dobbiamo all’apostolo Paolo l’aver compreso la grandezza di questa possibilità. Nella sua lettera ai primi cristiani di Colossi scriverà: “Cristo Gesù è èikon del Dio invisibile” (Colossesi, 1, 15). Il termine all’epoca indicava il ritratto; l’intenzione sottesa è limpida: Gesù è il ritratto di Dio. Qui si caratterizza il cristianesimo all’interno della storia delle religioni come il superamento di un confine che nessuno prima aveva osato oltrepassare.

Né gli antichi Greci con i loro miti avevano mai potuto pensare all’incarnazione della divinità, né, alla stessa stregua, le altre religioni monoteiste avrebbero mai potuto contravvenire all’ordine dell’intangibilità della trascendenza di Dio. Nel cristianesimo si spezza l’invisibilità: ora Dio ha un volto e con esso esprime la sua natura e afferma la sua identità. Gli occhi della fede sono chiamati a cogliere i suoi tratti, le ragioni del cuore sono provocate a trovare la logica del suo amore che si fa misericordia, che arriva quindi fino al perdono per l’offesa e il tradimento ricevuto.

Eppure, aver oltrepassato il confine non ha scalfito il mistero. Ciò che gli occhi vedono dell’Invisibile è un rimandare sempre oltre perché una volta immersi nel mistero dell’amore diventa arduo esprimerlo in parole. La “gabbia del linguaggio” (Wittgenstein) all’interno della quale siamo chiusi impedisce di “dire Dio” nella maniera coerente.

L’Invisibile che viene visto fa sfociare nel silenzio della contemplazione. Qui le parole non servono; non solo perché ne manca la forza, ma soprattutto perché si scopre il valore del silenzio come la più espressiva forma del linguaggio personale. Da questo silenzio scaturisce l’arte, la poesia, la musica e tutto ciò che serve per dare voce a quanto si è colto per essere stati immersi nella profondità del mistero di un Dio che si fa uomo, muore e risorge per svelare la grandezza dell’amore con cui chiama alla condivisione. Paradosso inestimabile: il silenzio che porta alla contemplazione e che vorrebbe rimanere nello spazio del non dire sfocia inevitabilmente nel linguaggio che diventa espressione della stessa contemplazione.

La mistica, a questo punto, diventa il punto cardine che rende evidente il paradosso che il mistero provoca. Tutto può esprimere l’invisibile, ma il silenzio della contemplazione permane come la forma più alta per percepire Dio e il suo amore. L’amore è diventato visibile, tangibile ora ne diventiamo responsabili per comunicarlo ad altri perché la nostra gioia possa essere piena. Bonum est diffusivum sui dicevano gli antichi filosofi; per sua stessa natura l’amore si espande. Ed è questa la missione dei cristiani.

(© L’Osservatore Romano – 12 luglio 2009)

lug
14

«Un uomo complesso, consapevole del dram­ma che va crescendo intorno a lui così come della grande prova che dovrà affrontare». E, anche, «un uomo intelligente, attivo, ma che trae la sua forza dal totale affidamen­to a Dio». Questo è, nelle parole dei produttori Matilde e Luca Bernabei, il ritratto di Pio XII che emerge dalla miniserie Sotto il cielo di Roma , la fic­tion che la Lux ha voluto dedicare a Papa Pacelli. Della miniserie è stato presentato in anteprima un trailer ie­ri, nella prima giornata del RomaFic­tionFest.

Sotto il cielo di Roma racconta lo scor­cio di pontificato di Pio XII (interpre­tato dall’attore inglese James Cromwell) durante l’occupazione te­desca di Roma tra il 1943 e il 1944 e, spiegano i Bernabei, «in questo con­testo ci è sembrato giusto raccontare il ruolo di Pacelli come defensor civi­tatis; i suoi sforzi, troppo spesso mi­sconosciuti, di proteggere i cittadini della capitale a prescindere dalla lo­ro razza e appartenenza di fede; il con­fronto con le autorità tedesche in cui giocò tutta la sua abilità diplomatica, mettendo anche a rischio la sua in­columità personale».

Il film si apre e si chiude su un momento di raccogli­mento e preghiera, in cui il pontefice si affida a Dio e, concludono i pro­duttori, «nel rimandare al Signore il giudizio sul suo operato, Pio XII e­sprime il dramma del cristiano chia­mato a fare scelte difficili in un tem­po tragico. Scelte che, come hanno te­stimoniato tanti fin da allora, porta­rono alla salvezza di molte persone nascoste negli istituti religiosi su or­dine del Papa che preferì agire piut­tosto che fare proclami, deciso a spen­dersi per chiunque fosse minaccia­to».

La trama. 8 settembre 1943. Rapire il Papa! Violare il Vaticano e mettere le mani sull’uomo che è rimasto l’unica autorità nel teritorio italiano spaccato dall’avanzata degli Alleati. È questo l’ordine che arriva da Berlino, dalla voce stessa del Fuhrer. Dopo l’armistizio l’Italia non ha pace: a sud gli americani, a nord i tedeschi. Un campo di battaglia al cui centro c’è Roma. Una città abbandonata a se stessa e ai nazisti, che ne fanno il loro quartier generale. Il Papa è l’unica fonte di speranza per il mondo e Hitler non può tollerarlo. Un piano segreto, una minaccia reale di cui Pio XII viene a conoscenza; ma rifiuta tenacemente l’idea della fuga. Il suo posto è a Roma e a Roma rimane. Per salvare la città e i suoi abitanti, usando tutti gli strumenti a sua disposizione: la diplomazia e le risorse materiali, l’influenza politica e la persuasione dei cuori, anche di coloro che fanno parte del campo avverso, come il generale Stahel, comandante della piazza di Roma.

Nonostante tutti i suoi sforzi, Pio XII non riesce a impedire che l’orrore raggiunga anche la capitale. È il 16 ottobre 1943, le SS portano a compimento una violenta e improvvisa razzia del Ghetto: vengono deportate ad Auschwitz oltre mille persone, ne torneranno quindici. Il dramma degli ebrei diviene anche il dramma del Papa. La Storia dirà che oltre 10.000 ebrei si salvarono nelle chiese e nei conventi di Roma, come in nessun altra città occupata… Malgrado l’orrore di quei giorni, due ragazzi ebrei – Davide e Miriam – scampati miracolosamente alla razzia, trovano rifugio proprio in uno dei conventi che il Papa rende luogo di protezione. E qui rifiorirà il loro amore e forse l’inizio di una nuova vita. Ma con il trascorrere dei mesi la repressione nazista si fa sempre più dura ed anche l’extraterritorialità della Chiesa viene violata. Quando tutto sembra perduto, il 4 giugno 1944 le truppe alleate entrano in Roma la folla, esultante per la liberazione, si riversa spontaneamente in Piazza San Pietro acclamando l’uomo che non li ha mai abbandonati: Pio XII.

(Copyright (c) Avvenire 6 luglio 2010)

lug
03

«Io me ne vado, ma non vi abbandonerò mai… Vedi, quando là in quel campo d’erba medica accanto alla chiesa, sorgerà la nuova casa, io non ci sarò più… Crescerete di numero e vi espanderete per il piano e per il monte a lavorare la vigna del Signore. Verrà giorno che qui alle “Budrie” accorrerà tanta gente, con carrozze e cavalli…».

Le “Budrie” era il nome di una piccola contrada posta nell’Arcidiocesi di Bologna, nel Comune di San Giovanni in Persiceto. Un pugno di case nel mare ondeggiante di spighe sparse a perdita d’occhio nella campagna emiliana. Terra dura, di fatica e sudore quotidiano, terra di fede e di povertà condivisa. Qui era nata il 13 febbraio 1847 colei che oggi il mondo intero conosce e venera con il nome di santa Clelia Barbieri, elevata alla gloria degli altari da Giovanni Paolo II nel 1989. [continua]

giu
28

E il pianista dissoluto divenne padre Agostino Maria

di Cristiana Dobner


L’Italia conta una tradizione di salotti fin dal Cinquecento: le poetesse raccoglievano attorno a sé amici e letterati: Veronica Franco, a Venezia; Tullia d’Aragona, Vittoria Colonna a Roma; Caterina da San Celso a Milano dove pure Cecilia Gallerana-Bergamini tenne salotto artistico, letterario e poetico; mentre Clelia del Grillo, poliglotta d’eccezione, consorte del conte Giovanni Benedetto Borromeo, in via Rugabella tenne aperte le sue sale alla cospirazione di alcuni nobili desiderosi del ritorno alla monarchia spagnola. Il conte Biancani, uno dei congiurati, venne perseguitato e giustiziato. Le signore milanesi furono prese da una autentica vena salottiera, basti solo qualche accenno: Annetta Vadori, Bianca Milesi (con circolo dichiaratamente politico e carbonaro). Il salotto della contessa Maffei fu un punto di incontro letterario artistico e politico per la Milano della seconda metà del secolo XIX, realmente “un grande affresco della società milanese”. I concerti erano famosissimi, vi suonò lo stesso Liszt accompagnato da due persone, per molti aspetti interessanti: la contessa d’Agoult, sua convivente e allora incinta di quella che sarà Cosima von Bülow e poi amante di Wagner, e Hermann. Chi mai è costui?

Nato nel 1821 nella famiglia ebraica dei facoltosi banchieri Cohen, residente ad Amburgo, Hermann ricevette una raffinata educazione, mentre la sua grande sensibilità di fanciullo si rivelava anche nell’ambito religioso, i salmi infatti gli suscitavano “emozioni e tenerezze”. Disposizione interiore che dice passioni e sentimenti e si manifestava in “una grande attrazione per la preghiera”. Talento precoce ed enfant prodige, non lasciò tuttavia un segno nella storia della musica pari al dono ricevuto. Pianista eccellente, docente al Conservatorio di Ginevra a soli 15 anni, mancò tuttavia di una formazione rigorosa e austera. Superata una difficoltà iniziale in famiglia verso lo studio della musica, iniziò prestissimo a esibirsi, anche per il dissesto finanziario che mutò le condizioni dei Cohen.

Per la mancanza del padre nell’educazione dei figli e per l’ambizione della madre, Hermann si infatuò di se stesso. Adulato e portato da un corrotto maestro “al cabaret e dai suoi amici, per mostrare il piccolo prodigio”, il ragazzino perdette la misura di sé e delle relazioni umane. Si trasferì a Parigi a soli 13 anni e divenne un piccolo, maleducato, tiranno. Nei salotti parigini veniva conclamato genio ed essere straordinario. Gli riuscì di diventare allievo di Franz Liszt e i due ben presto divennero inseparabili. Liszt aveva raccolto intorno a sé le più celebri personalità dell’epoca: Lamennais e George Sand. Hermann adolescente, corrotto, dedito al gioco e agli stravizi; lo vediamo descritto in termini elogiativi da Liszt a George Sand: “È il nostro vecchio camerata, il giovane Hermann Cohen di Amburgo, da lei denominato “Puzzi” che accompagnava il principe Belgiojoso. Il suo aspetto pallido e melanconico, i suoi bei capelli neri e la sua vita esile contrastavano poeticamente con le forme sicure, la chioma bionda e il volto aperto e colorito del principe. Il caro ragazzo ha dato di nuovo prova di quell’intesa precoce, di quel sentimento profondo dell’arte che già lo staglia dalla linea dei pianisti ordinari e che mi fanno presagire per lui un avvenire brillante e fecondo”.

La realtà gli avrebbe dato torto, almeno in quanto a successo pianistico. Puzzi, “il melanconico”, spreca gioventù, talento e denaro. Nel corso di un viaggio il trio giunse a Milano, la contessina Maffei racconta: “L’Hermann (…) quando venne nel mio salotto, non aveva ancora diciassette anni. Il suo sorriso, quasi infantile, mi par di vederlo, e sua figlia, che voi conoscete, l’ha ereditato”. Le strade di questi personaggi poi si separarono, brogli, interessi di carriera, affari di donne, tinsero a fosche tinte la gioventù di Hermann che, nel frattempo, dilapidò quanto guadagnava, quando il gioco e i vizi gli lasciavano qualche momento di lucidità.

“Qualcuno” però intervenne. Nel maggio del 1848, a Parigi nella chiesa di Santa Valeria, Hermann sostituì l’amico principe della Moskowa nella direzione del coro: “Quando giunse il momento della benedizione, per quanto non fossi per nulla disposto a inginocchiarmi come il resto dell’assemblea, sentii un turbamento indefinibile: la mia anima stordita e distratta dall’agitazione del mondo, si ritrovò, per così dire e fu come cosciente che in lei avveniva una cosa del tutto sconosciuta precedentemente. Fui, senza dubitare, o meglio senza la partecipazione della mia volontà, fui spinto a curvarmi. Ritornatovi il venerdì successivo, venni impressionato assolutamente nello stesso modo e fui colpito dall’idea repentina di farmi cattolico”.

Egli ricorderà sempre questi momenti di grazia: “Mese di Maria, mese dei fiori… mese della mia conversione, io ti saluto! Sì, amo Maria!… Ho deciso di prenderla per compagna della mia vita, per “arca della mia alleanza“, per porta del mio cielo, per consolatrice delle mie afflizioni”.

Il 28 agosto 1847 egli è pronto ad accogliere la grazia. Sarà un’esplosione di sensi interiori: egli vede, sente, viene toccato, gusta, in un modo che gli si farà familiare. Scrive al padre Ratisbonne, suo direttore spirituale: “Provai una commozione così viva, così potente che saprei meglio paragonarla solo allo choc di una macchina elettrica. Gli occhi del mio corpo si chiusero, e nello stesso tempo si aprirono quelli dell’anima a una luce soprannaturale e divina. Questa luminosità si diffuse in tutto il mio essere, Dio lo Spirito Santo, come per sigillare la sua promessa, discese dall’alto dei cieli su di me, mi prende per mano e mostra al mio sguardo rapito in estasi, dirigendolo verso l’alto, quanto mai un essere finito potrà comprendere (…) l’Infinito… Sì. Io l’ho visto (chiusi gli occhi del mio corpo, ma dilatati di felicità quelli della mia anima)”.

Hermann, ora trasformato, avvicinò gli amici d’un tempo, e anche George Sand che lo ricordava come l’amato Puzzi. Si sedettero al pianoforte, Hermann suonò qualche nota, lasciò cadere qualche parola. George l’ascoltò con attenzione, poi la collera ebbe il sopravvento e si impadronì di lei. Si alzò bruscamente e gridò: “Vattene, non sei che un monaco villano”. Anche la sua famiglia e l’ambiente ebraico reagirono con vigore a quella che fu ritenuta un’apostasia e un’infatuazione.

Hermann il 22 novembre 1848 aveva fondato l’Adorazione notturna: una catena di adoratori che si susseguono per tutta la notte. Gli restava però di affrontare il suo passato, parecchi anni più tardi la contessa Maffei raccontò: “L’Hermann, passato di vicenda in vicenda, ricercò della signorina amata, mandando apposta, fin dai Pirenei a Milano, una sorella; e allora avvenne una scena commoventissima fra la povera abbandonata (che avea avuta da lui una bambina) e la sorella del giovane tedesco”.

Dio incalzò ancora, “10 novembre 1847: 27° giorno della mia nascita: rinnovato davanti all’altare della Santa Vergine il voto di prendere gli ordini e di consacrarmi al servizio del Signore appena i miei doveri verso i miei creditori mi lasceranno libero”. Hermann desidera diventare carmelitano, ma sarà accettato? La sua origine ebraica non costituirà un ostacolo? Si portò perciò a Roma per perorare la sua causa e ottenuto il consenso ruppe ogni indugio: il 16 luglio partì per il noviziato carmelitano: “Ora, dopo il mio ritorno dall’Italia, il Santissimo Sacramento è stato messo proprio nell’oratorio del nostro piccolo noviziato, esso è quindi divenuto un autentico braciere d’amore. Nostro Signore riposa a qualche passo dalle nostre celle, Egli ci circonda come un muro di fuoco”.

La vita mutata e la scelta religiosa di Puzzi rimbalzarono nel salotto Maffei: “Quando a Milano si seppe che il prediletto allievo del Liszt e il padre d’una bruna cara bambina era diventato “padre Agostino Maria” e saliva sui pulpiti spiegando un’eloquenza sublime, non si fecero troppe meraviglie, conoscendo il carattere e l’ingegno di lui”.

L’emozione in Agostino Maria diventò polla d’acqua trasparente mentre si avvicinava il Sabato Santo, giorno della sua ordinazione sacerdotale, del 1851 (anno del Rigoletto per il mondo della musica), “mi trovo in un’emozione impossibile a comunicare: la felicità e un santo timore si dividono il mio cuore”. Divenuto sacerdote attraversò la Francia predicando come una colata lavica in fermento. Ma la sua salute, e per i passati trascorsi e per la sua dedizione senza limiti all’ideale abbracciato, era scossa e vacillante. Afflitto, oltre ai consueti disturbi, da una grave malattia agli occhi, padre Agostino Maria andò a Lourdes nel 1868 e venne graziato da Maria nell’ultimo giorno di un’intesa novena. Ricuperò la vista e il miracolo fu riconosciuto dai medici. “Non ho visto la Santa Vergine, ma ho provato alla Grotta tutte le impressioni della mia conversione”.

