La scelta di Joseph

imagesDomenica seconda di Quaresima, ultima di febbraio. La Trasfigurazione, paragonata dai Padri alla Risurrezione, alla vita celeste. Il nostro amato Santo Padre, Benedetto XVI, è dunque vicino al ritiro definitivo dalla scena pubblica.

Storia e teologia si incrociano mirabilmente e drammaticamente come in pochi altri passaggi noti. I pochi commenti che mi hanno colpito e che voglio brevemente approfondire sono stati quelli del cardinale Poletto e di Mons. Gomez, Arcivescovo di Los Angeles: “ This is the act of a saint”. La scelta di un santo.

Sì. É stato l’atto di un santo, perchè legato alla beatitudine della povertà evangelica.

Come spiega stupendamente un teologo recentemente scomparso, cui attingo a piene mani in questo breve omaggio al nostro amato Vescovo e Papa, forse il più insigne esperto della teologia di san Giuseppe – di Joseph –, l’esercizio di questo dono,  del  frutto del dono dello Spirito Santo, del timore di Dio, diversamente e di quello dell’umiltà, che appartiene all’ordine umano, ha radici più profonde. Il dono del timore di Dio, sorgente di ogni “povertà di spirito”, ci fa comprendere che uno degli aspetti più importanti della nostra vita è quello di non ostacolare l’azione dello Spirito Santo su di noi e su coloro che amiamo, la Chiesa. Ci aiuta a maturare quella divina “educazione” che ci spinge a far passare lo Spirito Santo sempre prima di noi, alle nostre decisioni. Di conseguenza, ci aiuta ad accettare di essere messi da parte, a volte ad accettare di essere la “pallina” o la “matita” di Dio, come facevano due illustri “Terese”, di Lisieux e di Calcutta, della storia della Chiesa recente.

L’umiltà aiuta lo spirito di povertà, ma quest’ultimo nasce dalla carità, dall’amore, e trasforma tutte le nostre “mancanze” in qualcosa di positivo, che unisce alla Croce di Cristo.

Il povero è colui che permette che certe cose  si facciano senza giocare personalmente alcun ruolo, senza metterci niente di suo. Tutto si compie  in sua presenza come se egli fosse lì per fare qualcosa, quando invece non fa nulla, come Mosè, sul monte, sostenuto da Aron e Cur, mentre Giosuè, sul piano della vita attiva, combatteva contro Amalek. Benedetto sale sul monte della contemplazione, per lasciare a Giosuè, il Papa regnante che gli succederà, il comando temporale per l’ultima battaglia contro l’Anticristo, l’umanità sedotta dalla religione umanitaria, apostata, ormai giunta alla sua fase finale. Due eserciti sono di fronte (Guardini), gli “abitanti della terra”, che hanno dato lo sfratto a Dio, gli Stati Uniti d’Europa, la divorziata, cinica e arrabbiata con il suo Sposo, il Cristo, che lo ha rinnegando, dicendo no alla menzione del Suo santo Nome nella Costituzione,  e i “cittadini del cielo”, la Sposa fedele dell’Agnello, coloro che seguono l’Immacolata e il vero Dio,

Come Giuseppe a Natale. I Magi non lo vedono. Solo i pastori. All’Annunciazione lo spirito di povertà aveva toccato il suo cuore di sposo, a Natale quello di padre. Ritroviamo la prova di Abramo. Dio chiede loro di rinunciare, di offrire a Lui l’opera che aveva fatto fin lì. Anche a Giuseppe e a Benedetto- Joseph è stato chiesto da Dio di offrire l’opera che avevano fatto fin lì, e di offrirla radicalmente, senza rammarico, senza mormorazione, ma andando fino in fondo al loro amore per Maria e per la Chiesa. È qualcosa di veramente grande la santità di Giuseppe e di Benedetto!

E’ molto difficile vedere un’opera realizzarsi anche se non si è fatto nulla, quando, di solito, si sarebbe potuto cooperare e quando tutti pensano effettivamente vi si abbia collaborato.

Siamo davanti a una povertà estremamente radicale, profonda. Stiamo infatti parlando di quelli che Maritain chiamava i “mezzi poveri” di apostolato. Siamo così pronti alla fenomenologia, al fatto di avere una responsabilità, un ufficio visibile, una funzione, nell’Antico, come nel Nuovo Patto, che facciamo fatica ad essere semplicemente, a  pensare o ad andare a vedere,  con i media,  che cosa fa il contemplativo mentre nel mondo ferve il combattimento spirituale. Facciamo molta fatica ad essere poveri nella missione che Dio ci dona. A volte Dio ci fa accettare cose che dovrebbero farsi con il nostro aiuto si realizzano senza il nostro intervento, e magari grazie all’aiuto di Qualcuno che, apparentemente, non ha nulla a vedere con esse. Nel caso di san Giuseppe colui che ha agito al posto suo è lo Spirito Santo!

apoteosiCosì nel caso di Papa Benedetto, è lo Spirito Santo a porlo nella posizione di Giuseppe, colui che rappresenta ed esercita l’autorità temporale della Santa Famiglia, la “fine del vecchio e l’inizio del nuovo” legame con Dio.

S. Ambrogio (Commento al Vangelo di san Luca, 2, I) chiama Maria Santissima “tipo della Chiesa”, e san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria e custode della sua santa verginità, “tipo dell’episcopato”, perché, analogamente a san Giuseppe, è sposo, nella vita terrena,  della Chiesa e custode della preziosità della sua fede. In una sfera eminente questo Padre e dottore della Chiesa pone Maria Santissima e san Giuseppe, e in una sfera subordinata, la Chiesa e l’episcopato.

San Giuseppe rappresenta l’episcopato e colui nel quale questo ufficio massimamente rifulge, il papato. Come la Chiesa è subordinata alla mediazione di grazia della beata Vergine, il suo “tipo”, esemplare, così l’episcopato, e a fortiori  il papato, che ne coglie, esprime l’unità, ricevono i benefici influssi di grazia da parte di san Giuseppe.

Il Santo Padre, dunque, ha ricevuto un influsso stupendo da san Giuseppe.

Uno degli attacchi più violenti del Maligno al mondo moderno è stato sicuramente lo scardinamento, l’annientamento dell’autorità. Non potendo sopportare l’autorità del padre, vuole distruggerla, e quindi uccidere il suo cuore. Una volta ucciso il padre, poi, si uccide la madre, e il figlio, perché loro non possono  essere protetti  che dal padre. Gli uomini dunque, fanno sempre molta fatica a comprendere l’autorità del padre.

Dio aveva predisposto che l’unica autorità nel suo popolo fosse quella della paternità. Il popolo d’Israele e noi occidentali analogamente invece ci siamo lasciati soggiogare da Faraone,  e Prometeo, il simbolo della seduzione e dell’orgoglio, degli idoli del benessere e dell’efficienza, del relativismo, sua filosofia ufficiale. Tutta l’Antica Alleanza converge, allora, sulla riappropriazione di Dio di ogni cosa attraverso la Famiglia, o meglio, attraverso la Donna, il legame che si costituisce attraverso Maria Santissima e san Giuseppe.

Giuseppe accetta di essere ufficialmente lo sposo di Maria, offrendo tutta la sua vita con lei per glorificare Dio e per affrettare l’ora dell’Incarnazione redentrice. Il mistero della Maternità divina, ovviamente, è assolutamente gratuito, ma, quello che Maria Santissima può fare è di offrire se stessa a Dio, consacrandosi a Lui, l’Altissimo. Più tardi gli offrirà anche l’amore umano che prova nei confronti di Giuseppe, gesto che metterà fine alla grande attesa della Prima Alleanza.

Come è grande il momento che segna la fine della Antica Alleanza e l’inizio della Nuova! Come è bello contemplare questo momento, come hanno fatto Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor! Dio, per questa Sua scelta di ricapitolare tutte le cose nel Suo Figlio, attraverso La Donna, che porta con sé anche Giuseppe, in questa gratuità divina, ha mostrato una Misericordia davvero infinita, ineffabile, inesprimibile! Com’è grande la gratuità della grazia, della scelta divina!

Ma, quanto più è grande la gratuità del Suo Amore, dell’Amore del Padre, tanto più Egli chiede la nostra collaborazione. È per la povertà del suo cuore che Giuseppe è potuto diventare colui che ci conduce al Padre, “mediatore della contemplazione”.

Come è potuto diventarlo? Perché ha offerto il suo amore per Maria Santissima, l’ha posto nelle mano del Padre perché egli facesse di lui e della sua sposa ciò che desiderava. La stessa cosa ha fatto Benedetto XVI, ponendo il suo amore per la Chiesa nelle mani di Dio, perché Egli possa portare a compimento le Sue vie. Bisogna essere molto poveri per diventare “pontefici”, mediatori del Regno di Dio.

Il regno è la visione di Dio, e per noi che siamo di carne non può essere attinto che dalla contemplazione del Verbo fatto carne. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt. 5,3). Noi crediamo che Benedetto, con questa sua scelta povera, ci meriti la Parusia, come la scelta povera, di farsi da parte di Giuseppe, a seguito di quella della Vergine Santissima, la Donna,  ha meritato, ha costretto la divinità a entrare in un grembo in un tabernacolo, il tempio umano, nell’Incarnazione.

L’Antica Alleanza si è compiuta nell’alleanza  dello Sposo divino con la sposa, Israele, ma nella povertà, che consiste nell’amarsi e nell’offrirsi completamente a Dio, l’uno all’altra, Giuseppe e Maria Santissima, nel cuore e nella carne, nell’offerta della verginità. La Nuova Alleanza inizia attraverso un mistero di maternità e di fecondità. Maria Santissima, la Donna, segna la fine della Antica e permette l’inizio della Nuova, mediante la sua maternità ( “Donna, ecco tuo figlio”, ha detto Dio, sulla Croce, affidandogli Giovanni). Giuseppe, l’uomo, le è subordinato, è coinvolto da Maria nel suo duplice segreto di consacrazione e di paternità divina.

Maria, Giuseppe, Giovanni, Benedetto sono come quattro grandi icone di Cristo, secondo un certo ordine. Maria è Immacolata, e realizza l’immagine di Cristo in modo perfetto e porta la Chiesa a “salire dal deserto appoggiata al suo diletto” nei misteri della gioia, della luce, del dolore e in quelli della gloria. Maria ci introduce nel mistero dell’orazione, della contemplazione. Maria è la misura e la chiave di volta di tutta la creazione e dell’ordine della grazia e Giuseppe è custode di queste opere di Dio.

La fedeltà di Giovanni, riguardante prima di tutto il legame personale con Gesù, che lo conduce fino alla Croce, è abbastanza diversa da quella di Giuseppe. Così anche quella di Benedetto. Ma per tutti il frutto della loro fedeltà è di ricevere Maria nell’intimità dei loro cuori. Dobbiamo ringraziare  Sua Santità, Benedetto XVI, che con questo suo gesto di sublime povertà, ci ha insegnato a guardare Maria Santissima, e, nel suo caso,  la Chiesa,  come hanno fatto Giovanni e Giuseppe quando hanno sentito Gesù dire : “Donna, ecco tuo figlio”, “Non temere di prendere Maria come tua Sposa”.