Agostino Maria vivrà nel deserto carmelitano di Sant’Elia ma ne abbandonerà la vita nascosta al richiamo della carità. Il carmelitano fu costretto a lasciare la sua amata Francia per non mettere in pericolo i confratelli nel corso della guerra franco prussiana, ma ottenne, egli tedesco, di soccorrere i prigionieri francesi a Spandau. Fragile di salute, chiamato alla vita solitaria e silenziosa, Agostino Maria si dimenticò di se stesso e servì i prigionieri con delicata attenzione e premura materna. La sua debole fibra però cedette e si ammalò gravemente. Comprese che si avvicina il grande momento, il 20 gennaio 1871, chiese alla religiosa che lo assisteva di cantare il Te Deum e la Salve Regina. La sua voce dapprima sonora, lentamente si affievolì: si spense nel canto e trapassò. La fiamma si staccò dal legno. Agostino entrò nell’”armata dei Santi, vestiti dei più splendenti colori dell’arcobaleno” come li aveva visti nel giorno del suo battesimo.

(© L’Osservatore Romano – 19 settembre 2008)

giu
20

DALLA REDAZIONE DI “IN PURISSIMO AZZURRO” RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:

Carissimi amici,

e’ partita nei giorni scorsi la raccolta di testi per il numero monografico di settembre, dal titolo “Giustizia vulnerata, necessaria memoria“. Il numero che andiamo a preparare nasce per ricordare il ventennale della morte del giudice Rosario Livatino, barbaramente trucidato a soli 37 anni dalla mafia in Sicilia, ma naturalmente il discorso si allarga a tutte le sollecitazioni che il tema della giustizia ferita porta con se’ insieme alla necessita’ del ricordo.

Partecipate con i vostri testi (poesie, racconti, riflessioni). Il termine ultimo di consegna degli elaborati è fissato al 15 agosto 2010.

Sito web: http://inpurissimoazzurro.wordpress.com

E-mail: inpurissimoazzurro@yahoo.it

giu
11

Pubblichiamo, per gentile concessione del Sig. Antonio Tartarini, la stupenda testimonianza della moglie, Stefania Castiglion, dieci giorni prima della sua dipartita da questo esilio, e il suo ingresso nel Regno d’Amore della Santa Trinità, alla fine della S.Messa celebrata da S. Ecc. Rev.ma Mons. Armando Brambilla, Vescovo ausiliare di Roma, nella Cappella dell’Ospedale S. Eugenio di Roma Eur ove è stata ricoverata per poco più di venti giorni nel reparto di oncologia. Tale testo è la trascrizione della ripresa video effettuata dal dr. Stefano Costa, amico di Stefania, nella quale è possibile vedere Stefania parlare ancora in splendida forma, col sorriso sempre sulle labbra, con una serenità e una gioia contagiosa.

Roma, 20 aprile 2010

“ Questa sera ci sono persone che hanno avuto la possibilità di dedicarsi al volontariato. Il lavoro che viene svolto in questo ospedale da parte dei volontari è veramente straordinario. È una grande forza, un appoggio continuo agli ammalati. Questa sera non ci sono le volontarie che conosco del reparto del DH oncologico. Sono persone straordinarie che non ti lasciano mai da sola e ti danno un calore umano con molta sensibilità. Per cui, “in bocca al lupo” per questo lavoro che è veramente importantissimo e preziosissimo per le persone che stanno male. Per quanto concerne la mia testimonianza, don Nicola -Cappellano Responsabile dell’Ospedale S.Eugenio Roma Eur – è stato molto generoso per quello che lui dice di me. Però è vero che c’è stata una grande trasformazione. Io lotto con questa malattia dal 2008. Quando sono venuta a conoscenza del mio male, mio figlio, il più piccolo, aveva 3 mesi. Naturalmente c’è stato uno spiazzamento, però non ho mai avuto sentimenti di rabbia o sentimenti di negatività, neanche per un momento. Ho sempre preso questa cosa come un percorso, un cammino che sicuramente mi doveva portare da qualche altra parte.

La mia ricerca nei confronti del Signore e della Madonna, comunque dell’essere cattolica e cristiana nel portare avanti una vita nel senso religioso, è iniziata prima che questa cosa accadesse, anche se mi sembrava di non approdare da nessuna parte. I miei dubbi, le mie incertezze, comunque la ricerca che facevo per ottenere la vera fede, la fede senza dubbi, senza incertezze, in tutti questi anni, questo mio pellegrinaggio alla ricerca di Dio è culminato proprio in questi giorni, dal momento in cui sono stata ricoverata in questo ospedale, perché è stato un momento di forte sofferenza. Sono stata ricoverata con fortissimi dolori. Mentre le infermiere del reparto che mi hanno accolto sono subito corse a prendere la morfina, mi sono rivolta al Crocifisso della stanza e mi sono rivolta a Lui dicendoGli: “ io ti chiedo la guarigione, Ti chiedo di guarirmi, e Tu, in cambio, fà di me quello che vuoi, usami come strumento nelle Tue mani”.

Da quel momento si sono scatenate una serie di cose nella luce della grazia. Io credo che lo Spirito Santo abbia cominciato ad agire e non sono io Stefania, ma lo Spirito Santo che, attraverso di me, ha cominciato ad operare. Sono successe delle cose straordinarie al punto che è stato come se tutti i tasselli di questi anni, questi momenti della vita mia, dovessero portarmi qua. Per cui io sono felice di essere qua, di essere ricoverata in questo ospedale perché le cose che stanno accadendo sono molto belle. Si è creata come una scintilla di amore universale, un amore profondo. Era Domenica e alle 11 si sarebbe celebrata la Messa nella Cappella dell’Ospedale. Avevo deciso di non partecipare per i forti dolori, quando è entrato don Nicola nella mia camera e si è aperto un raggio di sole perché questo sacerdote così umano, così capace di collegare il cielo alla terra, ha potuto darmi una grandissima forza, così ho deciso di partecipare alla Celebrazione e tutti i dolori che avevo in quel momento sono spariti e da allora non ho più preso la morfina.

È stata una Messa veramente speciale, la più emozionante alla quale io abbia mai partecipato nella mia vita. Ho sentito calore e una forte emozione per la presenza in quel momento dello Spirito Santo. Nella Cappella c’era un gruppo di carismatici che suonavano e cantavano, c’erano tantissimi amici miei, e man mano che la Celebrazione procedeva ne arrivavano altri e questa cosa mi scaldava il cuore e vedevo proprio le persone che mi stavano attorno commosse e comunque ricche di qualcosa che stava avvenendo. Questa Messa ha arricchito tutti quanti dando una grandissima serenità e da lì si è scatenata tutta una serie di cose infinite. Persone che io non conoscevo sono venute a trovarmi, appartenenti alla “Comunità Maria”, un gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo, al “ghetto”. Queste persone mi stanno vicine e non mi lasciano neppure per mezzo secondo. Tutto questo ha creato in me una forza e una voglia di vivere; non solo di vivere come ho sempre avuto: devo vivere perché ho tante cose da fare, i miei figli da crescere. Al di là dei miei bambini e la voglia di vivere si è potenziata in me la voglia di comunicare, di stare con gli altri, di fare qualcosa per gli altri, di aiutare gli altri.

Nell’ambito del volontariato c’è la possibilità di collaborare per realizzare un centro per la cura dei bambini salvati dall’aborto. In questi anni tante volte ho pensato di fare qualcosa per i bambini. Mi piacerebbe tanto impegnarmi in questo progetto, fare qualcosa in questo ambito appunto. Attraverso queste persone è nata in me la volontà di fare e soprattutto, questo momento mi ha avvicinata allo Spirito santo, dandomi la consapevolezza della Sua forza, della Sua potenza, della potenza di Dio. La prima Domenica a cui ho partecipato alla Messa in Cappella si celebrava la festa della divina Misericordia e lì ho capito quanto ci ama Gesù, quanto è immensa la Sua generosità, la Sua misericordia. Penso che se noi tutti fossimo capaci di creare attorno a noi questa serenità, questa gioia e di risvegliare in noi la potenza dello Spirito Santo, che si trova nel nostro intimo, e fossimo capaci di trovare una forma di concretezza, il mondo sarebbe certamente migliore.

Il mondo ha bisogno di spiritualità, di amore. Al di là dei discorsi generici sulla pace, questo è proprio un discorso profondamente religioso. Dedicarsi agli altri come adesso voi farete è una missione fondamentale e importantissima e può aprire delle strade incredibili, può dare speranza e coraggio a molte persone. Perché a Dio nulla è impossibile. Dio può tutto e non dobbiamo mai arrenderci fino all’ultimo momento. Comunque sia, Dio può operare in noi e fare cose straordinarie se noi siamo aperti a Lui e gli diamo la possibilità di entrare nella nostra vita. È questa la lezione che io sto imparando e sono molto felice di tutto e sono serena. Sono felice di tutto quello che è avvenuto qui intorno a me e sono anche stupita perché sono convinta che lo Spirito Santo stia agendo.

Non sono romana, ma vicentina, tuttavia ci sono state delle persone, degli amici, che sono partiti da Vicenza per venirmi a salutare, sono partiti in auto la mattina e sono ripartiti in serata per Vicenza. Sono accadute cose impensabili e straordinarie. Sono venute delle persone da Verona ed una mia amica è tornata per la terza volta. Questo amore che aleggia e che unisce tutti non sono io, Stefania, a provocarlo. Sicuramente, o forse avrò seminato qualcosa, però è la potenza dello Spirito Santo che mi da questa grande grazia di avere queste persone attorno e di avere tutta questa meravigliosa possibilità di amore.

Per cui tutto quello che io dico nella mia testimonianza di oggi, il fatto che, come diceva Mons. Brambilla, io sono felice in questa malattia, tutto questo, in qualche modo, è così perché io non vivo la malattia come una sconfitta, con paura. La vivo come un percorso spirituale che mi porterà da qualche altra parte e non ha importanza la sofferenza. Se in questa fase devo soffrire, soffro, però l’importante è che poi riesco a tirarmi su e ad andare avanti per poter fare qualcosa per gli altri, la cosa più bella ed eccitante mai successa nella mia vita. Per cui voglio dirvi: forza, perché quello che farete salverà la vita delle persone!”.

mag
07

DIALOGO TRA DUE NAVIGANTI DELLA RETE

di PAOLO G. GASPARINI


Il frutto dell’apostasia di massa da Cristo è lo stesso del relativismo morale, il negativo fotografico della Sindone; il positivo, l’altra verità proclamata, è la Risurrezione.


William James, un filosofo tra i più assennati, ha scritto che non vale la pena trattare temi che non fanno differenza. Il criterio da seguire è quello dell’esperienza: quale differenza fa per la nostra esperienza se una cosa è creduta vera o falsa? Se non fa differenza, allora è da dilettanti, da romantici perdervi del tempo. Lasciarsi andare al dilettantismo significa dimenticarsi di essere servi di Dio e, se si è filosofi, di essere innamorati della verità, della sapienza. Bisogna, infatti, imparare a lavorare non solo manualmente, ma anche intellettualmente. Bisogna avere una condotta da lavoratori, altrimenti non c’è posto per il lavoratore, per san Giuseppe, o per Socrate!

Lavorare seriamente spazza via tutta la confusione che ci portiamo dentro, purifica il nostro cuore dall’immaginazione, dal romanticismo. L’amore romantico non s’incarna in un lavoro, non ne ha bisogno. Tuttavia, la santificazione del lavoro – servile o del pensiero – non viene in prima battuta, viene dopo, perché in se stessa è un’attività, è relativa al divenire, alla trasformazione, e ciò che è mutevole viene dopo ciò che è eterno, la verità, l’essenza. Ma non tutte le verità sono importanti. Meritano attenzione solo le verità importanti. Non è la stessa cosa importanza e verità!

In questo articolo, sulla scorta di alcuni pensatori e maestri della ragione e della fede, tra i quali A. Bloom, P. Kreeft, L. Kass, C.S. Lewis e Papa Benedetto XVI, in forma di dialogo con te, navigante della rete, si tratterà il tema della dittatura del relativismo, l’unico vero male da cui l’uomo occidentale (ma non solo), deve guarire per essere salvato, non solo nell’anima, ma anche come specie, come sopravvivenza dell’umanità intera.

Esistono assoluti morali? Cosa sono? Perché sono così importanti?

Il Santo Padre, Domenica 2 maggio 2010, a Torino, davanti al lenzuolo che ha avvolto la Vittima, il Povero per eccellenza, Colui che era stato mandato nel mondo per essere immolato sulla Croce, espressione della sua relazione obbedienziale con il Padre, ha indirizzato alla Chiesa e al mondo due verità importanti.

Scusa, perché parli del Papa, di una autorità? Non dice cose ormai superate, confinate in una tradizione che ha detto molto, ma da cui il mondo postmoderno si è ormai definitivamente emancipato, con la sua fede nella libertà e nell’uguaglianza di ogni tradizione, di ogni uomo, fede nella relatività di ogni ideologia?

Certo, o amato lettore, se la rivelazione cristiana, la fede legata ad essa, fosse chiusa ormai nel passato, tanto tempo fa, non sarebbe perciò stesso incatenata ad esso e condannata a guardare all’uomo con una visione stantia, superata? Come può essere in grado di tenere il passo con i tempi, con la locomotiva della storia, con la nave delle magnifiche sorti e progressive? Non risulta alla fine priva di concretezza, di realismo? Ha ancora qualcosa da dire?

Tu Benedetto, vicario di Cristo, hai risposto sulla linea della Sacra Scrittura, dell’apostolo prediletto, di Agostino, di Bonaventura, della tradizione monastica, sapienziale, ponendo in forte evidenza il legame tra Cristo e lo Spirito Santo: la parola della rivelazione è definitiva, immutabile, ma si presta ad arricchimenti, profondità sempre maggiori, perché è inesauribile!

Ecco perché lo Spirito Santo, interprete del Signore, con la sua parola si rivolge anche alla nostra epoca, a te, amato cyberlettore, e gli mostra che questa parola ha sempre qualcosa di nuovo da dire. Il Santo Padre, il Cristo nel XXI secolo, dice che il frutto dell’apostasia di massa da Cristo è lo stesso del relativismo morale, il negativo fotografico della Sindone; il positivo, l’altra verità proclamata, è la Risurrezione, il secondo aspetto dell’identità di Cristo, la sua relazione con lo Spirito Santo.

Ha poi proseguito, dicendo che il XX secolo è stato quello del Venerdì Santo dell’umanità e che stiamo per vivere il Sabato Santo, quello del silenzio, della contemplazione dei risultati del relativismo morale, e dell’apostasia dal cristianesimo, la morte di Dio. Il Sabato Santo, infatti, prosegue il Papa, è il giorno del nascondimento di Dio, è il nostro tempo.

Un suo predecessore, Leone XIII, aveva visto Satana che chiedeva a Dio di mettere le mani su un secolo, quello, infatti, che si stava aprendo, il secolo del genocidio, mentre, negli stessi anni, Nietzsche scriveva : “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”.

Dopo l’Armenia, le due guerre mondiali, i lager, i gulag e i laogai, Hiroshima e Nagasaki, Bataan, l’Ucraina, Pol Pot, il Rwanda, e possiamo aggiungere anche l’11 settembre, ci si chiede in quale altra occasione il Maligno, il male preternaturale, abbia mai visitato la storia, se non nel ‘900. E non solo in un’area tribale lontana dalla civiltà, ma nel cuore dell’Occidente: la Germania nazista, con l’Olocausto. Una parola, Olocausto, che non ha tramortito le coscienze di quel paese fino ad anni recenti.

Ma non solo allora: nemmeno ora, se chiedessimo alla maggior parte dei paesi “sviluppati” quale risonanza costituisca per essi quella parola del vocabolario biblico qualora la attribuissimo all’aborto, il nostro interlocutore ci guarderebbe con stupore, la meraviglia di trovarsi di fronte a uno che vive fuori del tempo. Il fatto che la maggior parte di noi non venga minimamente ferita da ciò che avrebbe, invece, procurato la morte nel cuore ai nostri antenati non è forse un altro segno del trionfo profondo del principe di questo mondo, specialmente nel “suo” secolo?

Tuttavia, se il secolo scorso è stato quello del Venerdì Santo, della morte del Figlio di Dio, Gesù di Nazaret, ha proseguito il Papa, Benedetto XVI, forse il più grande Padre e Dottore della Chiesa che sia mai esistito, il XXI secolo potrebbe essere quello del “terzo giorno”, quello di una seconda primavera di penitenza e conversione mondiali, della “parusia”, tra l’altro preannunciata dalla Madonna ai veggenti di Medjugorie, e anche a santa Faustina Kowalska. Una primavera da preparare con la misericordia, il digiuno a pane e acqua il mercoledì e venerdì, la preghiera e i sacramenti cristiani.

Tuttavia, il Santo Padre identifica questo tempo con il Sabato Santo, abbiamo visto, una terra “franca”, tra la morte e la risurrezione, in cui è entrato Lui, l’Unico che l’ha attraversata con i segni della sua Passione. Così, il Signore ha attraversato questa zona di frontiera, questo rimanere nella morte, la morte di tutti noi, assuefatti al male, al relativismo morale, un intervallo irripetibile nella storia e nell’universo umani, dopo la solidarietà nel morire del XX secolo.