Papa Benedetto, come Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale, il Padre del Nuovo, in un mondo decadente, abbraccia lo stato contemplativo, come Maria, soffre con lei, e con Lui, ai piedi della Croce, offrendo la sua intelligenza e la sua volontà. Perché la vittima sia perfetta, perché l’umanità, la Chiesa sia totalmente offerta a Dio, è necessario che Benedetto si offra  insieme al sacrificio dell’amato Figlio di Maria santissima. E’ necessario che viva lo stesso suo mistero nella fede, attraverso la quale offrirà a Dio la sua intelligenza stupefacente. Grazie a Maria santissima, a Giovanni e Benedetto l’intelligenza umana diviene materia di olocausto sulla Croce, e in questo sta la beatitudine della fede che essi vivono: Benedetti coloro che hanno creduto (cfr. Lc 1,45). Possiamo dire la stessa cosa di ciò che riguarda l’affetto, la volontà: tutti i desideri del loro cuore, desideri umani trasformati dalla grazia – buoni, santi, elevati, nobili, grandi – devono essere offerti e bruciati, nella speranza.

downloadAttraverso il Cuore Immacolato di Maria, il cui trionfo ci auguriamo vicino nell’anno centenario di Fatima, Giovanni e Benedetto attingono alla fecondità del mistero della Croce. Salvati per pura gratuità, per puro amore, manifestano agli occhi di un mondo occidentale spesso incredulo e cinico l’ammirabile fecondità della Croce, dell’olocausto della Vittima, dell’Inviato, l’Unigenito del Padre. Maria la manifesta attraverso le parole di Gesù, attraverso la maternità divina nei confronti di Giovanni.

Solo la Croce può farci comprendere l’amore di Dio per noi, di Maria santissima per Giovanni, per Benedetto e per ognuno di noi. Essi sono uniti profondamente dal mistero della Croce, perché hanno vissuto e vivono il mistero contemplato sulla Croce, della sapienza divina rivelata sulla Croce. Questo è il fondamento (e il culmine) della loro carità. Sì, la carità che unisce Maria santissima e Giovanni, Benedetto, è divina, perché contemplativa.

La carità che unisce Maria e Giuseppe ha invece un fondamento  più profondo, essendo radicata nella povertà di un amore senza pretese, gratuito, senza alcun possesso. Dobbiamo domandare a entrambi di insegnarci a vivere questo mistero della carità divina che trasforma la nostra umanità,  il nostro cuore, rendendolo povero,  della povertà di Cristo, di Colui che viene nel mondo per essere offerto sulla croce, affinché l’amore che proviamo nei confronti di Gesù sia la sorgente di ogni affetto che sgorga dal nostro cuore.

“O umiltà, se hai costretto la divinità nel grembo di una povera Vergine, quale altra grandezza ci sarà mai che tu non valga ad abbassare?” (Antonio di Padova) Un’umiltà papale che “costringerà” Dio a elargire un magnifico Dono di misericordia alla Chiesa e all’umanità, forse la Sua seconda venuta?

“Padre – terminiamo parafrasando le parole che una mistica mette sulle labbra di Benedetto da Norcia – ho la certezza della fede in Te. Padre,  abbi pietà di me; Padre, aiutami, e non solo me, ma anche quelli che sono mio gregge. Plasma la mia vita e la loro secondo la Regola, il metodo nuovi, come tu li desideri e richiedi da noi, in modo da infondere una nuova vita nella Chiesa. Signore, che ci sia anche Tua Madre  a intercedere; fa in modo che ci sia presente. Fa che sia efficace il suo intervento in noi, così che possiamo creare una unità analoga a quella che Ella possiede con Te e a quella che Ti unisce al Padre e allo Spirito Santo, una unità per le cose che stiamo per iniziare, una unità nella quale il solo aspetto visibile è la fede che ci hai donato e la volontà che ci ispira a compiere la Tua volontà. Amen.”

PAOLO GASPARINI

La Chiesa e il laicismo

di PETER KREEFT

(Prima parte)

Vorrei parlare del declino della civiltà occidentale in termini di sintomi, diagnosi, prognosi e rimedi.

A volte, quando la gente sente che mi chiamano con il titolo di “dottore”, pensando che sia un medico, alla mia precisazione che sono un professore di filosofia, di solito rispondono: “Oh! Abbiamo bisogno anche di questo tipo di medici”. Oggi, tuttavia, voglio fare proprio come un vero medico, ma dell’anima, non del corpo.

Dicono che nelle facoltà di medicina per comprendere lo stato di un paziente siano necessari quattro passaggi clinici.

Questi quattro punti sono tuttavia generalizzabili logicamente ad ogni soluzione concreta per qualsiasi problema – medicina, affari, investigazioni, ecc. –, dal momento che ci sono due variabili: ci si trova davanti a qualcosa di buono o desiderabile, oppure a qualcosa di cattivo o repellente. Si aggiunga poi la causa e l’effetto.

Allora ci troviamo di fronte da una parte alla causa e all’effetto buoni, dall’altra alla causa e all’effetto cattivi.

Così i quattro passi dell’analisi clinica consistono, dapprima nell’osservazione dei sintomi, ossia degli effetti cattivi, poi nella diagnosi della malattia, ossia la causa cattiva; segue la prognosi della speranza di guarigione e di vita, l’effetto buono; infine la prescrizione della terapia, l’identificazione della causa buona.

Il buddismo si fonda tutto su queste, che il Budda definiva le “Quattro Nobili Verità”. Quando un suo discepolo gli disse di trattare altre questioni filosofiche, rifiutò, dicendo: “Questo è tutto il mio insegnamento. Io vi insegno semplicemente che la vita è sofferenza, e che la causa della sofferenza è l’amore di sé, e che c’è speranza di guarigione completa a condizione che venga eliminata la causa e la mia Nobile Via composta di Otto Elementi è appunto la via che conduce alla rimozione della causa.” Si tratta dunque di una analisi clinica, ma applicabile all’anima, anziché al corpo.

Parlerò allora del declino della civiltà occidentale in termini di sintomi, diagnosi, prognosi e cura.

Sintomi

Iniziamo dai sintomi. Se uno si recasse in un paese in cui la metà della popolazione fosse suicida, direbbe che quella regione è molto malata e ha poche speranze di cavarsela, di sopravvivere. È il quadro della civiltà occidentale, dal momento che la pietra di costruzione di una società è la famiglia. Le famiglie rappresentano la cittadinanza vitale di ogni società. Il divorzio è il suicidio della famiglia. Quando l’anima si separa dal corpo, si ha il decesso del corpo. E nell’istante in cui padre e madre si separano, la famiglia muore. Allora, il tasso di divorzio del 50%, che corrisponde a quello nostro nordamericano, equivale ad un tasso di suicidio del 50%. E’ un sintomo serio, molto serio.

Pensi che abbai forzato la mano? Allora prendiamo alla lettera il significato di suicidio. Cosa rappresenta il tasso suicidario? Penso che il nostro sia il quarto nel mondo, peraltro direttamente correlato al benessere. Più sei ricco, più è probabile ti venga in mente che la vita sia così bella da meritare di mettere il dito sul grilletto rivolto contro la tua tempia. L’indice di Bennett, termometro della società, dice che in mezzo secolo, la seconda metà del secolo scorso, il tasso di suicidio adolescenziale è cresciuto del 5 mila per cento. Una statistica terribile ed eccezionale.

Una statistica ancora più sorprendente riguarda la nostra volontà omicida verso i nostri figli non ancora nati. Come diceva Madre Teresa: “Se l’aborto è giusto, nulla è ingiusto”. I nostri antenati non avrebbero mai potuto credere una cosa del genere.

A questo proposito, racconto una storiella. Conosco un medico che mi diceva come un suo amico, un dietologo, avesse accettato di trascorrere un paio d’anni – penso in Zaire – o un qualche altro paese africano, per un’agenzia delle Nazioni Unite, che aveva scoperto come una tribù vivesse talmente isolata, da condurre uno stile di vita del tutto innocente, fosse malfidente verso gli estranei, rappresentando una delle comunità umane più primitive, che gli antropologi volevano quindi capire, prima che fosse troppo tardi. La ragione dell’alto tasso di mortalità era dovuto all’alimentazione, così sbagliata che li portava alla decimazione, senza che se ne avvedessero. Erano molto arretrati. Ad esempio, una loro spezia prelibata era costituita da mosche arrostite. Mosche morte, seccate al sole. Ma non avevano alcuna fiducia nei forestieri, bianchi o di colore.

Allora ecco questo medico, penso fosse canadese, deciso a  dedicare due anni della sua vita presso questa tribù condannata all’estinzione, se non li avesse convinti a cambiare menù, per poter documentare al resto del mondo questo fatto scientifico. Ci riuscì e ci mise molto a convincerli di cambiare dieta, dopo di che la loro salute migliorò drasticamente, in un batter d’occhio. Tutti i membri della tribù da allora divennero condiscendenti, vedendo che diceva la verità, e divenne per questo il primo straniero ad essere accettato pienamente e che godette piena fiducia, tanto che ne rimasero ammirati.

Così, cominciarono a fargli delle domande sul mondo esterno. Diceva che erano come bambini, pacifici e innocenti, ma del tutto ignoranti. Spiegò loro cos’erano gli aerei e che si poteva andare sulla luna, cosa cui credettero, e che abbiamo a disposizione armi talmente potenti da poter distruggere l’intero pianeta, e solo perché un solo uomo malvagio potesse schiacciare un bottone, e anche questo fu credibile. Tutto quello che disse fu creduto. Era diventato Dio per loro. O quasi.

Eppure disse che solo due cose furono assolutamente incomprensibili, incredibili per loro, e che non c’era assolutamente verso di fargliele entrare in testa. Una consisteva nel fatto che, richiesto se ci fossero uomini saggi nel mondo esterno, come loro avevano gli anziani, gli sciamani, e avendo risposto di sì, e che erano chiamati filosofi, “amanti della sapienza”, e richiesto a quali déi credessero mai questi saggi, non ignari del fatto che altre tribù avevano divinità differenti, disse che il 75% di quelli che non appartenevano a Università Cattoliche erano atei (da notare che la media tra la popolazione sana è del 4%). Bene, non avevano una parola del vocabolario che significasse “ateo”, cosicché dovette spiegare che “ateo” significa “senza déi”. All’inizio lo presero come uno scherzo. Non potevano credere a una cosa simile. Niente déi buoni, né cattivi? Non déi maschi né femmine? Niente déi della terra o del cielo? Non déi della propria tribù, né delle altre? Proprio nessun dio del tutto? C’è gente da qualche parte che non crede in nessun dio? Questo fatto mise letteralmente a scompiglio il loro cervello. Ma capì che dovevano essere proprio come dei fanciulli molto svegli e vivaci, e che non si sarebbero arresi tanto facilmente, tanto da dirgli: “ Dobbiamo risolvere questa faccenda”.