Nel millennio appena iniziato, le democrazie liberali continuano, tuttavia, in questa china del relativismo, con i suoi effetti mortiferi, ritenendo che non si debbano risolvere i problemi sociali – per fare solo qualche esempio, il razzismo, la povertà, la tossicodipendenza, le gravidanze indesiderate, la corruzione – saltando sulla nave degli assolutismi religiosi, delle teocrazie disumane di Osama bin Laden, bensì che basti tappare i buchi con le risorse finanziarie, le leggi, la formazione, la tecnologia… Esse vedono come fumo agli occhi tutti gli assolutismi, purtroppo, confondendoli con i principi non negoziabili, scambiando la nave del diritto naturale con quella del totalitarismo dogmatico religioso.

In questo modo, rimanendo in questo veicolo, che sta per dirigersi verso il mondo utopico postumano, quello dell’abolizione dell’uomo, guidato dai rimorchiatori della medicina moderna, grazie ai sorprendenti progressi delle scienze biomediche e della tecnologia, per i quali siamo tuttavia grati, non si rendono per nulla conto della gravità della situazione. Grazie al progresso delle tecnologie genetiche e riproduttive, alle neuroscienze e alla psicofarmacologia, allo sviluppo degli organi artificiali e dei processori del SNC, la ricerca per ritardare l’invecchiamento, la medicina, infatti, viene guidata oltre i tradizionali traguardi della diagnostica e della terapia.

È la natura umana stessa che viene messa sul letto operatorio, pronta per il “miglioramento” genetico e neuropsichico. Nei migliori laboratori del mondo, schiere di accademici e di industriali stanno preparando tutto questo, mentre le strade dell’informazione e della cultura sono già battute da schiere di zeloti e profeti di questo futuro postumano.

Alcuni poteri di questo progetto sono già all’opera da decenni: la Pillola, la fecondazione artificiale, il congelamento degli embrioni, dell’uomo all’età prenatale. E ancora: l’utero artificiale, la clonazione, lo screening prenatale, le manipolazioni genetiche, la raccolta degli organi dei condannati a morte, i pezzi di ricambio dell’apparato locomotore, le chimere, l’impianto dei computer-chip nel cervello, il ritalin per i giovani, il viagra per gli anziani, il prozac per tutti, e, per Exit, un po’ di morfina con musica di sottofondo.

La nave è ancora nella infanzia del progetto di ingegneria bio-psichica, ma la sua maturità promette ben altri traguardi. Tuttavia, proprio perché la società futura promette tutto ciò cui aneliamo nel più profondo – la salute, la sicurezza, il comfort, il piacere, la pace e la longevità -, questo progetto disumanizzante del mondo libero non richiede nessun controllo dei cittadini, nessuna autorità e non tollera alcun principio non negoziabile: ci troviamo in piena dittatura del relativismo. Basta che ci venga dato l’imperativo tecnico, una società democratica e liberale, un umanesimo compassionevole o una religione umanitaria, il pluralismo morale e liberi mercati, ed ecco servito il piatto del Mondo Nuovo, senza nemmeno aver optato per esso.

I nostri padri hanno reagito alla disumanizzazione della tirannia nazista e sovietica, ma è molto più difficile reagire alla disumanizzazione soft della tirannia superba del ricreazionismo, controllando, moderando la spinta del progetto biomedico. A parte altri ostacoli – il pregiudizio del fatalismo del progresso, il libertarismo, il messianismo umanitario, gli enormi interessi economici – che tralasceremo perché il tempo è vita, è prezioso, e non va perso come fanno i dilettanti, il maggiore ostacolo è quello del relativismo morale, che impedisce di raggiungere un consenso su ciò che bisogna sposare e quello che bisogna rigettare, perché, come abbiamo visto, i naviganti sono indotti a pensare, dalla cultura dominante, che le obiezioni a questo progetto sia quello che li spingerebbe a saltare sulla nave della teocrazia e del settarismo.

Riconosci, dunque, l’importanza sociale del relativismo!

Lo farò, ma prima permettimi di sottolineare la sua importanza e basta, non per i suoi effetti. L’aspetto più preoccupante, infatti, è quello che il relativismo, con il suo approccio tecnocratico, centrato sull’uomo, l’uomo misura di tutte le cose, fa, trasformando la nostra visione dell’uomo, con l’uso della lente del riduzionismo antropologico. È la visione per la quale l’assolutismo morale è visto come un male, legato com’è all’evidenza sociologica dei guasti delle teocrazie, dei regimi illiberali. La società, i gruppi, tuttavia, vengono dopo le persone, la politica è fatta di persone, da persone e per le persone: la vera questione non è, quindi, quella sociale, che condizionerebbe, con la sua cultura, le persone, ma quella antropologica.

Perché parti dai dogmi? Iniziamo dall’approccio moderno, accettato da tutti, quello dei guasti della società, dalla corruzione, l’illegalità, la povertà…

Eccoti accontentato, ecco il dato di fatto, la storia: l’occidente sta declinando, si sta condannando alla sterilità, perché è la prima società che non si sta pentendo del proprio relativismo, ossia della democrazia formale, pluralistica, scientifica, post-illuminista e post-moderna, “laica”, tecnologica, prosegue nello stesso movimento di pensiero, il fascismo, che ha portato ai genocidi del “secolo breve”, anche se in versione politically correct, soffice.

Paolo Giosuè, sei impazzito, l’occidente è fascista?

Mussolini filosofo, relativista, come si legge in Diuturna, ha descritto l’arbitrarietà, l’equivalenza di tutte le ideologie, e quindi ha rivendicato il diritto di costruire e imporre con tutti i mezzi la propria.

Perché decreti accademicamente che il faro dell’occidente si sta spegnendo, portando al naufragio tutta l’umanità?

Non è mai esistita nella storia una società, che sia sopravvissuta senza imperativi morali. Se l’occidente non si pentirà del suo relativismo perirà nella sua sterilità. Il relativismo morale occidentale ha gli effetti religiosi e sociali, descritti esattamente da C.L.Lewis: la dannazione dell’anima e la distruzione dell’umanità. Il relativismo, infatti, negando il peccato, nega anche la penitenza, la conversione, quindi porta alla dannazione dell’anima. Nessun sociologo, psichiatra o psicologo può salvarsi, senza conversione.

Dunque, con la tua autorità dichiari nella Rete, a tutto il mondo, a tutti i cultori delle scienze umane, che senza conversione non si salveranno?

No, non in base al mio dettato, ma sull’autorità di Gesù di Nazaret che ha detto: “non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a conversione”. A chi non si pente e non condanna se stesso non ha forse fissato un limite, dicendo “sia per te come un pagano e un pubblicano”?

E porta alla distruzione, perché l’imperialismo culturale del relativismo, il cancro che si è diffuso ovunque, dalle democrazie liberali, sterilizza anche gli altri popoli, dal Kenia, alla Cina, occidentalizzandoli, imponendo loro il suo modello culturale imperialista, le sue leggi costituzionali, iniziando da lontano, dalla musica. La musica, parlo della disco, del rock, è, infatti, l’unico cibo per l’anima dei giovani, fin dalla più tenera età, il ritmo che tocca le profondità dei loro desideri più profondi, esclusivamente quelli sessuali, che ha rivoluzionato la relazione, l’educazione parentale, esautorandone i genitori – la famiglia, questa cellula, principio non negoziabile della società che l’occidente non vuole riconoscere -, con la formidabile cooperazione di arte, libido e commercio.

Il controllo della musica è lo stesso che il carattere, perché la melodia e il ritmo è molto più efficace delle parole. I giovani lo sanno bene, anche se discordano, come la civilizzazione occidentale, dall’assolutismo morale di Socrate. Il modello culturale del relativismo, lo tsunami che ha livellato le differenze tra i sessi, l’uomo dall’animale, la vita dalla morte, il piacere dall’amore…è come un cancro che ha metastatizzato ovunque.

Tu sei un medico. Qual è la terapia per questa malattia mortale?

Questo articolo, o meglio, questi argomenti: quando saranno letti, costituiranno l’antiveleno per questa malattia mortale, il rifiuto del relativismo morale. Quando saranno assimilati, costituiranno altrettanti chemioterapici per migliaia di piccoli medici che li avranno letti.

Amato lettore, anche tu potrai fare questo. Ognuno di voi può vincere questo vero male del secolo, che rende triviale la vittoria su quello che tutti temono, il cancro biologico. Il potere medicinale della verità è veramente grande. Non il potere della persona, ma quello della verità sull’opinione, della luce sulle tenebre.

Ma non ti accorgi, dottore, di scivolare sui fatti?L’Italia è uno dei paesi più religiosi del mondo: la maggior parte degli italiani sono credenti, e un terzo frequenta regolarmente la Santa Messa la Domenica…

Sì, ed è anche il paese più sterile del mondo, oltre ad avere un tasso elevato di suicidi, di aborti, divorzi, tossicodipendenza, pornografia, prostituzione e corruzione…

Come può essere? La religione non è la terapia per i mali sociali?

No, se la religione è relativistica come la società, se il medico ha la stessa malattia del paziente. La religione fatta a misura dell’uomo non è curativa: nessuno si farà mai abbastanza male, per guarire. La maggior parte delle religioni sono fatte a nostra immagine e somiglianza, e i risultati sono quelli della torre di Babele, di Babilonia, del neo-paganesimo, del dio fatto a nostra immagine. Il risultato è sempre lo stesso, una fondazione troppo debole per sostenere il peso di un viaggio così lungo, come quello della civiltà, che crollerà come la torre di Babele.

Dio, però, interviene, a costruire una Alleanza, la vera religione, non quella dell’uomo religioso, ma del credente, della Torre che non viene dalla terra, ma dal Cielo. Una religione che “funziona”, perché ha un’origine celeste. L’uomo non può costruire una torre che arriva in cielo, ma Dio sì. Ecco: l’uomo del XX secolo, le democrazie liberali, negano che ci siano leggi assolute, e che il bene e il male siano creazioni umane. La moralità e la religione dell’occidente (e delle teocrazie) sono la Torre di Babele, anche quelle importate dall’oriente, rappresentate dall’apologo dell’elefante del re dell’India, di cui i non vedenti del reame da lui interpellati sono incapaci di cogliere globalmente la forma, l’identità, se non in modo relativo, parziale, approssimativo.

Dunque, tu fai coincidere la morale con la religione?

La morale non coincide con la religione. Un onesto “laico” può desiderare la verità e la bontà, e trovarla, come, d’altro canto, un uomo “religioso”, se non vuole, non la scoprirà mai. Ecco l’essenza della vera religione: colui che sottomette il suo cuore, i suoi desideri al bene e alla verità, ossia a Dio, la troverà, mentre il relativista, anche se frequentasse il culto e conoscesse intellettualmente la verità, no. Non c’è vera conoscenza senza l’amore.

Il relativista – sia quello “pio”, che quello “laico” – infatti, nega proprio questo fondamento, l’amore della verità. Ecco perché è così devastante nei suoi effetti. Nega la fondazione di ogni morale, di ogni verità. Rifiuta di sottomettersi. La condizione fondamentale per la salvezza, infatti, è la sottomissione alla verità, il cercare la verità. Se io mi sottomettessi alla verità per altre ragioni – la legge, la tradizione, la convenienza, il dettame del “capo” – che non sono la verità stessa, non sarei veramente umile, e cadrei inevitabilmente nel nichilismo dell’occidente o nel fondamentalismo religioso.

Il relativista rifiuta di sottomettersi alla verità morale oggettiva, alla vera moralità, ai principi della legge naturale: non è un rifiuto di una teoria, di una cultura morale, ma è un atto della volontà, è il rifiuto di obbedire alla verità, al fondamento di ogni atto morale.

Della “tua”morale…

No. Non è il rifiuto alla mia concezione morale, a una filosofia, ma alla verità, all’assolutismo della verità. La salvezza dipende proprio dalla sottomissione alla verità, a qualcosa che mi supera. È proprio questo che ha spinto Meleto a condannare Socrate, e che oggi spinge le democrazie liberali all’olocausto dell’aborto, alle lobbies del gender, al monopolio dello stato sull’educazione.

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RIPRODUZIONE VIETATA

apr
20

È morto il cardinale Tomás Spidlík, maestro della spiritualità orientale

«Cerco di propagare

la bellezza

che salva»

Il novantenne cardinale gesuita moravo Tomás Spidlík, punto di riferimento della spiritualità orientale, è morto alle 21 di venerdì 16 aprile al centro Ezio Aletti di Roma da lui fondato e dove viveva dal 1991.

Nato il 17 dicembre 1919 a Boskovice, nella diocesi di Brno, nell’odierna Repubblica Ceca, era stato ordinato sacerdote il 22 agosto 1949. Nel concistoro del 21 ottobre 2003, Giovanni Paolo II lo aveva creato e pubblicato cardinale diacono di Sant’Agata dei Goti. Il 18 aprile 2005 aveva predicato ai cardinali riuniti nella cappella Sistina per il conclave che ha eletto Benedetto XVI. Le esequie saranno celebrate nella basilica Vaticana martedì 20 aprile, alle ore 11.30, dal cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio. Al termine della celebrazione eucaristica, Sua Santità Benedetto XVI scenderà in basilica per rivolgere la sua parola ai presenti e presiedere il rito dell’Ultima Commendatio e della Valedictio. La salma sarà esposta nella cappella del centro Aletti, in via Paolina 25, fino alla sera di lunedì 19 aprile. Il cardinale Spidlík sarà poi sepolto a Velehrad in Moravia, luogo a lui particolarmente caro perché legato all’evangelizzazione dei santi Cirillo e Metodio e crocevia di popoli e culture.

“Per tutta la vita ho cercato il volto di Gesù e ora sono felice e sereno perché sto per andare a vederlo”. C’è il senso di un’intera esistenza nelle ultime parole del cardinale Spidlík, morto a novant’anni e quattro mesi per un tumore che non gli aveva però impedito di continuare fino alla fine, con incontri e confronti, ad approfondire la tradizione dell’Oriente cristiano nella sua relazione con il mondo contemporaneo. Le sue ultime uscite pubbliche sono state per un atto accademico in suo onore al Pontificio Istituto Orientale – dove ha insegnato per mezzo secolo – e per predicare gli esercizi spirituali quaresimali alla Gendarmeria vaticana. Nel giorno del suo novantesimo compleanno, il 17 dicembre scorso, Benedetto XVI gli aveva fatto il grande regalo di celebrare con lui la Messa nella cappella Redemptoris Mater, opera d’arte nata proprio dal pensiero di Spidlík e dalle mani del suo primo discepolo padre Rupnik. E il cardinale che amava gli scherzi disse, in una lunga intervista a “L’Osservatore Romano”, che, in quella occasione, la Provvidenza era stata “più brava” di lui “a fare gli scherzi”, facendogliene “uno sorprendente” per regalargli “il compleanno più bello” accanto al Papa.

Tomás Spidlík è stato un maestro di spiritualità orientale, capace di fondare una vera e propria scuola radicata anche nell’arte, nella cultura e nella storia in Oriente come in Occidente. La sua opera oggi non è vista semplicemente come un lavoro di storia della spiritualità, ma rappresenta una visione teologica organica. “Cerco di propagare – ha detto di se stesso pochi giorni prima di morire – la bellezza che salva, una visione teologica dove prevale un approccio simbolico, liturgico, e dove l’immagine visuale è uguale alle testimonianze di fede dette o scritte”. Il “metodo Spidlík”, spiega padre Milan Zust, che gli è stato vicino fino all’ultimo, si è fondato sulla capacità di “vedere l’insieme delle cose”, di trattare “i diversi temi dal punto di vista storico, culturale e religioso, ma soprattutto in rapporto alla vita concreta, mettendo le Persone della Santissima Trinità e la persona creata, sua immagine, al centro di tutto. Nel profondo del cuore padre Tomás ha avuto lo stesso atteggiamento come guida spirituale e come ricercatore e insegnante”.

Un padre, dunque, uno starec che ha insegnato con la sua stessa vita. In ambito accademico, infatti, è rimasto sempre per tutti “padre Tomás”: nessuno si rivolgeva a lui chiamandolo seriosamente “professore” o solennemente “eminenza”. Per padre Richard Cemus, suo successore sulla cattedra di spiritualità orientale al Pontificio Istituto Orientale, la ragione è presto detta: “Dove l’intelletto è unito al cuore la parola non solo comunica la scienza ma genera la vita”, dunque “professore si diventa per mezzo di una paternità”. Infatti da Spidlík ci si attendeva “sempre una parola che genera la vita nello Spirito e non solo un’informazione che soddisfi una curiosità”. In lui si cercava “un padre spirituale e non solo un professore, insomma quello che i tedeschi chiamano doktorvater. E Spidlík lo è stato, innanzitutto per aver dato vita a una sua vera e propria scuola di pensiero”. Una scuola sorretta da tre pilastri: il primato della vita, il primato della persona, la vita spirituale come arte.