Ogni qualvolta vi fossero delle questioni, continuò, i membri anziani della tribù usavano mettersi in cerchio, e si mettevano a chiacchierare tra loro, con il brusio tipico delle api. Avevano la caratteristica di ascoltare varie voci allo stesso tempo, finché, trascorsi alcuni minuti o alcune ore, addivenire ad una soluzione, cosa che veniva esplicitata dal capo tribù. Ma ecco come si svolse la faccenda per il quesito circa l’esistenza degli atei. Non ci volle meno di un giorno. Si trattava veramente del problema più difficile mai incontrato prima nella tribù. Tuttavia, trascorsa la giornata, finalmente uscirono dal consesso felici e contenti, e il capo tribù esclamò: “Abbiamo risolto il problema degli atei. Sappiamo che la vostra gente abita in questi grandi agglomerati di cemento, per ragioni bizzarre, a voi note, e che amate vivere nelle città. Allora, gli atei, così sono stati chiamati, devono certo essere nati in queste gabbie domestiche, e non possono certo esserne mai usciti. Non possono essersi resi conto dell’esistenza degli uccelli, delle cascate, e neppure devono aver mai visto le stelle! Ecco perché sono atei!”.

Ma ecco la seconda cosa da lui fatta loro conoscere, cui non avrebbero mai e poi mai creduto. Né in senso letterale, né psicologico. La notizia era che un terzo dei bambini concepiti nel Nord America venivano uccisi da gente che si fregiava del nome di “medico”, di “guaritore”, pagato dai genitori. La loro reazione consistette in una battuta scherzosa, dal momento che erano convinti si trattasse proprio di un indovinello. Non capendo il significato dello scherzo, si limitarono quindi a sorridere. Si ebbero dei motteggi. Poiché cercava di convincerli, rispondevano che era impossibile, non trattandosi altro che di uno scherzo. Ecco perché erano sicuri fosse un enigma.

Rimase perciò qualche mese dopo questa affermazione, mentre quotidianamente veniva assalito dalla solita domanda: “Allora, qual è la soluzione?”. Ma lui diceva invariabilmente che non era un gioco a indovinare, ma la verità. Ancora una volta, non si capacitavano, letteralmente.

Disse che l’ultima scena rimastagli in mente fu  quando venne a prenderlo il monomotore sulla pista polverosa di atterraggio da campo. Il capotribù gli si avvicinò e gli disse: “Non ti rivedremo più in questo mondo, perciò puoi darci la soluzione dell’enigma, adesso, visto che noi non la troveremo mai?”. Rispose: “Non è una finzione, è la verità”. Disse inoltre che l’ultimo movimento consistette nello scostarsi del capotribù dal suo fianco, accanto al velivolo, il ritornare alla gente della sua tribù, ansiosa di conoscere la risposta all’umoristico indovinello, con gli occhi bramosi di vedere uscire da quelle labbra la risposta agognata al più divertente gioco enigmistico mai sentito nella loro vita, mentre il capotribù guardava a terra sconfortato, con la testa fra le mani, sempre incredulo. Uno si chiede chi siano veramente i primitivi.

Mancano i figli. Per motivi strettamente biologici, per una società questo equivale alla fine. L’Europa è quasi alla fine. Ancora una generazione e l’Europa sarà un continente musulmano, dato che i musulmani sono gli unici che hanno figli, e noi no. Se lo meritano. Un tempo il 75% degli inglesi frequentavano la chiesa la Domenica mattina. Adesso siamo al 4%. Si diceva che il 5% dei francesi si professasse ateo. Adesso lo è il 40%. Si possono trovare statistiche del nostro declino culturale e della crisi molto facilmente. Qualcuna di esse è molto eloquente, altre più complesse e analitiche. Uno dei sintomi più sottili e profondi del declino è lo scetticismo morale. Nessuna società ha mai potuto sopravvivere storicamente senza credere in una qualche forma della legge naturale. La nostra è la prima che ha ufficialmente preso le distanze da questa fede. È illegale fare appello alla legge naturale a fondamento della legge positiva. La Corte Suprema americana lo ha fatto. Penso che il Canada sia anche più avanti nel processo di decadenza, come lo può essere un dente cariato, nella sua radice non visibile.

Immagina, perché non ce l’ho sotto mano, di avere una lavagna, in cui sia disegnato un quadrato, da un lato del quale esce un segmento. In alto poniamo la parola “comunità”, in basso “caos”. Ai due angoli superiori ci sono altre due “c”, gli unici mezzi di cui dispone la comunità per difendersi dal caos: uno si chiama “carabinieri”, l’altro “coscienza”. La legge delle quattro “c”. Qualunque comunità, sia essa costituita dal corpo umano o da un corpo sociale, umano o animale, sopravvive solo se è preservata dal caos. Il caos è come la morte, distrugge, separa. Per una comunità umana ci sono solo due modi per ripararsi dal caos, i carabinieri interni – la coscienza – o quelli esterni – le forze dell’ordine. Le forze dell’ordine sono la coscienza esteriore. La coscienza dipende dalla legge naturale. Se non c’è una legge morale naturale, se la morale consistesse solo nella legge positiva, la legge emanata dagli uomini, quelle che vengono chiamate le regole del gioco, allora non si parla più di morale, ma di contratto. Il contratto non vincola per nulla in modo decisivo, incontrovertibile. È questa la teoria morale che domina nella cultura dominante e dei mass media, nelle élites intellettuali della nostra civiltà occidentale. Un pensatore inglese del secolo scorso ha scritto che il relativismo morale manda all’inferno l’anima e distrugge la specie umana. Perché fa dannare? Gesù dice che chi non si pente e non crede non si salva. Come puoi pentirti se non c’è il peccato? E come può esistere qualcosa come il peccato se non c’è un sistema morale, una legge assoluta, contro cui si pecca? E perché distrugge la nostra specie, l’umanità? Perché anche se non estinguesse la nostra specie biologicamente, lo farebbe spiritualmente, dando origine a una nuova specie umana, una nuova creatura, quella senza coscienza, il superuomo di Nietzsche. Sì, Nietzsche è stato un profeta, ahimè. Un intervento chirurgico di “coscienziectomia” è una cosa seria, per dirla tra il serio e il faceto. C.S. Lewis, lo chiamerebbe un “uomo senza petto”, o senza spina dorsale. C’è la testa, ci sono i glutei, ma manca qualcosa in mezzo. Manca il torace, la coscienza morale, la volontà morale.

(c) all rights reserved – traduzione di Paolo Gasparini

Perchè un’antropologia cristiana fa la differenza

di PETER KREEFT

E’ impossibile essere d’accordo sull’etica, su ciò che è bene o male nell’azione, se non lo si è sulla metafisica e sull’antropologia. Siccome l’etica è inevitabile, lo è anche l’antropologia.

Tratto da:

Peter Kreeft, “Why a Christian Anthropology Makes a Difference” an address to the The Catholic Medical Association’s 79th Annual Educational Conference (October 27-30, 2010). Traduzione a cura di Paolo Gasparini – All rights reserved

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PETER KREEFT è docente di Filosofia al Boston College. Convertito dal Protestantesimo, è un autore cattolico molto prolifico ed è richiesto come brillante conferenziere in tutti gli Stati Uniti. Per chi volesse conoscere il suo pensiero e le sue opere il suo sito web è www.peterkreeft.com

Delle due parole della definizione “antropologia cristiana” do per scontato il significato dell’aggettivo, dato che la Chiesa lo sta facendo da duemila anni – con il simbolo della fede, il “Credo”. Ma cosa dire per il sostantivo?

Per antropologia, logos dell’antropos, si intende una teoria sulla natura dell’uomo. Ma non intendo un pensiero empirico, da addetti ai lavori. Tutti, proprio tutti, abbiamo bisogno  di una antropologia filosofica, specialmente voi medici. Ma non c’è per nulla bisogno di essere antropologi per professione, o di aver bisogno di uno di loro come si ha bisogno del medico. Tutti debbono avere un medico, non uno scienziato.

Allo stesso modo, non tutti hanno necessità di avere un filosofo a portata di mano, ma tutti hanno bisogno di essere un po’ filosofi, anche se non certo essere filosofi di professione. Socrate, il prototipo e il modello di tutti i filosofi, direbbe che un filosofo di professione è una contraddizione in termini. L’amante della sapienza, infatti, o professionista dell’amore, ha un significato equivoco. (…)

Uno può eludere questo rischio, della professionalizzazione della filosofia, ma non quello di amante della verità. Non c’è solo la “dipendenza” da sostanze, materiale, ma anche spirituale, da “sostanze” come la verità, la saggezza, l’amicizia, la gioia, la bellezza…

La verità ha due origini, scientifica e filosofica. La prima ha come origine l’esperienza sensibile e il calcolo. La seconda invece la conoscenza. Il metodo scientifico elabora e amplifica i nostri sensi corporei, escogitando strumenti come i microscopi e le telecamere, mentre arricchisce la ragione calcolante mediante strumenti come i computer.

L’autore sacro del libro di Giobbe comprese questo più di venticinque secoli fa, quando ha messo sulle labbra di Giobbe i versi stupendi del capitolo ventotto. (…)

La differenza tra la scienza e la filosofia non è di grado, ma di specie. Aumentare gli effetti speciali non causa una comprensione più profonda della trama di un film, dei suoi contenuti, o dei caratteri dei suoi personaggi.

Ci sono varie distinzioni da fare tra sapienza e scienza empirica, ma quella più lampante sta nel fatto che la scienza non guarda ai valori. Pretende neutralità. (…)

Per esempio, la scienza ti dice quando vuoi abortire: al concepimento o al quinto giorno, oppure alla dodicesima settimana? Ti dice anche come puoi farlo, con una pillola, un bisturi. L’unica cosa che non ti dirà mai è se è una cosa buona o no il farlo. A dire il vero, molte filosofie contemporanee ci dicono che non possono farlo, che nemmeno il pensiero ci può dire qualcosa di assoluto, di valoriale e non negoziale. Si chiamano scettici, e si possono anche classificare come relativisti morali, o soggettivisti morali. Eppure la mente umana ha bisogno di questi interrogativi. Lo fa filosofando. La scienza no, non ci prova nemmeno. Assomiglia in questo alla religione. Si differenziano per l’origine: una chiede l’ascolto, una fonte indipendente da me, esige una tradizione, una comunità, che mi trasmette la fede. La filosofia no: chiede solo l’ascolto del mio intimo, del ragionamento. Vuole solo pensieri chiari e distinti, del mio ego elucubrante. Eppure molte delle loro domande sono le stesse. La scienza, invece, non solo non ha lo stesso metodo, ma nemmeno le stesse domande. Una delle domande comuni tra filosofia e religione è quella dell’antropologia. Chi è l’uomo? (…)

Le quattro domande cui è necessario, oggi più che mai, rispondere, con la riflessione filosofica, sono:

Primo: cosa è reale – è la questione metafisica. La metafisica supera la fisica, non perché mette lo spirituale al suo posto, ma perché si fa la domanda più generale, ampia, riguardante tutto ciò che è reale, oggettivo.

Secondo: chi sono i soggetti che si fanno questa domanda? È  la domanda dell’antropologia.

Terzo: cosa dovremmo diventare e  fare? L’etica.

Quarto: com’è possibile sapere queste cose? La gnoseologia o epistemologia.

Logico che l’etica la faccia, tra queste, da padrona. Ma dipende dall’antropologia, che a sua volta si appoggia alla metafisica. Sapere cosa scegliere, infatti, dipende dal fatto di conoscere l’uomo, ma l’uomo, la sua realtà, si appoggia a ciò che è.

Se, per esempio, lo spirito, l’anima, Dio, gli angeli, il cielo fossero solo una bella favola, allora non potremmo che declinare delle etiche  ben diverse, e così delle antropologie nuove, molto diverse da quelle che prevedono la loro esistenza, la loro realtà. L’etica corrisponderebbe, allora, al conseguimento di un vizio vestito da virtù: l’abito, l’arte di procurare al prossimo beni corporei – il piacere – o economici – l’utile. Se poi per noi contasse solo lo spirito, come in molte filosofie e religioni, allora dovremmo pensare una etica e una antropologia di altro tenore. Il compito del medico sarebbe ridotto al rango di un bel sogno, la medicina ad arte di creare delle illusioni.

È impossibile essere d’accordo sul “che fare”, se non si pensa allo stesso modo dal punto di vista metafisico e antropologico. Siccome l’etica è un passaggio ineludibile, lo è anche l’antropologia. Ma io non voglio pensare a una qualsiasi antropologia, ma rendere ragione della inevitabilità di una antropologia cristiana.

Il Cristianesimo non è una religione umana, non è una filosofia. È la religione rivelata. Non contraddice la ragione. Nessuna verità contraddice la fede. Eppure, i suoi asserti centrali non sono provati dalla ragione. Dalla ragione da sola. Credere per ascolto della Parola, della predicazione degli Apostoli, e dei loro successori, i vescovi della Chiesa cattolica,  vuol dire essere cristiani. Questa è la prima ragione per essere cristiani.

Ci sarebbero altre ragioni per esserlo: la bontà e la felicità, più fini che mezzi. Chi vorrebbe, infatti, essere felice per essere ricco, o eletto al Parlamento? Nessuno!

Ma c’è un altro fine nella vita: la verità, ed è anche un assoluto. Infatti, se necessario, bisogna soprassedere alla felicità pur di essere nella verità. Posso provarlo, quindi non è una mia pia opinione. Qualcuno di voi crede alla “befana”? Nessuno. Eppure, com’ero felice da bambino! Ci credevo! Ci credevate anche voi? Come siete sinceri… e onesti! Eravamo tutti buoni e felici. Ma adesso nessuno di noi sacrificherebbe la verità sull’altare della bontà e della felicità. La sola ragione per cui uno deve credere è la sua verità, la verità di ciò che (o di Chi) si da credito. Certo, la bontà e la felicità sono ottimi motivi di credibilità, ma la verità deve stare al primo posto, senza eccezioni.

Allora, abbiamo bisogno di una antropologia cristiana prima di tutto perchè è vera. Non perché serve a qualcos’altro, fosse pure importante, come, per esempio per capire la bontà o la cattiveria delle procedure mediche o dei farmaci. Dobbiamo certamente essere saggi, da cristiani, e agire, scegliere bene, realizzare una vita buona in famiglia, nella medicina e in società, nella vita in generale. Ma la verità è la prima della classe, prima di essere uno strumento per gli altri, per quelli meno dotati, per gli altri fini. Allora, elenchiamo una lista di verità cui non arriveremo di botto, o non tutti, senza il cristianesimo. Certo, queste verità ci procureranno una vita buona e felice. Ma la prima ragione per darvi credito è che sono vere. Se non fossero vere, alla buonora! (Anche se ci rendessero più buoni e soddisfatti!)

Un corollario di ciò è che dobbiamo rispettare le convinzioni sincere di chi cristiano non è, di chi avesse altri convincimenti sul bene e il male. Se non c’è Dio, una retribuzione, l’anima, il principio morale, e il fine del piacere corporeo fosse l’ultima istanza individuale, il suicidio assistito, l’eutanasia diverrebbero logicamente l’unica opzione possibile di fine vita. Se la vita non è di Dio, allora è mia! Se Dio non fosse il mio Dio, io sarei il mio dio!

Al contrario, se la materia fosse illusione, come lo è per molti Hindu o Buddisti, ne seguirebbe che i servizi della medicina diverrebbero facoltativi, come pure l’obbligo morale della compassione e della carità verso i sofferenti e i morenti. Potrebbe anche essere vero che un non cristiano possa nutrire delle motivazioni ambigue. Potrebbe trovarsi a fuggire obblighi morali molto scomodi. Ma non necessariamente. Potrebbe anche trattarsi del caso di una persona onesta, come il dottor Rieux, ne La Peste di Camus, incapace di pervenire alla fede in Dio, quantunque sappia che il significato della vita è la santità, e che non si può essere santi senza Dio.

Non dico che dobbiamo astenerci dal persuadere chi pensa così a cambiare mentalità. Nemmeno che devono prima convertirsi al cristianesimo. Spesso proveremo a ragionare, e a fare appello ai rimasugli di cristianesimo ancora presenti nelle loro menti, ignare della loro vera origine. La dignità intrinseca di ogni uomo, i diritti inalienabili: anche molti non credenti li darebbero per buoni. E Dio, la fede il Lui, fondamento di essi, potrebbero allora essere dimostrati facilmente. Storicamente è stato così, almeno. Andare dalla causa all’effetto o dall’effetto alla causa fa parte del lavoro della ragione, ma fa molta differenza prendere una strada o l’altra. Se questi diritti sono intrinseci ad ogni essere umano, non possono in nessun caso essere abrogati da altri, o dallo stato, perché non sono conferiti dagli uomini, o dallo stato. Se tutti gli uomini hanno una dignità propria, e il fatto che devono essere trattati come un fine e mai come un mezzo, allora non si può non concludere che è ragionevole, convincente concludere che la metafisica più adatta, adeguata a porre un fondamento per tutti questi diritti, questa dignità, è Dio, la sua esistenza, e per il fatto, inoltre, che sia  è stato Lui, a donarci questa dignità, col crearci a Sua immagine, col crearci persone, soggetti, piuttosto che volgari oggetti. “Esseri” che dicono: “Io”, e in grado di decidere liberamente.

Eppure, non tutti dobbiamo necessariamente seguire questa scorciatoia, della fede in Dio, per non dubitare della universalità dei diritti dell’uomo. Allo stesso modo, infatti, uno non deve conoscere il Creatore per sapere un bel po’ di cose sulla creazione. Dio, infatti, ha lasciato nella nostra coscienza molto più materiale per identificare la Sua volontà, rispetto alla Sua essenza, alla di Lui conoscenza. Tutte le religioni, infatti, hanno dei concetti molto disparati sulla natura di Dio, ma molto più simili tra di loro sui dati morali essenziali da seguire. Anche gli atei e gli agnostici hanno spesso uno standard morale molto alto, pur non avendo nessun supporto metafisico che gli faccia da sostegno. Le religioni ne danno uno molto consistente, profondo, ma tra le religioni, quella cristiana lo approfondisce più di ogni altra, e più solidamente delle altre.

Adesso porgerò un “menù” delle verità centrali del cristianesimo sull’uomo. Nozioni indispensabili per una antropologia cristiana. Sono indispensabili perché fanno differenza, una differenza radicale. Donano, plasmano infatti in modo radicale la nostra esperienza, perché hanno un impatto decisivo sulle nostre scelte morali, specialmente mediche o sanitarie. Le dividerò in quattro punti, a loro volta articolati in quattro sezioni.

Il primo gruppo concerne quattro verità condivisibili da chicchessia, agnostico o ateo, purchè di indole onesta. Spesso lo fanno, se hanno un po’ di buon senso. Al secondo appartengono quattro verità insegnate da tutte le grandi religioni. Le penultime quattro riguardano ancora quattro verità apprezzate solo dai cristiani. Le ultime solo da noi cattolici, ma spesso anche non cattolici le condividono, per esempio su  temi  come la contraccezione.(…)

Per inciso, si possono trovare non cattolici “laici” che sono in realtà più cattolici di quelli che frequentano istituzioni cattoliche, e che si suppone condividano la dottrina cattolica. Queste istituzioni erano solite fregiarsi di questa identità, ma sono di fatto, adesso, “laiche”. Molti miei amici sono “laici”, non importa. Anche molti Ebrei, Musulmani, e persino Hindu, Buddisti, Confuciani o Taoisti concordano su verità chiaramente cristiane, come l’amore misericordioso di Dio, o la necessità della grazia divina. Non tutti, ma molti di loro ci credono. Così, molti atei condividono un approccio religioso ad alcune istanze, come lo stupore, l’umiltà di fronte al cosmo, il mistero della natura, un ineffabile senso della trascendenza di fronte ad essa.

Allora, proporrò sedici tesi antropologiche, in ordine, dalla più generale alla più speciale. Quattro di origine filosofica, altrettante dal pensiero religioso, quattro dal cristianesimo, infine, ultime, quattro specificamente cattoliche.

Parlo di tutti e quattro i piani, perchè cattolico indica sia la fede romana della Chiesa, qualcosa di molto speciale, ma nello stesso tempo anche ciò che è “universale”, di base. Le verità appartenenti al dominio filosofico universale, infatti, hanno una importanza paritetica rispetto a quelli più caratteristicamente propri della tradizione della Chiesa Romana. La grazie perfeziona ma richiede la natura, più che accantonarla o sostituirla. Ciascuno di questi piani, poi, è diviso in quattro stanze, legate alle quattro domande filosofiche fondamentali: la metafisica, l’antropologia, l’etica e la gnoseologia.

Quattro verità universali, assimilabili da chiunque.

Primo piano. Quattro verità sull’uomo ricavabili dalla sapienza, dalla ragione, indipendentemente dalla presenza o meno di una fede religiosa. La verità primordiale forse, quella che sta alla base di tutte le altre, concerne la verità metafisica sull’umiltà, questa virtù fondazionale, radicale.

La realtà è tale  per cui l’uomo non può che sentirsi piccolo di fronte ad essa, come un bambino di fronte a un qualcosa – che tutti chiamiamo verità, significato, valore, disegno, mistero, intelligenza – che lo trascende, anche se non dovesse coincidere con Dio, e anche se questo qualcosa fosse così misterioso da non poter mai essere afferrato dalla nostra intelligenza. Qualche “umanista” arriva a vedere che l’uomo supera l’uomo, che l’uomo non è la realtà suprema, e che diventiamo più grandi quando ci inchiniamo. Persino degli atei, che non adoreranno mai Dio, arrivano a percepire un senso di stupore di fronte all’ineffabile.

Mettiamo il caso di un adolescente o di un giovane, educato in un ambiente religioso, ma che non ha mai interiorizzato la fede: costui non avrà alcuna esperienza di questa umiltà e stupore che costituiscono il fondamento psicologico di tutte le religioni. È una situazione molto comune, poiché la familiarità genera disprezzo, e questo vale soprattutto per la religione, a meno che non abbia messo delle radici profonde nel cuore del soggetto.