“Non le idee e i ragionamenti – dice padre Cemus per spiegare il pensiero di Spidlík – precedono la vita, ma è la vita stessa a rivelare le sue ragioni intrinseche a chi sa contemplarla”. Spidlík ha impresso l’accelerazione decisiva per l’affermazione della spiritualità orientale, sulla scia del suo maestro padre Iréneé Hausherr. Così l’opera di Spidlík rappresenta un unicum nella riflessione teologica della seconda metà del ventesimo secolo, aprendo definitivamente e sviluppando il nuovo campo di ricerca della spiritualità dei popoli slavi. Secondo padre Edward Farrugia, decano della facoltà di scienze ecclesiastiche orientali del Pontificio Istituto Orientale, “il lavoro di Spidlík apre una finestra che come il laser raggiunge le cose in profondità” e mostra come “la dialettica orientale non vada avanti dritta come un carro armato, ma come una trottola che nel suo movimento circolare comprendere associazioni, paradossi e umorismo. Il divertire attraverso enigmi e apoftegmi fa parte essenziale del corredo orientale. Sarebbe inconcepibile parlare di Spidlík senza ricordare i suoi anedotti umoristici, specie di follia sana e contagiosa”. E proprio nell’ultima intervista al nostro giornale, pubblicata il 16 dicembre 2009, Spidlík aveva suggerito che un filo di umorismo non guasta mai. Considerava lo “scherzare utile in un’esperienza cristiana autentica, non serve solo per restare svegli. E poi non si tratta solo di battute di spirito: lo scherzo è davvero una cosa seria. Il razionalismo e il tecnicismo assolutizzano ogni affermazione parziale. Lo scherzo la relativizza. Non nel senso che la verità come tale possa essere relativa, ma dobbiamo sempre tener conto della nostra conoscenza parziale dei misteri. La parola eresia vuol dire prendere una parte per l’intero. Lo scherzo è quindi un’arma efficace contro le eresie”.

E scherzava anche sui suoi novant’anni: “Per sapere cosa vuol fare ancora la Provvidenza con me bisognerebbe fare l’intervista a Lei! Nella mia vita ho fatto cose che neppure immaginavo e solo dopo ho scoperto che le speravo inconsciamente nel cuore. Per dirne una, mai avrei pensato di festeggiare i miei novant’anni con il Papa e vestito in porpora. Di certo non lo immaginavo quando, all’inizio della seconda guerra mondiale, l’irruzione del nazismo in Moravia, oggi in Repubblica Ceca, ha brutalmente interrotto i miei studi di letteratura all’università di Brno sconvolgendo le prospettive della mia vita. Già allora la Provvidenza ha avuto tanto lavoro con me“. Aveva imparato fin da piccolo a fare sacrifici, non nascondeva di essersi “guadagnato da solo i soldi per studiare al liceo” a Boskovice dove era nato in una famiglia poverissima. “Non ho però mai avvertito la sensazione dell’ingiustizia sociale paragonandomi con i ragazzi benestanti. Anzi, ero orgoglioso della mia indipendenza. Con la spensieratezza di un proletario mi sono iscritto all’università per studiare letteratura. Ne ero affascinato. Al secondo anno, all’improvviso, mi piombò addosso la vera prova: la guerra”. Nel 1939 aveva vent’anni e le sue “speranze erano sottozero, gli studi universitari spezzati e una sola possibilità per il futuro: la deportazione”. In chiesa ci andava “più per disperazione che per devozione” ma poi “ho fatto la grande scoperta che la Provvidenza ti salva e ti conduce, magari anche attraverso situazioni strane, mai pensate prima, eppure coerenti”.

Finito in un campo di concentramento nazista, “è avvenuto l’impensabile: un agente della Gestapo si è trasformato in angelo visibile liberandomi dal campo, mentre l’angelo custode invisibile mi ha condotto nella compagnia di Gesù. Poi, dal cielo, sant’Ignazio ha stabilito per me altre sorprese: il noviziato a Benesov e poi a Velehrad, lo studio della filosofia durante lavori forzati, prima con i soldati tedeschi e poi con quelli russi e romeni”. Sembra un paradosso: uno dei più noti pensatori che ha iniziato a studiare filosofia ai lavori forzati. La fine della guerra ha significato lo studio della teologia a Maastricht, nei Paesi Bassi, dove è stato ordinato sacerdote nel 1949. Da prete, era pronto a tornare “con nuove idee in patria. Il regime totalitario comunista non me lo ha permesso”. Oltretutto la provincia dei gesuiti era stata dispersa. Un’altra volta sembrava tutto perduto. “Ma ecco, di nuovo, la Provvidenza all’opera: stavolta si è servita di uno sbaglio amministrativo, un mio superiore si è dimenticato di scrivere una lettera così mi sono ritrovato esule a Roma. Insomma la Provvidenza mi ha dato la possibilità di dedicarmi a ciò che di nascosto già desiderava il mio cuore: lo studio della spiritualità orientale”.

Nel 1951, da esule, ha iniziato a lavorare alla Radio Vaticana e, fino alla morte, il venerdì pomeriggio è sempre andato in onda per commentare le letture della Messa domenicale. “Ho sempre fatto trasmissioni attingendo alla mia preparazione spirituale centrata sullo studio degli antichi Padri della Chiesa. La conclusione è che i Padri hanno ancora da dire “qualcosa” per l’oggi e non sono poi così “antichi”". Con il suo programma ha cercato di aiutare i preti nella predicazione soprattutto nell’est europeo “e sotto il comunismo mi dicono fosse un servizio particolarmente utile: non c’erano né libri né ritiri spirituali”. Sosteneva che l’essenza del suo pensiero la si poteva “indovinare simbolicamente proprio nella cappella Redemptoris Mater, dove i mosaici cercano di respirare con due polmoni. Non soltanto gli uomini, ma anche le nazioni hanno la loro propria vocazione, per offrire il loro contributo alla Chiesa universale. Ho cercato di indovinare il messaggio cristiano dell’Oriente europeo e di prestargli voce in Occidente”. Teneva molto anche ai suoi trentotto anni come padre spirituale del Pontificio Collegio Nepomuceno, grazie ai quali aveva “sperimentato la distinzione fra un moralista, che conosce le regole della vita spirituale, e un padre spirituale, che deve avere la conoscenza delle persone. Il secondo senza il primo si espone al pericolo di un vago carismatismo. Il primo senza il secondo rimane paralizzato”.

Come padre spirituale del Collegio aveva avuto anche l’opportunità di incontrare grandi figure. Di Papa Pacelli, per esempio, ricordava “come fosse informato fin nei dettagli della triste realtà della Cecoslovacchia. Saputo che ero il padre spirituale del Collegio, mi ha dato ottimi consigli pratici su come risolvere certi dubbi sulla vocazione dei candidati al sacerdozio”. Nel Collegio Nepomuceno, Spidlík ha vissuto accanto al cardinale Beran, espulso da Praga nel 1965. “Un’esperienza spirituale forte durata quattro anni”. Era accanto anche a lui nel momento della morte, il 17 maggio 1969, quando Paolo VI accorse per l’ultimo saluto. Nel 1991 aveva scelto di vivere al centro Aletti, vicino a Santa Maria Maggiore, con padre Rupnik e un gruppo di artisti del mosaico. Negli anni, il centro è divenuto molto più di un luogo di studio della tradizione dell’Oriente cristiano in relazione ai problemi del mondo contemporaneo. Un rapporto particolare lo ha avuto con Giovanni Paolo II, il primo Papa slavo. “Mi ha persino creato cardinale – diceva – e credo che l’abbia fatto per dare più visibilità alla spiritualità orientale. Da parte mia, già allora mi sentivo troppo vecchio per dare una mano al Papa nel guidare la Chiesa e ho chiesto anche la dispensa dall’ordinazione episcopale. Ho conosciuto Giovanni Paolo II più da vicino nel 1995, durante gli esercizi spirituali quaresimali che mi ha chiesto di predicare in Vaticano”.

Tutta la vita e l’opera di Spidlík si è espressa naturalmente in una grande apertura di dialogo ecumenico. Sono note le sue relazioni di amicizia nel mondo ortodosso, tanto che tra i suoi allievi c’è anche il Patriarca Ecumenico, Bartolomeo i Lunghissimo, infine, l’elenco dei riconoscimenti accademici internazionali. Nel 1989 è stato scelto come “uomo dell’anno 1990″ dall’”American Bibliographical Institute of Raleigh” (North Carolina) e un anno dopo lo stesso istituto lo ha indicato come “la personalità più ammirata del decennio”. Tante le cittadinanze onorarie e i dottorati honoris causa in Russia, in Romania, nella sua Repubblica Ceca e negli Stati Uniti d’America: alla “Sacred Heart University” è stato istituito il “Cardinal Spidlík center for ecumenical understanding”, un centro teologico, spirituale e culturale di dialogo, ricerca, educazione, pubblicazione e collaborazione artistica tra i cristiani “per promuovere una più grande comprensione e cooperazione ecumenica”.

(© L’Osservatore Romano – 18 aprile 2010)

apr
03

mar
28

di SEAN MURPHY

CATHOLIC EDUCATION RESOURCE CENTER

Christopher Hitchens’ venomous attack on Pope Benedict XVI is a revelation that deserves wider attention. Were it not for its appearance in the National Post, it would be difficult to believe that a reputable newspaper would publish such absurdity. Mr. Hitchens states that in May, 2001, Joseph Cardinal Ratzinger sent a “confidential” letter to Catholic bishops to remind them that anyone who disclosed “rape and torture” of children by priests would be excommunicated. He claims that Cardinal Ratzinger imposed a ten year “statute of limitations” on actions against clerical sex offenders, and was thus guilty of “obstruction of justice.” [read more]

mar
19

«Vuoto, sconclusionato, zeppo di stereotipi». «Una vera e propria caduta di stile e di ispirazione». «Un’occasione perduta», anzi «una cinica operazione chirurgica sul Vangelo». Sono alcuni dei drastici giudizi che Civiltà Cattolica dà su «Emmaus», l’ultimo libro di Alessandro Baricco, pubblicato da Feltrinelli. «Analisi di un libro vuoto» è il titolo dell’autentica stroncatura, a firma di padre Antonio Spadaro, in uscita sul nuovo numero della rivista dei Gesuiti. «Nonostante il titolo – si legge nell’articolo –, l’ultimo libro di Baricco ha poco a che vedere col Vangelo di Luca. Racconta un mondo spaccato in due: quello di quattro ragazzi di parrocchia inetti e inibiti, e quello di una ragazza misteriosa e «libera» che, ovviamente, «vive» davvero. Gli avvenimenti appaiono iscritti all’interno di un quadro in cui tutto risponde a cliché ovvi e definiti ideologicamente».

mar
19

mar
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Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II

Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II

Quamquam Pluries di Leone XIII

Quamquam Pluries di Leone XIII

Benedetto XVI Papa Benedetto XVI

feb
12

Il film di Jessica Hausner è una sorta di riflettore acceso su una nuova ed inedita incapacità dei cattolici di capire e di utilizzare il cinema per la missione pastorale della Chiesa… [leggi tutto]

gen
03

Dal cuore sacerdotale di Marcel Roussel Galle è sgorgata una fonte zampillante di grazia per la Chiesa: la famiglia missionaria Donum Dei.

Nato in Francia l’8 giugno 1910, il giovane Marcel Roussel Galle fin da seminarista aveva diretto i suoi passi sul sentiero tracciato da Teresa di Lisieux, assorbendone la semplice e al tempo stesso vertiginosa spiritualità.

Viene ordinato prete nel 1934, e da subito fa proprie le preoccupazioni della Chiesa espresse in Francia dall’appello del cardinale Suhard perché si prenda coscienza della profonda scristianizzazione del Paese… [continua]

nov
15

Giuseppe Moscati preferì il lavoro nell’ospedale alle glorie accademiche. Fu un medico, un laico, un cristiano che si adoperò per tutta la sua vita in un “amore” senza limiti per i poveri ammalati, membra sofferenti di Cristo. (continua)

ott
25

don_carlo_gnocchi_medium-188x300

Don Carlo Gnocchi è uno dei personaggi più vivi e commoventi di quella grande epopea creata dalla penna di Eugenio Corti nella trilogia de “Il cavallo rosso”. Corti era un giovane alpino, fece voto di scrivere e di ricordare se fosse tornato vivo da quell’inferno di Russia, con lui c’era anche Mario Rigoni Stern. Pure lui si salvò, tornò e diventò un grande scrittore. Sono sicuro che per entrambi l’esempio di don Gnocchi, la speranza che la sua persona emanava come un’aureola di luce li abbia portati alla salvezza e a diventare cio’ che sono diventati: uomini di speranza.

ott
04

ott
01

di SIMONA LO IACONO


Il Maestro ti chiama... (acquarello di S. Teresa di Lisieux)

[Il Maestro ti chiama, acquarello di S. Teresa di Lisieux]

….

Ci sono vite che si chiudono in un guscio di noce. Che a guardarle dentro fai fatica ad afferrarle. Masticandone il gheriglio puoi sentirne il gusto mieloso, che trapunge la lingua d’un aroma dolce. Sono piccole vite. Non le coglieresti neanche se il vento non ti rimandasse il suono dei rami in cui si annidano, se l’alba non le illuminasse assecondandone l’ombra. Le dimenticheresti se la natura non se ne facesse carico. Hanno piccole storie. E tuttavia talvolta accade. La noce si schiude. Lascia affiorare la polpa. Semina silenziosamente altri semi. Non si arresta, ma s’impianta ritta a sfida del tempo. Frutti così non sono solo delle piante. A volte è la tramatura dell’esistenza a darceli, a farli rotolare tra noi maturi, già sazi. Già pronti a riprodursi. Quando accade, quando piccole vite sostano tra le nostre, ecco, è perché hanno un tempo breve ma molto coraggio. E’ perché la benevolenza di quella piccolezza si inerpichi sulla nostra umanità restituendocela umile ma forte.

E’ così che Teresa Di Lisieux affiora dalle pagine di Maria Di Lorenzo. E’ così che viene dipinta ed evocata: una vita che potrebbe essere contenuta da un guscio di noce. Nel suo “Teresina è uscita dal gruppo”, infatti, la santa viene raccontata attraverso la sua piccola esistenza. Un’infanzia subito assediata dal dolore per la perdita della madre. Una crescita che si snoda tra malattie gravi e tepore casalingo, sulle ginocchia di un padre irrobustito da una potente vocazione e quattro sorelle che voleranno presto tra le grate della clausura. Giochi semplici e un grande sospiro: il cielo, amarlo in tutto, essere tutto, volere tutto. Teresina capisce presto che la strada per le altitudini è quella che si nasconde. Quella che canta in segreto. Quella che nel minuscolo regno della farfalla o di uno stelo d’erba coglie la potenza e l’immensità del cuore di Dio.

Si decide risolutamente a uscire dal gruppo. Apparterrà a quel cuore. Lo sovrapporrà al suo. Sarà – essa stessa – il cuore di Dio. Nello slancio che la anima c’è tutta l’irruenza della santità, tutto il non detto dei desideri più amati. Non è uno slancio incomprensibile. E non è neanche lontano da noi, da noi che cerchiamo l’origine dei sogni in posti talvolta sbagliati, o che crediamo di trovarli per poi restarne delusi.

Maria Di Lorenzo ne è consapevole e alla narrazione della vita della santa alterna lettere di uomini, donne, adolescenti. Tutti in ricerca di una felicità vagheggiata e mai afferrata, di una pienezza il cui ricordo si perde nell’incavo dell’anima, di una domanda, di una risposta. Di un “senso”. Teresina non ha avuto bisogno di una vita molto lunga per trovarlo. Né di oggetti o abiti, di un lavoro o di una famiglia. Non ha avuto niente di ciò che noi chiamiamo felicità e che – come la felicità – ci manca. Eppure è svolata tra le altitudini che contemplava senza paura. Ha affondato il viso nella galassia che la sovrastava senza neanche alzare lo sguardo. Ha guardato in basso, Teresina, quando è uscita dal gruppo.

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La recensione di Simona Lo Iacono è pubblicata dal periodico “La voce dell’isola” (21 Giugno 2008).

set
21

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Caro amico sacerdote,

la tua missione è finita, nel modo più evangelico: con il martirio. “Perché ci hai fatto questo?”, sarebbe questa la nostra interrogazione immediata.

Per la prima volta avvertiamo, Signore, di essere veramente soli, e che la terra del nostro cuore è ancora troppo deserta, arida, che le tenebre ricoprono l’abisso. Essa, infatti, è avvolta dalla confusione circa l’origine di questa tragedia, il fine di questa sofferenza, il modo per cui, secondo una certa logica, i conti non tornano. Eppure la tua vicenda ci riporta con disarmante logica alla sapienza della croce.

Tu avevi messo in conto, sacerdote, anticipatamente la pasqua. Ti sei addentrato, infatti, sulla strada del Vangelo e, lambito da Cristo, la vittima, colui che viene nel mondo per essere immolato sulla croce, sei stato toccato da lui, lo hai seguito e, giunto a un incrocio determinante, sapevi bene che prima o poi avresti aspettato la punizione per il bene compiuto, per l’annuncio del Vangelo.

Strano che per un’opera dell’amore e per amore si sia fraintesi così tragicamente!

Immersi come siamo in una cultura del piacere e del successo, del “mettere le mani” su ciò che crediamo di amare, un atto di amore, di gratuità, non può essere che scambiato per un calcolo, un interesse. Come Gesù, anche tu facevi del bene, e la gente si è scagliata contro di lui, contro di te. Guariva, e gli scagliavano pietre, ti hanno massacrato. In una cultura del male, dove questo viene pubblicamente, legalmente accettato, il bene deve essere punito, perché smaschera il male.