Un tipo come questo – ed è stato il mio caso – giunge per la prima volta a sperimentare sentimenti di piccolezza, di umiltà, solo dopo che ha abbandonato, ripudiandola, la fede dei padri, e si è incamminato sul terreno dell’ateismo, anche solo pratico, e dell’agnosticismo. A un certo  punto si entusiasma per le meraviglie dell’universo, oppure viene spiazzato da un capolavoro dell’arte musicale, o dalla bellezza femminile.

La sua prima esperienza religiosa l’ha avuta da ateo. A volte non è richiesto meno di questo per intraprendere la strada del ritorno a Dio. È Dio ad aver pianificato tutto. Il figlio prodigo apprezza quanto era bello stare in casa solo dopo averla abbandonata.

La seconda verità è gnoseologica: riguarda l’onesta apertura della mente alla realtà, di fronte alla prima verità, all’umiltà di fronte alla realtà. Non possiamo conoscere tutto. Anche se non ci fosse Dio, noi non siamo Dio. Le nostre credenze attuali, dunque, non sono stabili, ma da rivedere a seconda di futuri sviluppi, eventi, scoperte.

Il primo insegnamento di Socrate è quello che non sappiamo veramente ciò che abbiamo la presunzione di conoscere. L’umanità, in altre parole, si divide in chi, saggio, sa di non sapere nulla, e in chi, folle, crede di sapere, di essere saggio. Gesù diceva la stessa cosa in ambito morale: uomini stolti pensano di essere saggi, mentre i santi per davvero pensano di essere peccatori.

Senza questo primo principio socratico, potremmo pensare di essere già dotti, e non vorremmo passare alla seconda lezione. In alternativa, saremmo tentati di ridurre la seconda lezione, quella conoscitiva, a dei corollari derivati dalla “nostra” prima affermazione, del tutto diversa dalla lezione socratica dell’umiltà e della duttilità mentale, una lezione colorata da mille pregiudizi, assunti in modo acritico.

Questo secondo punto, relative all’apertura mentale, può essere critica per un credente dalla fede fragile. Eppure, solo una fede che è stata provata e che ha resistito alla prova si può chiamare invincibile. La apertura di mente, inoltre, più facilmente seduce i non credenti alla professione di fede, più che il contrario. Facilita il passaggio dalla non credenza all’agnosticismo, e li dispone a future “conversioni”, comprese quelle religiose.

Penso che in un mondo in cui tutti, credenti o meno, diventassero di manica larga conoscitiva, ricercatori del vero, altrettanti, alla fin fine, crederebbe in Dio. Infatti siamo stati assicurati dall’autorità più indiscussa ed elevata che tutti i cercatori troveranno. La ricerca non è una dinamica casuale, come non lo è il desinare. Le bocche si aprono per ingerire, e così fa la mente. Le teste non possono essere riempite a forza: non esiste una saggezza iniettabile. È assurdo creare la “scuola dell’obbligo”!

Come dice il Corano, non ci può essere obbligo in materia religiosa.

Un corollario di questa verità epistemologica, conoscitiva, lo si potrebbe chiamare come la verità circa la verità. La verità è un assoluto anche se non ci fosse Dio, nessun essere assoluto. Anche se non ci fosse nessuna verità morale assoluta, nessun principio non negoziabile, oltre quello della trasparenza assoluta nei riguardi della verità, l’uomo sarebbe fatto per conoscerla. Senza questo principio, è destituita ogni pretesa di interezza, di umana realizzazione integrale. L’universo, qualunque sua parte, non ha affatto bisogno di una tale unità. Le pietre hanno una certa integrità, e sono tenute insieme dalla unità delle forze fondamentali della natura.

Lo stesso vale per il regno vegetale e animale: il loro macrosistema organico è assicurato dal dinamismo cooperativo dei singoli organi e apparati, al fine della crescita, della salute e della riproduzione. È il DNA, la sua integrità, lo strumento di questo progetto.

L’uomo, invece, si realizza, diventa uno, se stesso, integralmente, solo grazie alla “forza”, alla libera scelta di fronte alla verità, per mezzo della fondamentale attitudine di trasparenza, voluta, di fronte alla verità, e che è il presupposto decisivo per ogni comunicazione non manipolatoria. Comunicazione: parola composta dal termine “comune” e “ unità”. L’uomo vive in società, in comunità grazie alla comunicazione, ma una comunicazione nella verità, grazie, in forza a un comune rispetto della verità.

Per inciso, a questo punto, sono personalmente, profondamente convinto che la singola categoria, la più micidiale, disumana e pericolosa nella intera storia del pensiero filosofico, la sola “filosofia” che non merita un briciolo di compassione, di attenzione, sia costituita dal decostruzionismo, che è la negazione della verità, e la riduzione di ogni comunicazione a potere.

Anche i nazisti avevano un senso della verità. Qualcuno di loro addirittura era convinto della sua strana ideologia, a differenza dei post-comunisti. Ecco perché si è dovuto combattere il nazismo con la forza, mentre il comunismo è imploso da sé. I nazisti, inoltre avevano un qualche barlume dell’onore, anche se pervertito all’eccelso. Ma se voi guardate al decostruzionismo non troverete nulla di tutto questo. Il decostruzionismo non è nulla di più di un sofisticato ghigno accademico.

L’eroe dei decostruzionisti è Nietzsche, un Nietzsche ridotto a loro immagine. Nietzsche è stato il primo filosofo a chiamare per nome la libertà circa la questione della verità. Scrisse: “E’ questa la domanda più pericolosa: Perché la verità? Perché non, invece, la non verità?”. Questo non è un errore, semplicemente. É una scelta vera e propria. É diabolico. I nazisti sono stati dei genocidi, degli assassini di massa, ma i decostruzionisti sono dei sogghignatori di massa.

Gli assassini causano danno alle loro vittime, mentre i sogghignatori lo causano alla propria anima. Il cuore di un assassino è più vicino alla conversione, al pentimento, di quanto non lo sia quello del sogghignatore. Un assassino entra nello stadio e gioca la partita del bene e del male, quantunque stia dalla parte, la squadra sbagliata. Il sogghignatore non va nemmeno allo stadio, rifiuta persino di entrare, non solo di giocare. Semplicemente, se ne sta fuori, e ghigna ad entrambi i contendenti.

La terza verità è antropologica: ogni uomo ha un valore intrinseco. L’uomo non è un accessorio, un elemento trascurabile. Non è un assurdo, del materiale a perdere. Tutti gli aspetti e le decisioni sulla vita umana, compresi gli interventi medici, devono essere ausiliari all’uomo, più che servire ad altre cose, altre scelte. Mangiamo per vivere, non viviamo per mangiare.

Anche gli atei possono aderire all’imperativo categorico di Kant: mai usare qualcuno da mezzo, ma trattarlo sempre come un fine. Questo può costituire la base per  un umanesimo plenario, genuino e profondo, ancorchè non esplicitamente religioso.

Quarta verità, la verità morale sull’amore. L’amore, non un’emozione passeggera, ma una scelta della volontà, di volere il bene di un’altra persona, e si chiama anche buona volontà, altruismo. Questa qualità è il valore più elevato nella vita. Solo l’amore, infatti, rende l’uomo pienamente uomo. Amare non è solo una vita buona, buona etica. É anche ottima antropologia e ottima metafisica.

È la strada per diventare più uomini e più concreti, reali, come pure più buoni. Chi ama accresce non solo il suo “fare”, ma anche il suo “essere”. Anche quando costa, richiede sacrificio, l’amore paga sempre alla lunga. In punto di morte non ci pentiremo di aver amato così tanto. Ma l’aver amato poco costituirà sempre un rammarico. Chi perde la sua vita per amore, la trova, già da qui. Anche se non ci fosse una vita ultraterrena, una risurrezione dai morti, nemmeno Dio.

Quattro verità insegnate da tutte le religioni.

Le seguenti verità riguardano l’uomo, secondo la saggezza  religiosa generica, comune a tutti i popoli. Primo, la verità metafisica sul destino finale dell’uomo, il summum bonum: la migliore risposta che si può conoscere sulla domanda capitale del significato ultimo dell’esistenza umana è dello stesso tenore per tutte le religioni. Per esse il significato della vita assomiglia a Dio; il destino umano, la realizzazione dell’uomo supera la storia secolare, visibile, ma anche ciò che si può capire con l’intelligenza, o definire con il linguaggio.

La seconda è la verità antropologica sulla natura umana. Come la moralità oggettiva è molto più di ciò che appare alla superfice dei fatti, così è la realtà soggettiva, l’uomo. Noi siamo capaci di, e siamo incamminati verso qualcosa come l’unione con Dio, una esperienza mistica, chiamateanche: nirvana, satori, kensho, moksha, mukthi; una estasi infinita, inconcepibile, senza fine, qualcosa che occhio non ha visto, orecchio non ha sentito, né è entrato nel cuore dell’uomo.

Se questo non è un dato ubiquitario presso le religioni, il suo insegnamento è comunque universale presso i loro mistici.

Terzo: la verità etica del comportamento. L’ unica e necessaria via per raggiungere questo destino è morale. La morale è di necessità assoluta. Uno non può essere felice se non è buono, fin da questa vita. E uno non può essere felice in un altro mondo, come quello di Dio, celeste se non con la bontà di quel mondo celeste. Uno può essere più reale di quanto non pensi, come pure più buono.

Queste due cose sono tuttavia correlate indissolubilmente. Un corollario è costituito da una verità ancora più alta sull’amore. Tutte le religioni puntano a uno standard morale ben più alto di quello della mera sopravvivenza, della razionalizzazione della giustizia e dell’uguaglianza, addirittura al di là del perdono, della compassione, della gentilezza.

Tutte mirano a una morale di decentramento dell’ego, di detronizzazione dall’egocentrismo della vita individuale. Insegnano che non è sufficiente essere generosi, ma che è necessario morire a noi stessi, ad ogni egoismo ed egocentrismo, per quanto vezzeggiato e curato possa essere.

Che dobbiamo rinascere da capo, radicalmente nuovi. Solo il Cristianesimo rivela che questo amore si è incarnato nel Dio fatto uomo, che ha patito e morto per amore dell’umanità. Ma tutte le religioni per lo meno sfiorano nella loro visione questo ideale così alto e santo.

Quarta verità, gnoseologica, riguarda il segreto della sapienza: il segreto della sapienza è la gratitudine. Nessuno può essere saggio senza di essa. E perché? Perchè ogni cosa è un dono. La stessa vita è un dono. Ecco perchè l’Islam – nel suo aspetto non istituzionale ma spirituale, ossia la sottomissione, l’abbandono in Dio – presenta il cuore della vera religione; è necessario abbandonarsi al dono per poterlo ricevere. Non siamo fanciulli che devono crescere, o studenti che devono imparare, pazienti che hanno bisogno di guarire, anche se tutto questo è certamente vero; siamo soprattutto ribelli che devono obbedire. È l’orgoglio, l’avarizia, la sensualità, l’egoismo, la tendenza a misurare tutto e ad essere vincitori: tutto questo ci rende stupidi.

Quattro verità propriamente cristiane.

Adesso considereremo quattro verità sull’uomo di provenienza dalla rivelazione cristiana, dalla sua sapienza.

La prima è metafisica, e riguarda l’origine dell’uomo, creato a immagine di Dio. Gesù ha rivelato un nome affatto nuovo di Dio: Padre. Ci ha inoltre insegnato a chiamare Dio nostro padre. Tale il padre, tale il figlio; è questo il significato di essere creati ad immagine di Dio. La nostra origine inoltre configura la nostra natura e destino. La nostra dignità, e la modalità di come dovremmo essere trattati. In ospedale, come in casa.

Il Cristianesimo risponde alle tre domande cruciali circa la nostra origine, natura e destino. Detto in altri termini, per citare il titolo di un famoso dipinto, proveniamo da ciò che possediamo, e andiamo verso ciò che siamo. La prima determina le altre due. Se veniamo dalla polvere, o dal caso, dalle scimmie, allora siamo solo polvere, risultato di una lotteria, o scimmie. E il nostro destino è quello della polvere, del caso, delle scimmie.

Allora è logico, giusto e naturale trattare gli altri allo stesso modo, infatti a ognuno bisogna dare il suo.

Cos’è l’uomo? Poichè, con Cristo, abbiamo in comune il Padre, siamo allora suoi fratelli, e ciascuno fratello e sorella dell’altro. Siccome l’origine del nostro essere è la paternità di Dio, allora tutti fanno parte della nostra famiglia e della famiglia di Cristo. Più ancora, essi sono Cristo. Sono organi del corpo di Cristo. Cristo ci dice sorprendentemente che “Ogni cosa che facciamo al più piccolo dei suoi fratelli, la facciamo a Lui”. Questa affermazione la fa precedere da una formula rabbinica “ In verità, in verità vi dico,” che vuol dire, “ Dovete prendere questo detto nel senso più letterale e forte possibili. Non diluitelo, abbellitelo, allegorizzatelo, o addomesticatelo pensando a una esagerazione fatta apposta per colpire l’immaginazione di contadini illetterati, senza titoli accademici.”

La seconda è la verità antropologica circa la natura dell’uomo, decaduta ma redenta. Per il cristianesimo siamo da una parte molto peggiori, dall’altra molto migliori di quanto non pensiamo.

Scrittori cristiani come Dostoevskij e Dickens, Tolstoj e Tolkien, come è noto, innalzano vertiginosamente la ragione sia in alto che in basso, porta d’entrata al paradiso e all’inferno.

Antropologie riduttive di stampo ottimistico o pessimistico vengono a crollare drammaticamente confrontandosi con questo paradosso. Il loro paradigma semplicistico è lo stesso, ma ogni antropologia che negasse questi estremi cadrebbe due volte nello stesso errore.

Se questo è vero, ci aspetteremmo di essere sconcertati dai vizi, ma anche dalle virtù della gente. Persone malvage hanno risorse inaspettate di bontà, così come gente onesta può nascondere stupefacenti risorse di male.

Sottoposto a grandi sofferenze, l’uomo è capace di un eroismo incredibile, ma anche di una abissale disperazione. Grandi peccatori possono diventare grandi santi, e grandi santi possono cadere in precipizi morali inaspettati. L’uomo che il Signore scelse come suo primo Papa, che soprannominò “la Roccia”, l’apostolo Pietro, lo rinnegò, una volta giunta la Sua ora. Il persecutore Saulo divenne l’apostolo Paolo, il più grande evangelizzatore.

Terzo, la verità sul fine ultimo dell’uomo, il suo destino e bene supremo. Non si tratta di diventare dei galantuomini, ma figli di Dio, una condizione così gloriosa che se la vedessimo da ora, cadremmo in ginocchio ad adorare. Il beato Giovanni Paolo II, il Grande, era solito citare due frasi del Concilio, “Gesù Cristo è il significato dell’uomo”, e “Gesù Cristo solamente rivela l’uomo a se stesso”.

Il primo vuol dire che Cristo ci rivela quello che siamo chiamati a diventare, il nostro destino finale: siamo chiamati a essere Cristo. Non siamo chiamati a essere semplicemente imitatori di Cristo, ma a essere “corpo” con Lui, cellule, organi del Suo corpo mistico. Lui ci ha detto, “Siate perfetti come il mio Padre celeste”.

Ecco la necessità del Purgatorio. Dio non si darà pace finchè non avremo raggiunto l’ambito traguardo della perfetta santità. È quello che Lui ha voluto per noi. Come un buon padre di famiglia, Dio si compiace facilissimamente, ma non si accontenta altrettanto facilmente. Il fatto che Cristo riveli l’uomo a se stesso significa che Cristo è l’uomo perfetto, come anche Dio in pienezza, sì da poter essere il nostro specchio perfetto, e anche di quello di Dio.

In Cristo nulla è trattenuto nascosto della nostra condizione, ma non c’è nemmeno altro che si aggiunga. Dio e noi stessi sono le uniche due persone che dobbiamo assolutamente conoscere, perché sono le uniche due persone che non siamo e non saremo mai capaci di fuggire anche un solo istante, né ora né mai. Ogni persona è eterna, destinata all’eternità, sia in bene che in male.

Come disse C. S. Lewis, “Non ci sono tipi ordinari; non si incontreranno mai dei semplici mortali.” Nazioni, arti liberali, culture, civiltà: tutte cose effimere, la cui esistenza vale per noi come quella di un microbo. Ma coloro che incontriamo sul lavoro, con cui giochiamo, ci sposiamo, cui giriamo alla larga o di cui ci serviamo, sono eterni. Terribilmente eterni o splendidamente immutati. Ogni santo giorno che viviamo è un’occasione preziosa per favorire il nostro destino reciproco, in uno o l’altro senso.

Perchè ci comportiamo in modo diverso con gli animali rispetto ai nostri simili? A meno che non siamo vegetariani o cannibali, ci nutriamo di carne, ma non di persone. Perché? Perché le persone hanno un destino eterno, non la morte. Diversità di destino implica diversità di valore. Prendiamo due cavalli gemelli monocoriali.

Uno è donato al re, e trascinerà la sua carrozza per la incoronazione o il matrimonio. L’altro verrà impiegato per la ditta di produzione della colla o degli insaccati. Le cose che maneggiamo diversamente hanno destini diversi. Quando soffriamo o siamo felici, in piena salute o a letto, al letto del parto o del decesso, si tratta sempre di un divenire, un agire.

Siamo per strada, e ogni metro superato del percorso prende un significato a seconda del traguardo di questa strada. È vero che siamo chiamati a vivere il momento presente, ma è anche vero che la nostra vita ha un futuro. È questo il significato della speranza: credere nel futuro, non solo nel presente.

Quindi, anche quando la strada imbocca un percorso oscuro, si tratta di un tragitto per il cielo o per l’inferno. Se questo non fosse vero, la fede, la nostra fede, sarebbe la più colossale menzogna mai costruita. Come per una donna che intraprende una gravidanza e il dolore del parto, senza che ci sia un bambino nel grembo. La morte è la faccenda che conta, come dice Woody Allen.

Il grande nemico, si vogli del corpo, dell’anima o della cultura, il cui verdetto di morte è stato ribaltato da Gesù, ha reso la morte stessa gloriosa e trionfante, perché attraverso il suo portale si accede alla presenza del Dio vivente. La morte è conseguenza del peccato, e l’ultimo nemico, ma anche la porta del paradiso. Ecco che allora il cristiano ha molte più ragioni degli altri uomini per odiare e per non temere la morte.

La odia e la combatte di più perchè lo ha fatto Cristo. Ma la temono di meno perché Cristo l’ha vinta. Privi di entrambi questi dinamismi, siamo ancora al di fuori del giusto atteggiamento cristiano verso la morte. Il cristianesimo cambia tutto, perché tutto è vita o morte, e il cristianesimo offre un nuovo statuto sia alla vita che alla morte.

Ma c’è anche una verità gnoseologica che riguarda il cuore della saggezza cristiana. Il segreto della saggezza è l’amore. L’amore è la natura di Dio, della realtà ultima, e per questo l’amore non ha confini. La ragione è che Dio è Trinità, non una persona sola che diffonde il suo amore, ma amore completo in sé stesso: l’Amante, l’Amato e l’Amore.

Ciò è di pertinenza della gnoseologia, dell’epistemologia,  perchè l’amore non è solo questione di etica sana, ma anche il segreto della sapienza. Il motivo per cui Dio ti conosce perfettamente, è onnisciente, è che ti ama perfettamente. Questa verità riguarda Dio, ma anche noi.

L’occhio dell’amore, del cuore, è il più saggio, il più profondo. Come dice Pascal, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il cuore non indica solo il sentire, ma il vedere. Ha un occhio. E il motivo che rende questa verità valida anche per noi è che siamo fatti a immagine di Dio.

Come colui che ti ama ti conosce veramente, così anche per Dio. Ti conosce solo perché ti ama. Allora, possiamo conoscere Dio solo amandolo. Quando i Farisei chiesero a Gesù come fare a comprendere il suo insegnamento, rispose: “Se la vostra volontà fosse in accordo con quella del Padre mio, comprendereste le mie parole.”

La fonte della scienza è il cuore, il cuore, la volontà, l’organo spirituale deputato all’amore. Ecco perché santi della semplicità, come Madre Teresa, sono profondi e brillanti, e teologi professionisti possono essere degli emeriti idioti.

Quattro insegnamenti esclusivamente cattolici.

Infine, ecco quattro verità sull’uomo di competenza sapienziale cattolica. Il cristianesimo è la religione mondiale più materiale, quasi un materialismo, la più incarnata, grazie al dogma centrale dell’Incarnazione, poiché Dio non ha solo creato la materia e l’ha dichiarata buona, e non solo ha creato gli uomini, suoi figli, creature materiali, ma ha incarnato se stesso nella materia.

Poichè l’ascensione non è stata una dimissione dall’incarnazione, Dio ha sempre la natura umana, corpo e anima, e per sempre. A riguardo della materia, dei corpi, il cristianesimo cattolico ha, verso il cristianesimo in generale, lo stesso rapporto che il cristianesimo ha con la religione in astratto. I punti seguenti sono allora specificamente cattolici, propriamente cattolici, perché pongono l’accento sulla santità della matura materiale.

Tuttavia tutte e quattro queste verità hanno un che di ecumenico, perché ci sono molti protestanti che le credono, anche se a vario grado.

La prima è la verità metafisica della Chiesa come corpo di Cristo. Da questa verità scaturiscono tutti i dogmi cattolici, nel senso che i cattolici credono tutte le verità cattoliche e quelle non protestanti in forza non del fatto che le hanno scoperte da sé ma dell’insegnamento della Chiesa. E la Chiesa è il corpo di Cristo. Lui ha detto agli apostoli, “Chi ascolta voi ascolta me”.

Dicendo questo agli Apostoli, lo ha affermato anche per i loro successori, i vescovi da loro ordinati. Essi sono ancora tra noi. La chiamo verità metafisica, una verità che concerne l’essere, perché vi si afferma che Dio, l’essere supremo, la realtà ultima, è presente qui e ora nel suo corpo ecclesiale, la Chiesa Cattolica visibile.