Ma il bene continua a fare il bene, perché disarmato, e non mette al centro il proprio “io”. Ma noi non riusciamo a sopportare la sconfitta del bene, perché siamo convinti che dobbiamo vincere. Non abbiamo ancora il cuore di Francesco, di colui che vede come il Cristo, con gli occhi dell’amore crocifisso. Non abbiamo ancora nel cuore il grande silenzio dell’amore, il silenzio della famiglia di Dio purificata. Tuttavia, adesso una inquietudine profonda attanaglia i nostri cuori, perchè non comprendiamo il comportamento di Gesù, né il tuo. Ma non possiamo comprendervi!

Quando si soffre, la cosa più difficile è non comprendere il senso di questa sofferenza, di questa vostra perdita. Per i nostri cuori, è molto duro rimanere all’oscuro, perché vorremmo capire quello che è successo, tuttavia, è in questa prova che i nostri cuori, i tuoi amici, nella condivisione della sofferenza, si avvicinano più profondamente.

“Perché ci hai fatto questo?”

“Perché mi cercavate?”

La croce è qualcosa che la nostra intelligenza non può afferrare. Gesù, e te, non chiedete scusa: volete portarci verso il Padre. Infatti, l’ultimo perché è quello della vostra croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Un momento più buio sarebbe impossibile immaginarlo. Vi siete trovati sulla croce senza aver fatto nulla di male, solo per essere rimasti fedeli al Padre.

Ma è la logica dell’amore: siccome siete prediletti, siete sacrificati, ma siete sempre di nuovo amati e quindi l’amore suscita altri che vi seguiranno. L’amore nasce come di nuovo ogni volta che è emarginato, sotterrato: è la logica dell’amore!

Paolo Gasparini

set
05

M. Teresa tra i bambini di Calcutta

Dar da mangiare agli affamati: non solo il cibo che perisce, ma anche la Parola di Dio, la preghiera e i Sacramenti; dar da bere agli assetati: non solo l’acqua, ma anche la sapienza, la verità, la giustizia, la pace, l’amore e la gioia; vestire gli ignudi: non solo degli abiti, ma anche della dignità umana; accogliere chi non ha casa: non fornendo solo una casa di mattoni, ma un cuore che comprenda, che protegga, che ami; visitare gli infermi, i malati, gli storpi, i ciechi: non solo quelli che sono infermi, storpi, ciechi nel corpo, ma anche nella mente e nello spirito; visitare i carcerati: non solo quelli imprigionati dietro le sbarre di ferro di un carcere, ma anche nelle proprie passioni, nel proprio egoismo, nel peccato, nell’indifferenza e nell’ignoranza; seppellire i morti: non solo i corpi, ma anche le cattive abitudini, i peccati e l’egoismo”.

Sono le sette opere di misericordia, spirituali e corporali, tracciate da Madre Teresa di Calcutta. [leggi ancora]

set
04

di FERDINANDO CASTELLI

Dal libro All’uscita del tunnel. Panoramiche religiose dell’odierna letteratura (Libreria editrice vaticana, 2009, pagine 214, euro 16)

“La letteratura antica non conosce – questo è caratteristico – l’umorismo, ma solo il comico: l’umorismo è serbato al cristiano quale espressione della sua nuova libertà, che lo innalza, come creatura spirituale, sopra tutte le creature non libere” (Giuseppe Sellmair). E ancora: “Noi siamo dei comici. Dovremmo vederci sotto questo aspetto. Solo l’umorismo, rosa o nero o crudele, solo l’umorismo può renderci la serenità”. L’affermazione è di Ionesco. Con essa il drammaturgo rumeno vuol ricordarci che la sola maniera di poterci consolare dell’infelicità di sentirci perduti in questo mondo votato alla morte è l’evasione nell’umorismo. Dunque, suggerisce: ridere della nostra comicità di creature che non riescono mai a sentirsi a loro agio in un’esistenza tallonata dalla sofferenza e dalla morte; ridere per sfuggire alla disperazione e alla follia; ridere per non essere sempre costretti a vedersi dinanzi il muro del mistero (o dell’assurdo).

In realtà, molti testi teatrali di Ionesco fanno ridere, divertono, trasportano in mondi surreali: si pensi a La lezione, Le sedie, La cantatrice calva, Il rinoceronte. Danno anche la serenità? Ne dubitiamo. L’umorismo, nero e crudele, che da essi si sprigiona, offre un divertimento che sa di desolazione.

È indubbio però che l’umorismo è un mezzo regale per stabilirci nella serenità. Esso fa parte della saggezza che è dono dello Spirito Santo; “occupa un posto molto importante nella vita religiosa”, anzi “è il sale della vita, e in un certo senso è il sale della vita religiosa, il quale la preserva da ogni guasto”.

Padre Benson non esitava a definire l’umorismo di santa Teresa d’Avila “dono divino”, dono che ha reso la vita di tanti santi un’avventura piena di fascino: si pensi a Francesco di Sales, Tommaso Moro, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Papa Giovanni, Giorgio La Pira. Il Roche arriva ad affermare che “la storia di tante eresie è in molta misura una storia di perdita del senso dell’umorismo. Non si potrebbero altrimenti spiegare, lasciando da parte l’opera del demonio, certe loro aberrazioni e assurdità”.

Bisogna pertanto concludere che c’è umorismo e umorismo. Altro è l’umorismo di George Bernard Shaw, intriso di amara ironia, altro quello di Gilbert Keith Chesterton, sapido di saggezza umana e cristiana; altro l’umorismo di Voltaire, corrosivo e chiuso a ogni trascendenza, altro quello di Tommaso Moro, benevolo e illuminato da una sapienza superiore; altro l’umorismo di Cervantes, espressione dell’anima religiosa, altro quello degli scrittori dell’assurdo, riso amaro e soffocato.

Allora, quando c’è vero umorismo? E che cos’è l’umorismo? Definirlo non è semplice. Le sfumature, le sottigliezze, la varietà di significato che caratterizzano il termine impediscono una definizione precisa. Del resto ogni espressione di umorismo riflette diversità di cultura, di mentalità, di abitudini; non solo, ma esso è una proiezione dell’individuo. Ogni popolo ha una specifica forma di umorismo e ogni umorista una sua particolare fisionomia. Sintetizzando, gli elementi essenziali dell’umorismo – o del sense of humour, nella caratteristica espressione anglosassone – sono la capacità di cogliere i lati buffi e contraddittori della vita, ridendone con benevola comprensione, uno sguardo superiore che permette di vedere meglio e “oltre”; un’intelligenza nuova che relativizza e ridimensiona quanto si vorrebbe prendere per assoluto ed eccelso.

Si comprende subito che l’umorismo ha vari elementi in comune col comico, con l’ironia e col riso, ma che da essi si diversifica nettamente. Il comico si alimenta degli aspetti bizzarri della vita per divertire e divertirsi, l’umorismo nasce dalla scoperta delle miserie umane e si accompagna a un atteggiamento di comprensione, che compatisce e costruisce; fa anche divertire, ma soprattutto fa pensare.

L’ironia aggredisce, ferisce, distrugge anche; l’umorismo è indulgente, benevolo, compassionevole. Ma come l’ironia, il riso e il comico, l’umorismo prende le distanze dal soggetto, non per una reazione di difesa né per un senso di disprezzo o di rifiuto, ma per una nuova dimensione in esso scoperta. Agli occhi dell’umorista certi eventi o persone assumono aspetti diversi, capaci di suscitare nuovi punti di vista e di significato. Così una situazione seria si trasforma in una situazione buffa, e viceversa, in un’atmosfera di simpatia che avvicina le persone, le comprende, le affratella. Per realizzare tale spostamento di piani e acquistare questa nuova intelligenza, l’umorista deve poter disporre “di una certa saggezza umana, frutto di esperienza, e di una notevole capacità di osservazione sugli altri e su se stessi. Diciamo, se si preferisce, che nasconde un giudizio implicito, fondato su una concezione dell’uomo e dell’esistenza umana. Ciò probabilmente spiega perché il bambino è incapace di humour”.

Se l’umorismo fiorisce su una determinata concezione dell’uomo e dell’esistenza, bisogna dire che il cristianesimo ne è la sua più piena e più ricca espressione. Non per nulla Kierkegaard considera l’umorismo come l’estrema approssimazione dell’umano a ciò che è propriamente religioso-cristiano. C’è anche chi sostiene che soltanto nel cristianesimo è possibile una piena forma di humour.

In verità, esaminando attentamente la questione, si approda alla convinzione che cristianesimo e umorismo vanno perfettamente d’accordo, anche se, a prima vista, parrebbe vero il contrario.

Nonostante qualche accenno, il principale lavoro teologico sulla commedia è stato effettuato soltanto di recente, e può riassumersi nella nozione che sia per il cristianesimo sia per la sensibilità comica nulla va preso troppo sul serio. Il mondo è importante, ma non in modo assoluto.

“Come il buffone, l’uomo di fede può sorridere alle pretese del principe perché sa che il principe non è altro che un uomo che un giorno sarà ridotto in polvere”. Dunque, è umorista Dio? La risposta ci è data innanzitutto dal mistero dell’Incarnazione. Che Dio, eterno e infinito, del quale nessuno può vedere il volto e restare vivo (Esodo, 33, 20), che “abita una luce inaccessibile” (1 Timoteo, 6, 6), “alfa e omega” (Apocalisse, 1, 8), semper maior di quanto di lui si possa dire o pensare, supra quem nihil, extra quem nihil, sine quo nihil: che questo Dio assuma la natura umana e diventi uomo come noi; come noi soffra la fame e la sete, la solitudine e la malattia, il freddo e il caldo; subisca come noi la passione e la morte; si sottometta ai capricci degli uomini; che “con l’Incarnazione si sia unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, n. 22), tutto ciò sconvolge la mente.

Ma, se l’uomo si smarrisce, Dio “si diverte”: di un divertimento che è espressione di amore infinito, che sfugge a ogni comprensione, annienta ogni misura. Dietro lo scandalo dell’Incarnazione c’è l’abisso inesplicabile della ricchezza dell’amore e della sapienza con cui Dio ha disposto la trama segreta dei fatti di cui è intessuta la storia umana (Romani, 11, 33).

Se la base dell’umorismo va ricercata nella legge del contrasto e nell’accostamento dei contrari, bisogna concludere che, in fatto di umorismo, Dio è maestro insuperabile.

Questo umorismo divino accompagna l’opera della salvezza e s’incarna in scelte che non finiscono mai di sconcertare. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Corinzi, 1, 28). Tutta la storia della Chiesa è una sequenza di scelte – scelte di persone, di eventi, di strumenti – che Dio opera con immutato sense of humour e che le conferiscono un inconfondibile sapore di ottimismo e di gioiosa sorpresa.

In questa prospettiva umoristica va inquadrata e compresa l’esistenza cristiana. Essa paradossalmente si snoda tra l’eterno di Dio e gli eventi, spesso insignificanti, del nostro quotidiano; tra la vittoria definitiva del Signore e le nostre impotenze e sconfitte; in una Chiesa che è, nello stesso tempo, sposa senza macchia e comunità di peccatori. Tutto ciò getta sull’esistenza cristiana una luce nuova, che permette di vedere uomini e cose in angolature ricche di significato. Concepito in chiave cristiana, l’umorismo non chiude gli occhi sulle brutture e miserie della vita; neanche si pone – come succede per l’ironia, la satira e l’arguzia – di fronte a esse come un giudice.

Guidato dalla fede, esso scorge il lontano grande comune progetto di Dio; getta qui il suo pensiero e avanza sorridendo mentre scopre le stoltezze di noi mortali. Nell’umorista si nasconde una straordinaria forza di sopportazione e un’irrefrenabile libertà dell’essere; il suo regno è oltre i contrasti terreni e nessuna fredda valutazione riesce a deprimerlo.

Tra gli effetti più importanti dell’umorismo cristiano vi è la demitizzazione di sé e degli altri. Capitano giorni in cui tutti sono tentati di vedersi in prospettive eroiche, in pose da grandi, su piedistalli costruiti col materiale più vario. In queste ore di grazia ci si sente padroni del mondo, capaci di sfidare e vincere le debolezze nelle quali, chi più chi meno, inciampano tutti. In ognuno di noi c’è un po’ di Pietro che proclama: “Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (Marco, 14, 31). L’impatto con la realtà della nostra miseria, quando questa s’impadronirà di noi e stenderà la sua ombra sulla nostra vita, potrebbe essere drammatico. Vera valvola di sicurezza sarà, allora, il sense of humour. Esso non nasconde le nostre debolezze, né le edulcora o le ammanta di inutili orpelli, ma ce le fa vedere con lo sguardo del Signore: con quell’amore che è comprensione dei nostri limiti, dono di fiducia, promessa di perdono. Egli sa che Pietro, prima che il gallo canti due volte, lo rinnegherà tre volte, ma invece di rifiutarlo, gli affida la sua Chiesa. Sa che il triplice rinnegamento non è espressione di cattiveria, ma di debolezza. E deve aver sorriso di fronte alla baldanza del futuro primo Papa.

Con questo stesso sguardo l’umorismo riesce a “ridimensionare” noi e gli altri. Sul crollo delle impalcature eroiche germoglia allora l’umiltà e la fiducia. La prima sgombra il terreno da ogni presunzione e permette di camminare in verità, invita ad “attingere forza nel Signore e nel vigore della sua potenza” (Efesini, 6, 10), ricorda “agli anziani che il mondo non è finito con loro e ai giovani che il mondo non è incominciato con loro”. La fiducia ci proietta in avanti, ci rende intraprendenti, ci fa soggetti di storia, ci apre la porta all’amore degli altri.

Si comprende pertanto che l’umorismo cristiano è un nuovo modo di essere e di sentire: converte il pessimismo in audacia, il disprezzo in pietà, l’insofferenza dei limiti in feconda accettazione. Questa benefica novità deriva dal fatto che, nell’ottica umoristica, l’esistenza e gli eventi ricevono senso e valore non in se stessi, ma in Dio che “sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Salmi, 102, 14).

Isolata dal flusso della redenzione operata da Cristo, la realtà umana fa orrore perché prigioniera del male, del banale, della noia, della disperazione. “Innumerevoli – afferma Sofocle nell’Antigone – sono le cose spaventose, ma nulla c’è di più spaventoso dell’uomo”. L’uomo? “Un misero commediante, che incede e si agita sulla scena e più non se ne parla”.

Conseguenza? Disgusto, rifiuto, pena, che si esprimono nel lazzo, nell’ironia amara, nel riso senza gioia. L’umorismo opera un’inversione di prospettiva. L’uomo non è visto isolato e abbandonato alla sua miseria, ma all’ombra dell’amore di Dio che comprende e usa misericordia; non si offre al nostro sguardo come una “cosa spaventosa”, ma come un figlio amato che, per un capriccio di bambini, crede di poter fare a meno dei genitori; meritevole più di indulgenza che di condanna, più di tenerezza che di severità.

Questo sguardo di tenerezza e d’indulgenza ci dà la grazia – poiché di una vera grazia si tratta – di ridere di noi stessi: dei nostri fallimenti, dei nostri sogni infranti, dei nostri voli mancati. L’umorismo riesce a sdrammatizzare gli eventi, a sottolineare la relatività di ogni cosa, a eliminare ogni patina di fatalità, e tutto collocare in una giusta prospettiva. Grazie al suo famoso sense of humour, espressione della speranza cristiana e di una fede viva, sir Thomas More è riuscito a sdrammatizzare anche la sua morte. Salendo la vacillante scaletta del patibolo, esclama: “Per favore, messer luogotenente, volete darmi una mano per farmi salire sicuro? Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi da solo”. Incoraggia anche il carnefice: “Su, amico, fatti animo, e compi il tuo ufficio senza timore. Ma guarda che ho il collo piuttosto corto: perciò sta’ attento a colpire diritto, per non macchiare il tuo buon nome”.

Il senso d’insoddisfazione e di amarezza di cui spesso tanti di noi sono vittime deriva dal fatto che il mondo non va come noi vorremmo e che la Chiesa non la pensa come a noi piacerebbe. Qui deve soccorrerci l’umorismo che ci fa prendere una certa distanza dai nostri punti di vista e ci ricorda che non siamo le sole persone intelligenti, le sole che pensano rettamente e che dispongono dello Spirito Santo. Nello spazio creato dall’umorismo le tensioni si allentano, molte cose si vedono meglio e trovano la loro giusta collocazione.

“Troppi individui stanno eccessivamente addossati alle cose. E allora la visione risulta parziale, distorta, centrata sui particolari, senza prospettiva, senza sfumature, marcata dalla passionalità, da tinte troppo cariche. Significative, a questo proposito, certe discussioni tra gente accigliata, tesa, arrabbiata, amara, nervosa, perfino isterica, che fa di ogni problema una tragedia, di ogni novità un’eresia, di ogni critica una sciagura, di ogni protesta una rivoluzione. La confusione celebra inenarrabili trionfi. Invece è urgente, è igienico costruirsi una nicchia nel cuore, da dove scaturirà quel sorriso che è capacità di guardare con benevolenza a tutte le cose, che è senso del limite, proprio e altrui”.

Tale capacità è anche libertà di spirito che permette di dominare gli eventi e di navigare nei mari della serenità e della fiducia. Un teologo tutt’altro che superficiale, il cardinale Henri-Marie de Lubac, ha scritto: “Al colmo della sofferenza guardati ogni tanto con humour, onde sfuggire al veleno che essa distilla. Credimi, il rimedio è più efficace di qualsiasi eroico combattimento. È anche più facile, per poco che tu sia abitualmente sensibile alla commedia umana, senza però metterti fuori del gioco”. E riporta il consiglio di un anonimo cenobita: “Se la tua anima è turbata va in chiesa, prosternati e prega. Se la tua anima rimane ancora turbata vai a trovare il tuo padre spirituale, siediti ai suoi piedi e aprigli l’animo. E se la tua anima è sempre turbata, ritirati allora nella tua cella, stenditi sulla stuoia e dormi”.