Dicendo che la Chiesa è il corpo di Cristo, non si intende con questo una metafora, come si usa invece per il “corpo istituzionale”, politico. Si tratta di un corpo reale, e i suoi membri sono organi propri di questo corpo, non di un corpo politico qualsiasi. La Chiesa è visibile perché Cristo è visibile.

La Chiesa è Cristo allo stesso modo che il tuo corpo è te. Tu non possiedi il tuo corpo; tu sei il tuo corpo. Cristo non ha la Chiesa; Cristo è la Chiesa. Il tuo corpo non è il tuo ordine professionale, o la tua prigione, il tuo strumento, o casa tua, il tuo schiavo, il tuo veicolo; è te. La Chiesa non è il sindacato di Cristo, o la sua prigione, il suo strumento, la casa, la schiava, l’auto; è Lui.

Non è il suo amministratore delegato, il custode carcerario, il conducente del mezzo, l’amministratore dei beni, il sorvegliante degli schiavi, o il macchinista; è il suo capo, ed essa è il suo corpo. Lei è la sua Sposa, e Lui lo Sposo, e la formula che compendia l’essenza del matrimonio è che i due diventano una carne sola, un corpo, una persona, una persona incarnata.

Questa verità non è per nulla sconfessata dai peccati e dagli scandali dei membri della Chiesa. È proprio questo, purtroppo, che fa di quei peccati e scandali una cosa così orribilmente peccaminosa e scandalosa. San Paolo scrive ai Corinti che quando si uniscono alle prostitute, fanno sì che Cristo si unisca alle prostitute. È uno shock e lo è letteralmente. Leggete pure. C’è nel testo sacro. Anche quando la Chiesa fosse una cloaca, Cristo non è il suo principe in esilio.

Ciò che voi (Kreeft si sta indirizzando a personale sanitario cattolico, ndt) siete, medici e infermieri, non è altro che una comunicazione dell’amore di Dio per il mondo, in atto di prendersi cura della vita per amore della vita. In altre parole, è Dio che vi sostiene, allo stesso modo che fa nascere e sostiene missionari e predicatori, preti e papi. Non state affatto imitando il suo lavoro, ma facendo il suo lavoro, come lo fanno loro.

Quando curate, non state curando dei corpi, ma le persone, persone incarnate. I corpi non sono camera d’albergo per anime. Quando ti do uno schiaffo, o ti bacio sul volto, io schiaffeggio te, o bacio te. Guarire il tuo corpo significa guarire te. Sistemare la casa non vuol dire sistemare te. Ma accomodando i tuoi piedi accomodo te.

La seconda verità distintamente cattolica è quella epistemologica che riguarda il modo con cui conosciamo Dio. Poiché Dio è persona, tre persone, non una astrazione, noi lo conosciamo per esperienza, non per concetti, ossia attraverso quello che i tedeschi chiamano kennen, e non wissen. Oppure i francesi connaître, e non savoir. Una conoscenza che è un toccare, e questo porta direttamente ai sacramenti. E’ questo il modo in cui Dio arriva a noi, ci tocca. Qui Egli lambisce la nostra vita, in senso letterale e fisico. Certo, Dio si può afferrare con i concetti; è quello che si fa con i vari “Credo”. Le formule dogmatiche correggono le nostre false interpretazioni. Ma i sacramenti guariscono qualcosa di molto più profondo: il nostro isolamento esistenziale. La Chiesa insegna che Cristo ha stabilito sette sacramenti e che operano tutti in modo oggettivo. La formula esatta è: “Ex opere operato”, il che non vuol dire una azione magica impersonale, una specie di artifizio spirituale hi-tech, ma attraverso la presenza personale oggettiva, reale, di Dio, con il Suo potere.

Come la mia persona è presente nello schiaffo o nel bacio che do, Dio è presente nei suoi sacramenti. Ci sono anche molti sacramentali, come le sacre icone e l’acqua santa, ma soprattutto la Sacra Scrittura, che sono anche mediatori della Sua presenza fisica. Anche se non operano ex opere operato, perché non sono sempre strumenti della presenza personale di Dio, e anche perchè dipendono dalla fede del soggetto, richiesta nel cuore del credente e di chi li utilizza, piuttosto che per se stessi. Tuttavia sono pur sempre mediatori della presenza reale di Dio.

Sacramentali li troviamo dappertutto, e a differenza dei sacramenti non hanno limiti. Anche una cartolina di Natale, inviata da un cuore traboccante d’amore, può essere un sacramentale.

Un gesto umano può mediare non solo il vostro amore, ma anche l’amore di Cristo. E può farlo anche quando fosse indiretto, come quando il tocco è mediato da una apparecchiatura complessa, poiché alla sua sorgente c’è il cuore dell’uomo e la sua mano. Se avvicinate un’altra persona con un arto artificiale, o con il bisturi, le pinze chirurgiche, è la vostra persona che compie l’atto, non  l’arto o lo strumento. Adoperate il bisturi come si userebbe un’unghia acuminata, o delle pinze allo stesso modo di due dita prolungate. Tutto ciò fa ricordare, a vari livelli, l’Eucaristia, il sacramento archetipo, il più perfetto dei sacramenti. La presenza più completa e perfetta di Cristo in questa vita non è per nulla una esperienza extracorporea, ma corporea. La più completa e intima via a vostra disposizione per conoscere Dio, per venire a contatto con Lui, non sta in un fatto mistico di qualsiasi genere, ma avviene alla ricezione dell’Eucaristia.

Anche se non sentite niente di fisico, tutte le volte che ricevete la Santa Comunione fate una cosa invidiata dagli angeli, se essi fossero capaci di un peccato come l’invidia, qualcosa che supera la più grande esperienza mistica del più grande dei mistici di tutti i tempi, nella più perfetta intimità e oggettiva perfezione, anche se all’oscuro delle emozioni.

Dio non vi offre una altezza mistica quando ricevete l’Eucaristia, perché non vuole che assaporiate una caramella spirituale, o prendere una cotta con un sentimento piuttosto che con Lui. E’ una faccenda di pedagogia.

Una conseguenza pratica di questa dottrina eucaristica riguarda la morte, e l’approccio alla morte e al timore della morte. Quando riceverete gli ultimi sacramenti, il viatico, e morirete alla presenza di Cristo Eucaristico, e alla presenza di Cristo nella Chiesa, quella che è al vostra famiglia e i vostri amici cha sono anche la famiglia e gli amici di Cristo, morite con Cristo, sulla Sua croce e con Lui, allora vedrete che la croce, come l’uomo che vi si trova, è inaspettatamente da ciò cui assomiglia. È un motoscafo veloce per il cielo. Proprio come sarebbe infinitamente meglio essere sposati a Detroit che divorziati alle Hawaii, sarebbe molto meglio stare sulla croce con Lui che in cielo, senza Lui. Chiedo scusa a chi viene dal Michigan.

La vera essenza del paradiso è la presenza di Cristo. Egli volge in meglio, nella cosa migliore quella peggiore. Allora la parola che adoperiamo per identificare il giorno più nero, del trionfo del male, dell’evento più orribile della storia si chiama Venerdì Santo.

Terzo, consideriamo la verità centrale antropologica cattolica riguardo alla corporeità, il corpo, della vita corporea, in quanto santa. Tertulliano ha scritto che “La carne è il cardine della salvezza”. Se Cristo non avesse versato il suo sangue biologico, noi non saremmo salvati. Se la donna emorragica cronica avesse toccato le vesti non di Cristo ma di uno dei suoi apostoli, nel bel mezzo di una folla che la stringeva da ogni dove, non avrebbe potuto essere guarita. Cristo viene a noi con il corpo, e continua a farlo per mezzo dei corpi dei fratelli. È stato concepito, è nato, vissuto e morto e risorto, ritornerà con il corpo, e adesso ci salva attraverso i corpi.

Quindi, curare i corpi vuol dire anche curare le anime. Non è come riparare le auto, ma i conducenti. È la cura di qualcosa di eterno, qualcosa che sarà risorto e riconoscibile.

Alla stessa stregua del dubbioso Tommaso che vide le Sue piaghe, penso che vedrete in cielo le cicatrici chirurgiche dei vostri pazienti, curati in vita, e penso che quelle cicatrici non saranno di carne, ma d’oro, come delle decorazioni onorifiche.

Infine, la mia quarta verità cattolica è etica, e riguarda il significato profondo della sessualità. La rivoluzione sessuale rappresenta oggi la rivoluzione singolarmente presa più importante del nostro tempo, perché abbraccia non solo certe dimensioni esistenziali, come la politica o l’arte militare, ma l’origine stessa della vita. La sessualità è l’unico campo in cui sorgono tutti i conflitti e le controversie. La frontiera in cui la cultura della morte e quella della vita sono in perenne conflitto. Che tipo di differenza apporta l’antropologia cristiana alla nostra comprensione della sessualità umana e della rivoluzione sessuale? Be’… la stessa differenza che si trova tra i dormienti e chi è in stato di veglia. Ma questo ci porterebbe via più tempo di quello che vi ho preso, perché vi sto intrattenendo da circa un’ora, cosicchè è meglio lasciare spazio alle domande, il che è essenziale, perché i discorsi si fanno per stimolare domande. Le lezioni sono apposta per far sorgere domande, non le domande per far nascere discorsi. Allora, concludo il mio monologo e inizieremo il dialogo su questa prima parte, adesso. Lo concluderò più tardi e darò una breve sintesi della seconda parte in un secondo tempo.


Questions and Answers

Domande e Risposte

Kreeft: “Allora, ci sono domande? Ci devono essere per forza – altrimenti cominceranno a volare dei manrovesci. Una volta Aristotele disse una celebre espressione, finita una sua lezione all’università in cui non si ebbero domande: ‘La mia lezione trattava dei vari gradi di intelligenza dell’universo, e secondo questa esposizione ne abbiamo illustrate tre. Troviamo l’intelligenza degli dei, quella di noi, mortali, infine quella dei bruti. Si distinguono tra loro per il fatto che quella umana sola pone domande, dato che gli dei sanno già tutto, e gli animali troppo poco.

Allora, devo cominciare a congratularmi con voi, già elevate al livello intellettivo degli dei, o posso iniziare con gli insulti, vedendovi sprofondati al livello delle bestie?’.

Dopo ciò, si ebbero domande. Qualche essere umano c’è ancora nell’uditorio?”

Bene, se posso, vorrei rompere il ghiaccio.

Kreeft: “Prego”.

Mi ha molto edificato ascoltare la sua catechesi sul viatico, l’Eucaristia, e mi piacerebbe approfondire di più la natura o la definizione di intimità, dato che, ecco, desidererei insegnarle ai miei figli, adulti ormai, e anche ad altri.

Kreeft: “E’ una parola che si capisce solo per esperienza. Ecco perché abbiamo assoluto bisogno di una filosofia personalista, non solo realista. Le pietre non si posso accostare le une le altre in modo intimo, nemmeno se fossero triturate le une contro le altre, per creare più unità. Nemmeno i puri pensieri lo possono fare. Il numero tre non è più intimo al quattro del due. Solo le persone possono unirsi in modo intimo. Solo persone incarnate possono raggiungere l’intimità. Qual è la cosa più eccitante nella sessualità? Non certo il semplice eccitamento fisico; è l’intimità. Il fatto che questa persona mi invita nel suo o sua casa, tempio interiore. Intimità allora è presenza personale, e qui la raggiungiamo in modo insuperabile con Cristo nell’Eucaristia.