L’opposto dell’umorista è il corrucciato. Sprovvisto del senso del relativo, prende tutto sul serio, soprattutto se stesso; dimentico della sostanziale debolezza umana, non sa compatire; il suo sorriso, quando c’è, è stentato; la sua presenza non suscita né fiducia né simpatia; parla di Dio come di un giudice e di un custode della legge più che di un padre. Quando un suo progetto fallisce o gli vengon meno gli amici, si lascia andare a un’amarezza che gli avvelena l’esistenza. Generalmente angosciato, è anche “pesante” perché carico dei propri punti di vista, dei propri umori, delle proprie disillusioni.

Il cristiano che ha il sense of humour, invece, quando cozza contro la disillusione, comprende e sorride: comprende i suoi limiti e sorride del crollo delle sue illusioni. L’intelligenza del relativo lo sposta sul terreno dell’assoluto: può così collocarsi al suo giusto posto, in rapporto a un Altro immensamente più grande di lui, che lo avvolge con benevola Provvidenza. Per questo motivo Champollion, a proposito di Taulero, parla dell’umorismo come di un dono estremamente frequente presso i mistici. Ossia, presso persone che “non si fanno soverchie illusioni sulla santità del loro stato”.

Sorride, si diceva. E ci viene in mente una pagina di Karl Rahner in cui si argomenta sul fatto che Dio “ride nel cielo”, come si legge nel salmo 2: “Se ne ride chi abita nei cieli”. Dinanzi al tumulto dei popoli che vogliono liberarsi dal suo dominio, Dio ride.

“Ride con calma – scrive Rahner – si potrebbe quasi dire: come se tutto ciò non lo toccasse. Pieno di compassione. Lui conosce perfettamente il dramma amaro di questa terra. Dio ride, dice la Scrittura. E, con ciò, afferma che perfino il più minuscolo riso puro e argentino, che scaturisce da non importa dove, da un cuore retto, dinanzi a una qualsiasi idiozia di questo mondo, riflette un’immagine e un raggio di Dio. È un ricalco del Dio vincitore e signore della storia e dell’eternità. Di quel Dio il cui riso sta a dimostrare che, in fondo, tutto è buono alla fin fine”.

Nel mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura, Papa Onorio III si è fatto ritrarre piccolissimo, su misura del piede destro del Signore. “In tal modo, con un sorriso di soddisfazione che la barba non riesce a celare, lascia al Pantocràtor il compito di governare da Signore la propria Chiesa”.

In merito, la lezione più sorprendente ce l’ha fornita Papa Giovanni. L’umorismo è stato tra le principali e più feconde caratteristiche della sua spiritualità: esso si rifletteva in quel sorriso, aperto, cordiale, paterno, che era un irresistibile invito alla fiducia e alla pace interiore. Scriveva: “Lo Spirito Santo ha scelto me. Si vede che vuole lavorare da solo. Mi sembra talvolta di essere un sacco vuoto che lo Spirito Santo riempie improvvisamente di forza”.

(© L’Osservatore Romano – 29 agosto 2009)

All rights reserved – Proprietà letteraria riservata

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01

La voce del poeta Charles Péguy attraversa tutto il XX secolo e porta in eredità a quello che si affaccia sulla scena del terzo millennio un seme di libertà. La libertà dei figli di Dio.

Charles Peguy

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lug
30

Agosto tempo di ferie. Il Fuoco Necessario va in vacanza fino al 2 settembre. Auguriamo allora buone vacanze a tutti!

lug
30

camarall 27 agosto 1999, all’età di novant’anni, moriva il vescovo brasiliano Helder Câmara. Il “Vescovo dei poveri”, che l’Abbè Pierre, incontrandolo per la prima volta negli anni Sessanta, aveva definito «il Curato d’Ars del XX secolo». La sua esistenza è stata tutta un quotidiano, spirituale, vero dialogo con la Madre di Dio, venerata in modo particolare nella forma più nota e più cara al popolo dell’importante Paese latino-americano: la “Madonna Aparecida”.  > Leggi l’articolo

lug
30

collaComplici forse il clima vacanziero che distrae e la riservatezza che ne ha sempre avvolto l’agire pur operoso, la notizia della morte di Rienzo Colla, 88 anni, sabato in un ospedale di Vicenza, non ha avuto ancora il giusto risalto.

Ed è un peccato, perché si tratta dell’addio non solo di un patriarca delle lettere vissuto nella libertà, ma di una delle figure più singolari di laico cattolico o di cattolico laico attento alla profezia. > leggi il  ricordo di Rienzo Colla

lug
30

Teatro, San Miniato rilegge il Battista di Elena Bono e «La testa del Profeta» finisce in mezzo al fascismo. Il testo del 1965 che affascinò anche Pasolini riattualizzato con successo dal regista Carmelo Rifici. Bella prova degli attori, tra cui spicca l’Erode di Massimo Foschi. > leggi l’articolo

lug
21

Il 31 dicembre 1980 Giovanni Paolo II dichiarò compatroni d’Europa, accanto a Benedetto da Norcia, due santi del primo millennio, i fratelli Cirillo e Metodio, pionieri dell’evangelizzazione dei popoli slavi; successivamente, nel 1999, pensò di integrare la schiera dei celesti protettori dell’Europa aggiungendovi tre figure femminili altrettanto emblematiche: santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena, santa Teresa Benedetta della Croce. Tre grandi sante, tre donne, che in diverse epoche – due nel cuore del Medioevo e una nel secolo appena trascorso – si sono distinte in modo veramente speciale per l’amore operoso alla Chiesa di Cristo e la testimonianza resa alla sua croce.

S.Brigida

di MARIA DI LORENZO

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lug
16

Lo spirito di S. Teresina con lo stile del Cordon Bleu: è l’insolita “ricetta” dell’Eau Vive, per realizzare un Vangelo veramente incarnato nel mondo.

Danza all'Eau Vive

di MARIA DI LORENZO

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lug
16

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla prima edizione del concorso letterario indetto dalla rivista culturale “In Purissimo Azzurro”.

Il concorso è aperto a tutti i cittadini residenti in Italia, che abbiano compiuto 18 anni di età, ai quali è dato di concorrere in una soltanto delle sezioni in cui si articola il premio, che sono: poesia, narrativa, saggistica.

Il tema degli elaborati è libero, ma saranno privilegiati quei testi che sapranno elaborare in forma matura e convincente la moderna ricerca dell’assoluto, il senso profondo della vita con le domande sull’uomo e il suo destino, i valori ineludibili dello spirito capaci di veicolare il sentimento religioso del tempo attraverso i molti chiaroscuri dell’esperienza umana.

Il concorso scade il 31 agosto 2009.

Il bando completo è su www.inpurissimoazzurro.info/concorso_2009.htm.

lug
16

Intervista a Mons. Jean Benjamin Sleiman Arcivescovo latino di Baghdad, dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.

Consacrazione a vescovo

A cura di MARIA DI LORENZO

http://www.sanpaolo.org/madre03/0108md/0108md19.htm

lug
12

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di PAOLO GASPARINI

Secondo Rosmini, i grandi guasti della vita civile non vengono tanto dalla morale, dal cuore, ma dalla mente, dalla filosofia. Come, nel suo secolo, la filosofia idealista tedesca era responsabile del soggettivismo, che poi ha portato alla tragedia delle ideologie atee del secolo scorso, così il linguaggio dei filosofi del secolo scorso ha reso superflue le grandi domande: Dio, la libertà, l’immortalità, secondo Kant.

Filosofi liberali tedeschi e americani hanno, infatti, introdotto questo nuovo vocabolario, adatto a fondare la nuova società multiculturale e religiosa del XXI secolo. Non più i termini di natura, esperienza e istinto, ma quelli artificiali di post-umano, valori, ideologia, sé, identità, autodeterminazione, genere, non discriminazione, progresso, sviluppo, apertura, tolleranza, diritti.

Un linguaggio assunto in modo acritico, dogmatico, non problematico, che persuade in modo sottile a cadere nell’abisso dell’emotivismo, del narcisismo, spingendo la nostra cultura nel post-moderno, radicalizzazione del sentimentalismo dell’800. “Fà ciò che vuoi, ciò che credi”, è il nuovo dogma dei pensatori nichilisti di oggi, il solo stile di vita plausibile.

Se questo relativismo è un cibo rimasticato della svolta del ’68, il ’68 è, a sua volta, il frutto delle tendenze dell’insegnamento in tante università fin dagli anni ’30. Si è verificato uno sforzo costante nell’indebolire la religione, relegandola a fatto privato, opinabile, opposto alla verità scientifica delle scienze naturali, matematiche.

Il radicalismo libertario doveva, comunque, costringere, con la fede, anche la morale e la democrazia entro confini sempre più intimistici e questo risultato poteva essere raggiungibile facilmente se si convinceva la gente che gli oppressori della libertà entravano nel novero degli ignoranti, oscuranti il vero bene. L’unico assoluto era la libertà, i nuovi diritti civili. Questa dottrina aveva il doppio vantaggio di rendere lecito ogni comportamento e di dare alla democrazia una falsa, buona coscienza.

Una larga parte dei nostri giovani, non c’è chi non veda, è profondamente pervasa, psicologicamente e a parole, da questa mentalità. L’indebolimento del pensiero è indissolubilmente legato alla attenuazione dei desideri, delle mete, delle aspirazioni giovanili.

Una cultura artificiale crea anime, corpi, recettori artificiali, palestrati, tatuati, dopati. Questo non è il risultato di inevitabili processi storici, ma di un progetto pedagogico strategicamente studiato, che ha rivestito panni presentabili di laicità, di teoria democratica, il cui ruolo vuole essere quello di antidoto essenziale al pensiero clericale, dogmatico, pregiudiziale e autoritario. La radice di questa teoria è, infatti, che la verità prescientifica è un pregiudizio che va estirpato, relativizzato o, almeno, tollerato, come, del resto, nelle rationes studiorum, dove la religione è una propedeutica alla filosofia, al linguaggio, un binario parallelo alla vera conoscenza, se non alla specializzazione crescente del sapere tecnico, funzionale alla società dei consumi.

Il pensiero unico dominante, politicamente corretto, è che ogni attività, ogni scelta è degna di rispetto, poiché non esistono fini gerarchici, migliori di altri: vedete come si risente il ritornello dell’idealismo: ratio est mensura rerum, non il contrario, come accadeva nell’oscuro medioevo. Ognuno, infatti, conferisce il valore alle proprie opportunità, in accordo alla nuova “coscienza storica”, che al massimo le cataloga come fenomeni culturali.

Al posto del termine res, rerum mettiamo: “vita umana, sesso, famiglia, procreazione, genere…” e vedremo come tutto si tiene. Ci sono valori in cui credere, non verità da riconoscere.

La realtà è un’illusione, il cui velo è stato strappato per sempre dalla demistificazione e dalla demitologizzazione, questi sì dogmi indiscutibili del nichilismo e del pensiero debole.

Il pensiero classico cercava, a cominciare da Socrate, la risposta alla domanda sulla vita buona. Al pensiero postmoderno è sufficiente affermare il proprio stile di vita, variabile a piacere, e ciò è la nuova traditio, il contenuto dato per scontato nelle università: “apertura”, repulsione per i provincialismi, i particolarismi etnici, religiosi, nazionali.

Che ruolo hanno le grandi assisi internazionali, politiche e finanziarie, oltre alle università, qual è l’impiego di tante energie morali e intellettuali? Si tratta di orientare in questa direzione esclusiva i nuovi paradigmi del progresso, nell’ordine, cioè, della tolleranza, della funzionalità e del relativismo?

Non si tratterebbe di scomodare R. H. Benson, né V. S.Solov’ev, H. Huxley o C. S. Lewis, ma di vedere quello che succede nei Parlamenti, nei Mercati, nelle grandi Scuole, nelle grandi Redazioni dove si invitano tutti, esclusi o mal tollerati, solo i Cristiani, poveretti, legati a quei dogmi così obsoleti e inadatti alla società multiculturale, multivaloriale, multireligiosa, antiomofobica, antisessista, omologata, non “bambina, figlia”, ma adulta, autocreante.

In una parola che riassume tutto, il Brave New World vuole essere non naturale, cioè secondo, femminile, ma “macho”, “pride”, autopoietico, prometeico, post-human, pragmatico, efficiente. Ecco perché la clonazione, e l’ideologia gay, sono i frutti ultimi e più velenosi di questa eresia contro la prima Persona della Trinità.

Un tempo, infatti, le scuole partorivano cittadini, gentiluomini o credenti. Adesso devono sfornare uomini “senza pregiudizi”. Un professore universitario deve far capire alle matricole che non ci sono assoluti, né culture superiori.

Il relativismo non nasce dalla diversità delle culture ma è una pura dottrina filosofica che dà un significato particolare alle culture e ha, come abbiamo visto, un impatto politico seducente, facendo leva sul principio della diversità, contrapposta al principio dell’omogeneità. In questa barca sono saliti in molti, girotondini, pacifisti, stalinisti nostalgici della dittatura del popolo, ma senza essere troppo espliciti su di essa.

Non è tanto la conoscenza trans (cultura, gender…) che interessa, quanto il fatto che ciascuno ami la propria, assolutamente non perché è buona, ma self. La gente deve capire che ciò che è, e che ciò che crede, è dovuto solo a contingenze spazio-temporali. L’uguaglianza dei valori è la stazione obbligata verso la marcia dell’uguaglianza democratica.

Ma la democrazia cade o sta con la ragione, in suo nome, ma anche nella sensibilità verso la verità (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). Altri tipi di regime possono appellarsi ad altre Autorità, più o meno esplicitamente, abbeverandosi ad altre sorgenti.

Adesso cominciamo a capire cosa sta dietro il pensiero debole, perché lo stiamo vedendo con i nostri stessi occhi. L’appello alla fede è inutile, perché solo macinando idee si può garantire alla ragione di non staccarsi dal terreno solido dei principi, e dei fini, che coincidono: ma queste idee stanno facendosi strada nelle nostre università?

Un giovane non entra all’università per iniziare un’avventura, o con l’intenzione di scoprire la verità sull’uomo, sia perché pensa forse di conoscerla già, sia per il fatto che non sia attingibile. L’università, dal canto suo, non cerca di persuaderlo a una visione d’insieme, né a un particolare orientamento pedagogico. Questi scopi generali sono assenti, sommersi dalla ricerca delle abilità settoriali, meno vaghe e indimostrabili.

Se lo scopo della vita è oscuro, questo dovrebbe essere piuttosto un incentivo alla sua scoperta, al non lasciar cadere la ricerca. La funzione dell’università dovrebbe essere proprio quella di ricordare agli studenti l’importanza e l’urgenza di una tale domanda e anche di dare loro i mezzi per una tale mission. Questa dovrebbe essere la responsabilità numero uno dell’università.

Le matricole vedono subito il ventaglio delle scelte e si dirigono verso medicina e legge, garanti del prestigio e del lucro. Se sono interessate invece al cor coris dell’università, l’insegnamento tradizionale, si confrontano con le altre scienze storico-umanistiche, sociali e naturali.

Una parola per le scienze naturali.

Sono colme di buona coscienza e di professionalità, sempre più specialistiche e separate dal resto dell’università, perché non ne hanno bisogno. Non fanno obiezioni all’educazione liberale, a meno che non venga lambito il loro spazio di ricerca e di training. Non hanno nulla da dire, nemmeno circa il loro statuto e il loro ruolo nella società, oltre ciò che affermarono Descartes, Galileo, Newton e Leibniz. I loro risultati parlano da soli.

Le discipline umanistiche dovrebbero insegnare la verità, ma molti professori si meravigliano di averne una da proporre.

Le scienze umane sono influenzate dalle mode culturali, come lo strutturalismo, il decostruzionismo e il marxismo umanista, che sanno già cosa trovare nei libri prima ancora di avere iniziato a leggere la prima pagina. È l’approccio di Marx e Nietzsche, il cui pensiero è tacitamente preso per vangelo.

La dottrina dell’“apertura” è in contrasto con l’esperienza elementare per cui nessun fisico serio chiederà mai nel suo corso di svolgere “fisiche” non occidentali, perché le culture e le civiltà non hanno un legame necessario con la verità. Il dogma della relatività della verità è il nemico nefasto della educazione liberale, della antropologia unitaria, della verità dell’essenza intellettiva dell’uomo, che ne rende possibile l’uguaglianza con i suoi simili, senza ulteriori requisiti, distinzioni.

Tre conclusioni:

1. I libri.

2. La musica.

3. La sessualità.

Il pensiero dominante tende a rendere superati i testi della grande tradizione filosofica, letteraria e teologica. Ciò che importa è assecondare le attitudini sociali, “socializzare”, non l’educazione, la verità, che sono invece fonti di divisioni: ricordiamo il racconto di Solov’ev: l’anticristo imputa al Signore di aver diviso gli uomini con la morale, mentre lui avrebbe riunito l’umanità con l’utilità.

I vecchi libri ci sono ancora, ma contengono solo opinioni. Non ci sono più eroi, santi, geni, scopi, viaggi (Gilgamesh, Odissea, Eneide, Divina Commedia, Faust, Don Chisciotte, Martin Fierro,The Lord of the Rings). Tutto è liquido, noioso, soft.

La musica.

Fin dalla pubertà è il cibo dell’anima. La nostra è la plug generation, o audio generation. La musica classica è irrilevante nella cultura dominante, come lo sono i grandi libri. È rimasto il rock e la musica disco, le sorgenti dell’erotismo.

Le parole fanno poca differenza. Possono essere esplicitamente sessuali, o pacifiste, anche religiose, ma il vero motore immobile è l’erotismo, l’impudicizia. I giovani e i giovanissimi lo sanno benissimo, non lo sanno, invece, se si escludono i sessantottini, i loro genitori.

La musica ha causato la più grande rivoluzione nelle relazioni familiari. Il suo genio straordinario è stato quello di unificare potentemente costumi (vizio), arte e business. La musica (i rumori, come li chiamava C. M. Giulini), ha fatto passare di mano l’educazione dai genitori, la scuola, la Chiesa, agli adolescenti, inavvertitamente, in una uniformità spaventosa verso il basso.

Socrate diceva che il ritmo e la melodia, infatti, sono ben più forti della parola nel plasmare il carattere.

Forza: in fisica, è la causa della modificazione di uno stato. Galileo, nel 1638, per la prima volta la mise in relazione con la accelerazione o variazione della velocità. Generalizzando, la forza è il principio capace di variare il livello di altezza gravitazionale, di legame, subatomico di due masse. Più universalmente, il livello di visione, intellettivo, e di volontà, o forza di carattere.

Oh, se i nostri professori dessero un’educazione integrale ai giovani, compreso il livello soprannaturale: l’esistenza dei miracoli, a livello fisico, della profezia, a livello noetico, e della santità, in quello etico!

Sessualità.

Nessun cambiamento è stato così rapido, grande, sorprendente, vincente, come la rivoluzione sessuale. È in questo campo che il nichilismo ha mietuto di più nei giovani. Una volta che è passata la TV e la musica da consumo, cosa resta più da trebbiare nel cuore dei giovani? Ora, essere sessisti è l’unico peccato che non viene perdonato, a scuola come in società.

La prima tappa, popolare, la rivoluzione sessuale, ossia la sessualità fuori del matrimonio, la contraccezione. La possibilità della separazione non è più diventata un fatto neutrale, ma un incoraggiamento, come del resto la legislazione dell’aborto, dei diritti civili, perché la legislazione fonda una psicologia dell’abbandono, del partner e del figlio, della sua uccisione.

Nelle democrazie liberali è poco capito che c’è ben poco oltre la famiglia che garantisce la coesione, la comunità morale e il rispetto dell’altro, dell’innocente. Si può rinunciare al vincolo familiare, e di fatto le western countries lo stanno facendo di corsa, ma si deve conoscerne il prezzo: non è chi non veda come nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle borgate, c’è un degrado, un abisso di estraneità, di disumanità, di persone sole crescenti di numero, il cui prezzo lo pagano i cittadini stessi.

Il nichilismo è un suicidio collettivo soffice, accettato democraticamente.

La seconda tappa: il femminismo.

È fenomeno elitario, interessante la cultura, non tanto gli istinti. Siamo sulla soglia di un nuovo modello di umanità e di un nuovo pensiero. Liberals e conservatori, destra e sinistra sono profondamente uniti in questo tema. Tutti sono d’accordo che il femminismo ha in se stesso la propria giustificazione.

Socrate ha immaginato una società, ironicamente, senza sesso. Oggi gli studenti non si stupirebbero di questo racconto. Genitori, sposo, figli sono tutti collegati dalla sessualità. Partner, tutor, gender, stanno, non a caso, prendendo il loro posto nel vocabolario della neutralità, della nuova tirannia del politicamente corretto, l’ideologia egualitaria.

La donna vuole avere le stesse possibilità dell’uomo, di carriera, di satisfaction, di risultati. La casa e i figli sono una decisione sua (autodeterminazione). Non ha un ruolo che gli possa essere imposto. Siccome era la vittima, adesso è l’artefice del suo riscatto, della propria definizione.

L’uomo deve essere flessibile, non avere linee guida. Di nuovo, l’unica virtù è l’apertura. La vita, i costumi sociali, tutto è desessualizzato, indifferente. Infatti, i principi dogmatici del relativismo è il credo egualitario, in contrapposizione al sessismo degli antenati.

Nella esposizione mi sono per gran parte riferito a una conferenza del prof. Allan Bloom, del 1982, il cui titolo era: Our listless universities, il cui resoconto, evidentemente, si riferisce al contesto nordamericano. Credo tuttavia che quel testo non sia per nulla off to date, con le numerose interpolazioni personali.

Dedico il lavoro al Santo Padre, il “dolce Cristo in terra”, che, avendo pestato i calli al drago dell’Apocalisse nella Spe salvi, ha dovuto essere percosso dalla sua coda.

Laus tibi, Christe,per Mariam!

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lug
12

UNA SFIDA PER LA CULTURA MODERNA

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di PAOLO GASPARINI

Sono rimasto molto colpito, qualche anno fa, da una conferenza del p. T. Spidlik, oggi cardinale di Santa Romana Chiesa, in cui veniva descritto il modo di vedere della fede e della ragione, filosofica ed empirica, con tre metafore: l’icona, il ritratto e la fotografia.

T. Jefferson, uno dei padri della Costituzione americana, nominò F. Bacone, J. Locke e I. Newton “la mia trinità, composta dei più grandi uomini che il mondo abbia mai prodotto, che hanno gettato le fondamenta delle scienze fisiche e morali” (cf. J. F. Stafford, in L’Osservatore Romano del 25/4/08, p.4). In questa affermazione troviamo, se così si può dire, un distillato della “autolimitazione moderna della ragione” (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006).

“Ratzinger…non ha alcun problema con le verità rivelate dalla scienza moderna…non ha da intavolare nessuna polemica con Darwin, Einstein o Heisenberg. Ciò che lo infastidisce è l’idea che la ragione scientifica sia la sola forma di ragione e che qualsiasi cosa che non sia scientificamente dimostrata debba essere esclusa dall’universo della ragione.” (Lee Harris, Il Foglio, 21 settembre 2006, p.1 dell’inserto).

Continua Harris: “la soluzione classica che offre la ragione moderna per i problemi dell’etica e della religione è…lasciare che ogni individuo decida autonomamente su tali questioni, in qualsiasi modo desideri” (ibidem, p.2), e più avanti, “se l’uso della ragione o della violenza (della irrazionalità, della emozione, si può aggiungere) viene lasciato interamente alla scelta soggettiva dell’individuo, allora coloro che scelgono la violenza (i desideri, i capricci, i gusti individuali) distruggeranno inevitabilmente la comunità di coloro che hanno scelto la ragione…poiché essere un uomo ragionevole implica il desiderio di vivere in una comunità formata da altri uomini ragionevoli”.

Quindi, “la ragione moderna, malgrado il suo scetticismo sull’etica e la religione, deve rendersi conto del fatto che la sua stessa esistenza e la sua sopravvivenza dipendono da un postulato etico e religioso. Il primo è quello di fare tutto il possibile per creare una comunità di uomini ragionevoli che si astengano dalla violenza (dall’irrazionalità) e preferiscano usare la ragione. Il secondo, quello di preferire la religione che contribuisce di più a creare una comunità di uomini ragionevoli”.

Ora, “per quale miracolo gli uomini hanno rinunciato alla forza bruta (la dittatura dei desideri) e hanno deciso di ragionare insieme”? J. Herder, storico, discepolo di Kant, continua Harris, disse che in Europa, e solo in Europa, gli uomini hanno creato la cultura della ragione.

Cultura della ragione è quella in cui l’ideale del dialogo socratico, da una parte assertivo, con una sicurezza di sapere e di pensiero che può apparire persino dogmatica, conclusiva – come nel Fedone, la Repubblica, il Flebo – e dall’altra open-ended, disponibile all’elaborazione del fruitore/lettore, sottraendosi, così, “socraticamente” alla possibile accusa di professare una sapienza dogmatica, ma senza tuttavia ricadere nel nichilismo scettico dei Sofisti, perché proponeva come metodicamente praticabile la ricerca della verità (cfr. M. Vegetti, Platone, Mondadori, 2008, p. 821, 827, 828, 833) è diventato il fondamento dell’intera comunità (Harris, ivi, pag. 2).

Insomma, cultura della ragione è quella in cui Socrate incoraggia gli uomini a ragionare con la propria testa: se l’anima deve mantenere il suo ruolo di mediazione (e non di alternativa) fra le polarità di “alto” (trasparente, permanente, universale) e “basso” (opaco, instabile, frammentato), tra i valori e la città, tra la conoscenza degli universali e dei particolari, allora il pensiero dell’uomo, dell’anima, apre un transito, una possibilità di comunicazione fra le coppie polari, assume una nuova e più ampia curvatura (M. Vegetti, ibidem, p. 837, 895).

Secondo Herder, continua Harris, la moderna ragione scientifica era il frutto delle culture della ragione europee, come queste ultime erano il frutto dell’incontro della tradizione di Gerusalemme, la fede biblica, e di Atene, la ricerca filosofica greca, “con la successiva aggiunta dell’eredità romana”.

Una prova che dimostra il debito della ragione moderna verso l’eredità cristiana sta sia nella critica della ragione moderna formulata da A. Schopenhauer, filosofo ateo, sia nella convergente idea galileiana di universo scritto a lettere matematiche, derivante dalla realtà di fede della creazione ex nihilo (per Galilei), e da un Creatore intelligente ma immaginario, per il primo.

A J. Ratzinger, tuttavia, basta sottolineare quanto questa concezione immaginaria di Dio sia radicalmente diversa, continua Harris, sia da quelle di altre religioni, sia da quelle di alcuni pensatori cristiani stessi. Inoltre, collegato al concetto di Dio Creatore intelligente, sta quello di Dio che si comporta in modo ragionevole con l’uomo, è un mentore, proprio come Socrate: un Dio di cui avere paura non sarà mai un’immagine di Dio degna di essere adorata da un Socrate o da un uomo ragionevole.

Il Papa ha, in realtà, lanciato una sfida titanica alla ragione moderna: è davvero una questione di stile di vita, di scelta individuale, di privacy se gli uomini seguono non solo una religione ma anche un ethos che rispetta la ragione umana e si rifiuta di ricorrere alla violenza o alle preferenze individuali per fare nuovi convertiti e per soddisfare le proprie voglie?

Persino l’ateo più convinto può davvero rimanere indifferente di fronte agli dèi immaginari e alle opzioni soggettive che gli altri membri della sua comunità continuano ad adorare e a pretendere come diritti?

Se la ragione moderna non è in grado di persuadere gli uomini a difendere la propria comunità fondata sulla ragione contro l’esplosione di “inquietanti patologie della religione e della ragione”, che cosa allora può essere in grado di convincerli?

La ragione moderna – prosegue il pensatore di Atlanta – ha prodotto il proprio universo cieco e capriccioso dentro il quale l’uomo si è trovato inspiegabilmente inserito, in cui non esiste la libertà, perché la materia, l’irrazionalità, non può dare origine allo spirito, alla razionalità.

Ma senza libero arbitrio e ragione, come possono esistere uomini ragionevoli e responsabili? E senza questi ultimi, come possono darsi comunità nelle quali la dignità umana viene difesa dall’umiliazione della forza, delle scelte individuali?

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Socrate ha sacrificato la sua vita per testimoniare che non era la scelta arbitraria, l’animalità edonista ad avere l’ultima parola nell’esistenza umana, e se Platone ha cercato, per questo, di delineare nella Repubblica uno stato ideale governato dal Bene, contemplato dai filosofi-re, Aristotele ha distinto queste due funzioni, ordinandole una all’altra, come la prudenza alla sapienza, la vita attiva, civile a quella contemplativa.

Essi hanno visto che c’era un giudice più alto, il logos.

La liberazione di Fedone, lo schiavo, fu il simbolo della missione di Socrate.

Socrate, continua Harris (ibidem, p.3), odiava anche solo l’idea della schiavitù – della schiavitù di altri uomini, ma anche delle opinioni (cito, solo per fare un esempio, Menone XXXIX), delle passioni egoistiche. Credeva che la ragione potesse liberare l’uomo da tutte le forme di schiavitù che caratterizzano la ragione umana. Avrebbe protestato contro l’idea di un Dio che converte con la violenza, di un Dio che incute paura, ma anche combattuto con tutta la forza della ragione contro chi insegnasse che l’universo è indifferente, che si deve professare la neutralità valoriale (cito solo Alcibiade XI), che la libertà è un’illusione, che la nostra mente è un fantasma.

Conclude Harris che nel suo commovente ed eroico discorso di Regensburg, Joseph Ratzinger ha scelto di recitare la parte di Socrate: non ha voluto darci risposte dogmatiche, ma, come non dirà, perché sospeso alla Sapienza “della croce” (Roma docet), “a sollecitare il coraggio per la verità”.

Il 5 giugno del 1979 il NYT concludeva un editoriale in questi termini:

“As much as the visit of John Paul II must reinvigorate and reinspire the Roman Catholic Churc in Poland, it does not threaten the political order of the [ Polish ] nation or of Eastern Europe.”

Commenta, citando questo articolo, George Weigel (“How Benedict XVI Will Make History” Newsweek, April 12, 2008):

“According to one such filter, religious and moral convinction is irrelevant to shaping the flow of contemporary history. They may give meaning to individual lives; but change history? Please. The world has outgrown that.”

E continua: “May [Benedict XVI] have had his own June 1979 moment – a moment that was missed, or misunderstood, at the time [?].”

Egli risponde di sì: quel momento, infatti, fu costituito dalla lezione su “fede e ragione” di Regensburg.

Nell’Enciclopedia Rizzoli Larousse troviamo questo giudizio su Einstein: “Per la genialità delle sue concezioni, per la profondità di pensiero, per l’influsso su intere generazioni di studiosi, Einstein deve essere considerato uno dei maggiori, se non il più grande scienziato di tutti i tempi.”

Se è vero che Einstein è il più grande scienziato, Aristotele sarà il più grande fra i filosofi, come Dante stesso scrive nell’Inferno (IV, 130-2). Tanto per dare solo un acconto della grandezza di questo pensatore, e del suo dell’influsso sulla cultura moderna, si legga E. Berti, The Present relevance of Aristotle’s thought, Lecture held at University of Creta, october 1995 (unpublished).

Ad un recente simposio svoltosi il 19 aprile 2008 presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia, il prof. Brice De Malherbe ha definito, invece, Papa Benedetto XVI come “il Teologo”, Theologus, come Aristotele era il “Philosophus” per l’Angelico.

Pensiamo che questo giudizio sia insuperato e, forse, insuperabile: il Vescovo di Roma, Servus servorum Dei, è l’icona di Cristo, del “dolce Cristo in terra”, di colui che disse : “Unus est magister vester, Christus”.

La liberazione dalla schiavitù del relativismo e della violenza costituirà la missio di Papa Benedetto XVI, il suo modo di orientare la storia. Ne vedrà i frutti, come il Servo di Dio Giovanni Paolo II potè contemplare il crollo del comunismo con la caduta del Muro di Berlino?

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lug
12

Il cambiamento del cuore, chiave che apre il cancello sul mistero e sul volto di Cristo.

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di PAOLO GASPARINI

Per il mondo greco la natura degli dèi, che in realtà non esistono, era fatta di fuoco, numeri, atomi; il suo spazio era il cosmo, la tipologia dei suoi cultori annoverava i filosofi, i veri scopritori della verità. Insomma, non poteva avere nessuna religione, perché non era possibile parlare alla materia.

In un precedente articolo, abbiamo interpretato in senso teologico la successione di Fibonacci, dicendo che l’essenza divina (per Aristotele i numeri esprimono le essenze), può essere declinata con due lettere, maiuscole e minuscole, la cui sequenza logica rimanda al misterioso contenuto della terza Persona della Santissima Trinità, che comprende la persona umana di Maria.

La “formula più bella della logica”, infatti, non respinge il fatto concreto, singolare, della Incarnazione, ribelle alla universalizzazione della scienza, ma è una costruzione non meno rigorosa, dominata da un’altra coerenza, quella della storia della salvezza, del Vangelo, le cui “convenienze” riscontrate, paradossalmente, hanno tutto di una necessità, appunto, logica: N (natura divina) sta a NP (Persona del Padre), come NPn (Persona del Figlio) sta a NPnp (la Persona dello Spirito Santo, con la sua personificazione, Maria).

In questo articolo prendiamo in considerazione un altro pisano (Galileo) per chiedergli, chiedere a uno studioso del sistema solare, di tradurre l’universo in lettere della teologia cattolica, con lo sguardo teologico della nuova alleanza, passando dallo spazio della filosofia della natura (theologia naturalis) al tempo, la storia della salvezza.

Dio ha creato l’universo visibile, perché pensava a quello spirituale. Così, se il sole, con la sua forma rimanda al Padre-Dio, i raggi al Figlio, Gesù, Sapienza del Padre, e il calore che ne promana allo Spirito Santo (cfr. San Giuseppe da Copertino), nella storia della salvezza possiamo identificarlo con la divinità del Verbo fatto carne, nel cuore della terra, con i suoi frutti di pane e vino, l’Eucaristia, dal grembo della madre Maria, della discendenza di Davide, per mezzo di san Giuseppe, lo sposo della “Donna vestita di sole”.

I pianeti diventano gli Apostoli e i loro successori, con i fondatori dei grandi Ordini religiosi e i loro figli spirituali, i satelliti. Le Galassie sono gli Angeli.

Fermiamo la nostra attenzione per un momento sulla trinità terrestre: del Figlio abbiamo detto, della Madre diciamo che è non solo il capolavoro di Dio nell’ordine della Grazia, ma anche in quello della Creazione. La terra, quindi, è la vita, la bellezza e la fecondità naturale e soprannaturale dell’universo, perché Dio ha posato il Suo sguardo benedicente su di Lei, l’Immacolata, Regina del mondo. Dio non rigetterà mai, ma anzi guarderà sempre con infinita dilezione e amore preveniente una simile creatura e sposa, all’Annunciazione, al Calvario e a Pentecoste, delle tre Persone divine, generante, in un duplice amplesso, il Figlio e i figli ( la Chiesa).

La luna, che sarebbe meglio denominare Giuseppe, ha quattro caratteristiche: è piccola, morfologicamente irregolare, imperfetta (lo si vede anche con mezzi diottrici semplici), è foto ed energia dipendente, al contrario della terra, il cui “fuoco” è rivestito, come un pallone da calcio, da una carta velina di crosta coibente (E.Medi).

Anche san Giuseppe è sterile e inefficace, qualità che gli vengono da altrove, dagli altri due membri eminenti del sistema evangelico, attorno a cui gravita. È tuttavia, in proporzione, quasi un pianeta, a differenza degli altri satelliti.

Il male nel mondo non potrà mai prevalere, perché c’è Maria, la più feconda, bella e vera perla dell’universo. Essa non sarà mai distrutta, né macchiata o vinta dai meteoriti, figura del peccato di orgoglio e di tutti gli altri cui assistiamo in questo tempo di indifferenza verso la Bellezza, grazie all’atmosfera, piena di Grazia, che la circonda.

Tutto l’essere di Gesù, Luce del Padre, Verbum Patris, serve per creare spazio per il Padre. Il “dove” di Gesù è nel Padre (H.U.von Balthasar).

La sua obbedienza al Padre è così fermamente stabilita, che si lascia sempre mettere sulla croce, mantenendo il dialogo, la mediazione, fino alla fine. È sulla croce che vediamo realizzato concretamente il disegno di fedeltà, di unione d’amore trinitario.

Non c’è nessun interesse nell’amore, un amore eucaristico. Inoltre, c’è una netta linea di separazione tra la storia sacra dell’AT e del  NT. Con l’istituzione del NT, sulla croce, è possibile dare il proprio corpo per una fecondità spirituale.

L’AT trovava compimento nell’offerta di Maria a Dio, consacrandosi a Lui. L’offerta dell’amore umano che lei prova nei confronti di Giuseppe metterà fine alla maledizione della sterilità dell’AT, metterà fine alla grande attesa dell’AT. Mettere al mondo figli significava impedire alla morte di avere l’ultima parola. Inoltre, era aperta la speranza legata alla promessa di Dio del Messia.

L’AT converge nel legame tra Maria e Giuseppe, che offrono la loro vita per manifestare la gloria di Dio e affrettare l’Incarnazione, destinata a mediare la conoscenza del Padre, della vera Paternità tra gli uomini. La famiglia si apre così alla vita consacrata e la prima vita religiosa è la famiglia (M.D.Philippe). Giuseppe si allea con Maria per essere il custode della sua verginità e, poco dopo, della sua Maternità.

Come è stupefacente il passaggio dall’AT al NT! La fecondità fisica viene relativizzata, con il suo carico di ambiguità (il peccato originale) e di egoismo (la separazione della sessualità dall’amore, e, oggi, del contrario).Poiché l’uomo e la donna sono destinati alla vita eterna, alla resurrezione, è possibile vivere hic et nunc un voto di verginità consacrata. Ecco che nella morte di Gesù viene risolto il problema della sessualità e della morte.

Qual è il legame tra la Trinità e la “scientia crucis”?

C’è una analogia fra tre realtà: come il Figlio eterno è generato dal fianco, dal seno del Padre, così Eva è generata dall’emicostato di Adamo, il suo fianco, la Chiesa, d’altra parte, viene generata dal petto di Gesù crocifisso, da cui sgorga sangue e acqua, simbolo dei sacramenti più importanti, l’Eucaristia e il Battesimo.

In quest’ultimo simbolo-realtà possiamo scorgere inoltre il discepolo prediletto, il quale, durante la Cena, aveva il suo posto accanto a Gesù e, quando sorse la domanda circa  il traditore, si reclinò “sul petto di Gesù” (Gv. 13,25). Questa espressione è formulata in un parallelismo voluto con la conclusione del Prologo giovanneo, dove, riguardo a Gesù, leggiamo:” Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv.1,18).

Come Gesù, il Figlio, conosce il mistero del Padre stando nel suo seno, e come Giovanni ha ricavato la sua conoscenza dal cuore di Gesù, dal riposare sul suo petto (J.Ratzinger-Benedetto XVI), così Giuseppe, con le sue braccia, che hanno sostenuto e nutrito il Figlio, è un misterioso velo sotto il quale sono nascoste la verginità di Maria e la divinità del Figlio di Dio.

La successione apostolica garantisce la fedeltà all’amore della croce, proprio per questo sguardo d’amore al Cristo e il sacramento del matrimonio ne è una preparazione, una anticipazione che ha la stessa vocazione ma con una modalità opposta di manifestazione dello stesso mistero trinitario.

Come Egli, il Figlio, è la rivelazione della Misericordia paterna, questa caratteristica così importante di Dio, del Padre, così il cristiano rivela la misericordia divina dalla contemplazione del volto di Cristo.

Giovanni ha vissuto con Maria la contemplazione della sapienza della croce, la contemplazione di Gesù crocifisso.

Questo è il fondamento dell’attendibilità storica dell’autore del quarto Vangelo.

Nel racconto della passione, si riferisce che uno dei soldati colpì il costato di Gesù con una lancia e “subito ne uscì sangue e acqua”.

Seguono le importanti parole:” Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate” (Gv.19,35).

Alla croce, come a Cana, si rivolge a Maria, chiamandola “Donna”, e lo fa per realizzare una seconda alleanza, non con Giuseppe, lo sposo, ma con Giovanni, il figlio.

La prima, infatti, è quella del matrimonio, ma poi Giuseppe ha vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Giovanni il Battista.

“chi possiede la sposa è lo sposo. Egli deve crescere e io diminuire (Gv.3,29-30)”.

A differenza degli Apostoli, che sono le “colonne” della Chiesa (cfr.Gal.2,9), Giuseppe ne è il fondamento.

Le fondamenta di un edificio sono sempre nascoste.

La seconda alleanza, realizzata da Gesù crocifisso, fra Giovanni e Maria, è un patto tra madre e figlio, un mistero di maternità e di generazione spirituale, non una sponsalità.

Maria segna la fine dell’AT e l’inizio del NT.

La Donna pone fine all’AT, mentre l’uomo ne è partecipe, ma in secondo piano.

Lei dà inizio alla nuova, con la sua maternità dolorosa e feconda.

Dio è il Padre, Maria la Madre del NT.

Grazie alla sua maternità, l’uomo redento diventa figlio, figlio di Maria.

All’Annunciazione lo Sposo è il Padre, alla croce il figlio è Giovanni (e la Chiesa a Pentecoste, iniziata sulla croce:emisit Spiritum), lo Sposo invece è il Cuore sacerdotale di Gesù.

Lei, Maria, è, come dice s. Alberto Magno, la cooperatrice, la socia.

È anche la sposa dello Spirito Santo, dal cui matrimonio si generano i credenti, i cristiani.

La Sponsa Verbi et Spiritus Sancti introduce il mistero della contemplazione della croce.

Maria è la misura e la chiave di tutta la creazione, il tempio dello Spirito Santo, colei che ha accolto il segreto del Padre, il Verbum caro.

Giuseppe è lo sposo del tesoro di Dio, del capolavoro di Dio nell’ordine della creazione e della grazia.

La purificazione del cuore è ciò che dobbiamo chiedere sempre a Giuseppe.

Accogliere il dono di Dio, senza volerlo possedere.

Non bisogna afferrare i doni di Dio, bisogna lasciarli passare, senza desiderare di appropriarsene, di possederli.

È questo che dobbiamo chiedere più di tutto a Giuseppe.

Nel momento in cui avremo detto:”sì”, a Dio, a tutto ciò che vorrà fare del suo dono, di Maria, Dio ci ridonerà tutto indietro.

Ma non deve essere una offerta accompagnata dalla segreta attesa della sua restituzione, altrimenti perderà la sua caratteristica di dono, non sarà più una alleanza sponsale ma un contratto.

L’unione, l’abbandono degli sposi uno all’altro nel matrimonio è una testimonianza a Cristo, perché la gratuità espressa negli impegni matrimoniali riflette la radicalità dell’amore di Cristo sulla croce.

Inoltre la fecondità dell’unione spirituale di Maria e Giuseppe, o meglio di Colui che ne ha preso il posto, lo Spirito Santo, riflette non solo l’incommensurabile fecondità del grembo di Maria all’Annunciazione, né solo quella della morte di Cristo per il suo popolo, al calvario, ma anche l’infinita fecondità della comunità trinitaria, un amore che è così infinitamente fecondo da fare posto all’intera creazione.

Il posto della creazione è lo spazio infinito aperto dall’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo.

L’universo ha centinaia di miliardi di galassie, ogni galassia cento miliardi di stelle, senza contare gli innumerevoli pianeti.

Dal monte Graham, in Arizona, a 3100 metri, scrutando le profondità del cosmo, le distanze inimmaginabili dovrebbero indurci a riflettere sulla piccolezza dell’uomo e sulla necessità di mettere in pratica quotidianamente umanità e solidarietà e di curare con amore il nostro pianeta, seguendo l’esortazione di Benedetto XVI (J.G. Funes), il pianeta che ha dato origine al pane e al vino, il corpo e il sangue di Maria e di Gesù: np(NP+NP/p).

Il pensiero teologico, lo sguardo contemplativo sulla Trinità, Cristo, la famiglia, la persona umana, il bene comune, il cosmo, può svilupparsi solo dalla preghiera che coglie la presenza di Dio e a lui si affida, come Maria, Giuseppe, Giovanni e papa Benedetto, riflessi sfolgoranti di Cristo, l’amore di Dio incarnato.

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lug
12

Elio al tavolo

UN POETA IMMERSO NEL MISTERO DI MARIA

di MARIA DI LORENZO

Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere. A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto a Roma nella notte tra il 19 e il 20 agosto scorso [ndr. anno 2002], a 67 anni di età.

Con Fiore scompare un poeta, un poeta autentico. Un poeta cristiano profondamente innamorato di Maria. Lei – come ci confidò – era la sua musa, la sua prima ispiratrice. Lo intervistammo qualche anno fa e qualcuno dei nostri affezionati lettori ricorderà certamente i bellissimi versi dedicati a Maria che pubblicammo e quanto lui ci disse di sé e della sua originale e profonda devozione mariana.

Un outsider della poesia

Nato a Roma nel 1935 e battezzato in San Pietro, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una “lunga tenebra” nella sua vita per oltre un decennio, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’/ Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is. 21, 6).

Alla sua prima raccolta del ’64 intitolata Dialoghi per non morire (allora presentata da Giuseppe Ungaretti: quasi una “investitura” poetica), avevano fatto seguito le plaquettes Maggio a Viboldone (1985) e Nell’ampio e nell’altezza (1987), quest’ultima preceduta dal volume di poesie In purissimo azzurro (Garzanti, 1986). Seguirono poi i Notturni (Scheiwiller, 1987), All’accendersi della prima stella (i., 1988), Dialoghi per non morire (i., ristampa, 1989), Improvvisi (i., 1990), Myriam di Nazareth (Ed. Ares, 1992), Gli occhi dell’universo (1995), Il cappotto di Montale (Scheiwiller, 1996), I bambini hanno bisogno (Interlinea, 1999).

Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. “Un grande poeta – disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi –, ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.

Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. Una strada fatta di preghiera, di ascolto e di laborioso silenzio, con gli occhi rivolti a Maria, “poetessa che spinge il suo sguardo / nei secoli dove la chiameranno beata”.

Fiore era talmente innamorato di Maria, da riconoscerne i tratti moderni, attualissimi, nel volto di una homeless con figlio al seguito, su una strada addobbata per le feste natalizie, tra gente frettolosa e distratta, di una qualunque città dell’opulento mondo occidentale. Scriveva: “Maria era tutta vestita di nero, /stava per terra, ferma, composta, / tra le braccia stringeva Gesù. // Sull’affollato corso i passanti / andavano distratti, senza guardare, / senza dare una lira di elemosina. //Maria aveva gli occhi chiusi, / ma due lacrime scendevano / dal viso. Gesù mi sorrideva, // mentre s’accendevano le luci / sul mercato di lusso, sfavillante / di regali, di stelle e di angeli. // Gesù mi stringeva forte la mano / e in quel sorriso innocente, / sentivo tutto il dolore del mondo…”.

Una sorta di Natività mendicante che, come possiamo vedere, ben poco ha da spartire con l’immagine, oleografica e un po’ dolciastra, di tanta poesia devozionale mariana.

La fede e nient’altro

Battezzato in San Pietro, il poeta ha abitato per quasi trent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica gli fece dono – a lui, “cattolico apostolico romano” – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.

Fiore aveva otto anni infatti quando assistette, da ignaro testimone, a quel terribile evento, e solo qualche mese prima, nel luglio ’43, era rimasto per dieci ore sepolto insieme a sua madre sotto le macerie nel bombardamento del quartiere San Lorenzo al Verano, che costò più di tremila morti e tanti feriti. Una storia spaventosa che non vorrà, né potrà, mai dimenticare. “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce/ della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti d’Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”.

Versi “semplici e terribili”, li ha definiti Mario Luzi, “che affondano nella carne viva del nostro secolo”. Versi emblematici nell’offrire le coordinate spirituali della storia di un poeta, di un uomo.

La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la fede nella poesia e nei poeti, la ricerca di Dio non in astratto, ma “nel sangue e nel grido della Storia”, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi della sua poesia, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “La fede e nient’altro è la vita – scriveva lui –; il resto non conta, è Storia”.

“Che posto occupa la Madonna nella sua vita di ogni giorno?” – gli chiesi nel corso dell’intervista che realizzai nella sua abitazione romana. Una casa, ricordo, che era un guscio di vive memorie, così zeppa di quadri e di disegni, quasi presenze sacrali i molti volti che occhieggiavano dai muri: lo sguardo felino di Giuseppe Ungaretti, il fiero profilo di Sibilla Aleramo, la verace vitalità di Anna Magnani, splendida interprete di Roma città aperta, a cui Fiore aveva dedicato versi di intrigante bellezza. Lari domestici in quotidiano, ininterrotto colloquio col poeta.

- “Che posto ha Maria nella sua vita?” – gli domandai. -”Oh, un posto molto importante: Lei è costantemente presente nella mia mente e nel mio cuore”. – “E’ vero che ha un rosario regalatole da Lucia dos Santos, la veggente di Fatima?” – gli chiesi a bruciapelo -. “Come lo ha avuto?” – “Ah, questo è un segreto…” – rispose lui. – “Non vuole raccontarcelo?” – lo incalzai. – “Le cose sono andate così: un giorno, molti anni fa, ebbi l’indirizzo di Suor Lucia a Coimbra e così decisi di scriverle. Non l’ho mai incontrata, naturalmente, perché lei vive in clausura e non vede nessuno da molto tempo. Nella lettera io le parlai di me, ma soprattutto le parlai di Lei, di Maria. Ne nacque una corrispondenza, e un giorno con mia grande sorpresa – senza che avessi osato chiederglielo – Suor Lucia mi inviò un rosario, a cui sono legatissimo: è con esso infatti che mi preparo ogni giorno alla chiamata del Signore”.

Lo ha scritto anche in una delle sue più recenti poesie: “Lasciami camminare / Madre di Dio, nel tuo rosario finale, /arco che squaderna luce e tenebre. / C’è tanto buio ancora, figlia di Sion,/ ma voglio, nella salita aspra, superare / ogni prova, per ritrovare mia madre, /la Rosa che s’ingioia nel tuo Segreto:/ l’Amore incarnato dell’Unigenito Figlio…”.

- “C’è qualcosa di cui lei ha paura, signor Fiore?” -, gli domandai prima di congedarmi. – “Sì” – rispose lui prontamente -, “ho paura della menzogna, della calunnia: ho paura delle piccole cose ordite dagli uomini meschini. E poi mi terrorizza la burocrazia, la storia delle bollette e dei certificati mi sconvolge, mi smarrisce… Piccole cose: come vede” – spiegò con un sorriso -, “non grandi cose mi fanno paura”.

E poi, come indovinando il filo segreto dei miei pensieri, aggiunse: “Io non temo la morte, sa, non la temo assolutamente, perché so che essa è soltanto un passaggio. Verso Dio, la gioia senza fine”. In quella gioia ora il poeta di Maria potrà contemplare, come desiderava, il volto tanto anelato della Madre.

Maria Di Lorenzo

Copyright (C) Madre di Dio n. 12 – dicembre 2002

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