Ho una domanda. Salve. Mi è piaciuta la battuta su Detroit, per inciso. Ho una domanda perché non ho sentito bene, e riguarda l’uomo. Mi pare lei abbia menzionato, origine, destino e poi ‘significato’?

Kreeft: “Origine, destino e natura”.

E la natura è stato il tema al cuore della lezione. Grazie.

Kreeft: “Certo. Da dove provengo, cosa sono, dove sono diretto? Sempre connessi.”

Una chiacchierata sul valore intrinseco inteso come verità universale. E cosa direbbe a quei filosofi laicisti che dicono che il nostro valore di uomini dipende da un pensiero utilitarista – Peter Singer (il massimo esponente della bioetica postmoderna non cognitivista, ndt) e altri come lui – delle potenzialità da sviluppare; costoro non converrebbero affatto che ci sia  qualcosa di intrinsecamente legato alla nostra umanità.

Kreeft: “Penso che con loro si può adoperare il metodo socratico. Prima di tutto metta in luce quello che hanno in mente. Sono solo confusi? Può essere. Se è così, sbrogliamo la loro matassa. Ma se trova che non sono solo confuse, che davvero non sono in grado di capire che l’uomo ha un valore intrinseco, e proprio ed esclusivo, allora non le resta che pregare, perché ad un certo punto il miglior argomento del mondo non dirà loro proprio nulla.

Supponiamo lei sia convinto io sia un robot. Sono stato ideato al MIT(celebre istituto di tecnologia americano, ndt), dove la tecnologia tiene un posto di primissimo ordine a livello mondiale, e i robot che ivi vengono costruiti sono così perfetti, che sono capaci di ingannare qualunque essere umano. Sono dei mimi perfetti, come delle marionette, o delle immagini proiettate sullo schermo, a guisa di persone, sì da non poter essere che scambiate, di primo acchito, con delle persone in carne ed ossa. Qualche testa d’uovo direbbe che, ebbene, non c’è proprio differenza tra i due, e noi allora non siamo altro che robot. Costoro proprio non se ne avvedono. Non percepiscono il significato della parolina più sorprendente del mondo linguistico, il pronome ‘Io’.

In qualità di laureato al MIT posso solo dire che ha un po’ scantonato dalla sua programmazione.

Kreeft: “Sa, hanno fatto un esperimento l’anno scorso al MIT – dato che si è progettato un trapianto cuore cervello tra  i politici del Massachusetts, nel senso che i liberal hanno dato il loro cervello ai repubblicani e quest’ultimi in cambio il cuore. Ma non è andato bene, per due motivi: non si è trovato un solo conservatore disponibile a farlo, né un liberal che avesse sufficiente sale in zucca da poter essere dato a un conservatore.”

Dr. Kreeft, lei ci ha offerto l’opportunità di fare domande, ma in questo modo ci ha privato della parte della conferenza dedicata alla sessualità umana, allora la mia domanda sarà proprio rivolta a carpire un qualche barlume sulla faccenda.

Kreeft: “Okay. Sedetevi; risponderò alla prossima domanda. Quale differenza si trova – bene, dovete darmi qualche secondo,  dato che stavo per dire, sì, esporrò questo argomento quando sarete un po’ più adulti, di circa… venti minuti.”

(continua)

Una fede pensata, un pensiero che crede

di PAOLO GASPARINI

La tesi che voglio proporre, attingendo abbondantemente dalla tradizione poetica, scientifica, filosofica e teologica, fino ai nostri giorni, a mo’ di sintesi, è la seguente: c’è una analogia, una proporzione tra queste immagini – il Figlio, generato dal seno del Padre (Gv 1,18), Eva, generata dal fianco di Adamo ( Gn 2, 22), la Chiesa, generata dal fianco di Cristo (Gv 19, 34), infine l’uomo amante, che si sacrifica per la donna (Ef 5, 25), si relaziona ad essa, all’amata, come la materia alla forma ( Tommaso d’Aquino, 3  Sent 27,1), e che diventa perciò suo principio, regola, ratio, esigenza, perde così la forma originaria, separandosene, tendendo all’amata, da cui è trafitto, ferito e infervorato.

Offro questa meditazione, non originale nei particolari ma solo nella composizione complessiva, ai protagonisti del terzo millennio appena iniziato, i laici cristiani, dopo che la Provvidenza ha voluto connotare i precedenti con la figura di Benedetto, l’abate, il Padre, e di Francesco, l’inviato del Padre. Una triade che rinvia alla Trinità celeste e terrestre, Giuseppe, il rappresentante del Padre, Gesù, Colui che è stato inviato dal Padre per essere immolato sulla croce, e Maria Santissima, quasi l’incarnazione, l’impersonificazione dello Spirito Santo, l’Autorità materna in Dio, il cui legame con il Figlio adesso non parla della connotazione sacrificale dell’obbedienza, della relazione con il Padre, ma quella dell’autorità, della potenza, della fecondità spirituale.

L’Apostolo contemplativo, san Giovanni, com’è noto, non parla dell’istituzione dell’Eucaristia, ma della lavanda dei piedi. E’ stato un gesto di amore o di umiltà?

Chi vuole possedere e usare l’altro? Chi si ritiene superiore all’altro! Il dono di sé è il gesto più grande di umiltà: tu, amata, sposa mia, sei così grande, preziosa, che non meriti di meno che io mi sacrifichi per te, che io doni completamente me stesso, che ti amo, che sono l’amante.

Tu, amata, sei, infatti il principio attivo, la forma, e io, che sono la “materia”, mi metto in rapporto con te in modo passivo, e mi lascio plasmare dalla tua forma, come il contenuto dal ricevente, il Figlio dal Padre.

La nostra, infatti, è una unione d’amore assoluta, sostanziale, di due pari per natura, di due continui, come la forma e la materia, nelle sostanze corporee, o l’essenza e l’esistenza, in Dio.

Tu, amata, sei colei che genera, partorisce sempre un nuovo inizio, senza ripetizioni, come nella generazione naturale dei figli, o nella fisiologia digestiva, dove gli organi corporei deputati ad essa assimilano e plasmano i principi nutritivi, non ne sono condizionati.

Ancor più, amata, il bene che sei tu plasma, come uno stampo vivente, dinamico, i miei affetti, la mia volontà, e vuole che diventino una sola cosa con te, un solo volere e un solo non volere. Vuole unificare. Il mio io amante, d’altra parte, percepisce il tuo essere, il bene amato, come un altro me stesso, e viene piegato, inclinato ad agire nei tuoi confronti secondo i criteri stabiliti dal tuo cuore, le tue esigenze.

Tutto ciò che faccio, sperimento, soffro, sopporto è  felicità, beatitudine, piacevolezza, perché spontaneo, naturale.

Infatti, tutto ciò che si fa secondo natura, secondo la forma, è piacevole!

Il tuo amore, inoltre, mi ferisce, perché la tua forma raggiunge l’intimo del mio cuore, di ciò che è informato. Io, l’amante, sono penetrato da te, amata, e ne resto trafitto, acquistando una nuova forma, perdendo nello tempo, ovviamente, la mia forma originale, separandomene, per tendere a te, amata. Ecco il fervore e l’estasi!

Com’è, allora, caricaturale, scimmiesco, l’amore animalesco, la religione dell’eros che infetta l’umanità occidentale! È proprio un’altra religione, in cui non si vuole che la coscienza rimorda per il fatto di tradire l’amata con un’altra, e perciò si chiude la finestra del proprio cuore al sole spirituale della verità, dicendo con menzogna a se stessi che il bene amato è ciò che piace e non ciò che è!

Non è un’ “ex-stasi”, ma un’ “in-stasi”!

Io, l’amante, spiro, perdo me stesso, la mia fisionomia spirituale, e mi sacrifico, per assumere le tue caratteristiche, amata, la tua forma nuova!

E tu, amata, amando, agendo su di me, amante, vuoi introdurmi nel tuo cuore, nella tua anima, nella tua forma, nel tuo fianco, tra le tue coste, tra le tue cose.

Vuoi che il costato dell’amante, di me, diventi il tuo costato: il contrario di quello che il Signore Iddio fece con Adamo!

Vuoi essere madre al contrario! Vuoi introdurre il tuo amante in te, nel tuo corpo, come fa anche la forma con la materia, l’anima con il corpo, alleluia!

E vuoi donare la tua anima, tutta, in quella dell’amante, allo stesso modo in cui doni il tuo corpo al corpo dell’amante e del figlio, frutto di questo atto di donazione.

Vuoi fare, in lui, un’anima figlia della tua anima. Una cosa sola con lui.

E così, poiché ti vuole donare la sua anima, o amante, desidera pure che la tua sia nello stesso posto della sua, dell’amata. Vuole che tu abbia gli stessi sentimenti della sua. Se lei si sentisse demoralizzata, vorrebbe che anche tu ti trovassi nello stesso posto. Così, vi troverete insieme, nella gioia e nel dolore, nella duplice polarità dell’esistenza. Lei vuole solo che siate uno. Non vuole che tu risolvi i suoi problemi, ma solo che tu abbia gli stessi sapori, frequenti le stesse bassezze o altitudini, lo stesso prato di rugiada o che ti inzaccheri nello stesso stagno. Stare ai suoi piedi, accanto a lei, senza pretese.

I’vo come colui ch’è fuor di vita

che pare,  chi lo sguarda, ch’orno sia

fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria

e porti ne lo core una ferita

che sia, com’egli è morto, aperto segno.

(G.Cavalcanti, Tu m’hai sì piena di dolor la mente).

In sintesi, Cristo, la Sua Persona divino umana, è testimoniato non solo dall’analisi teoretica, ma anche dalla psicologia. L’amore coniugale, il sì degli sposi alla fecondità spirituale e biologica, senza calcoli, trova la sua radice e il suo frutto nell’abbandono di Cristo al Padre e alla Chiesa. La fecondità di questo abbandono, che si esprime nel figlio, riflette non solo l’incommensurabile fecondità della morte sulla croce di Cristo, ma anche l’infinita fecondità della comunione trinitaria, alleluia!

Le due sponde del dibattito sull’aborto

Un professore di filosofia della Loyola University di Los Angeles, Christopher Kaczor, è autore del nuovo libro:”Etica dell’aborto: Diritti delle Donne, Vita Umana e il Problema della Giustizia.” Quel che segue è un’intervista  a cura di K. Lopez.

(prima parte, traduzione di Paolo Gasparini)

Lei ha scritto che l’Etica dell’aborto: Diritti delle Donne, Vita Umana e il Problema della Giustizia “offre giustificazioni razionali alla prospettiva di considerare immorali tutti gli aborti volontari, oltre al fatto che non è possibile costringere medici e infermieri obiettori ad agire contro coscienza.” Lei è un uomo, che diritto pensa di avere nel dire questo? Perchè poi costoro non dovrebbero essere spinti ad agire contro coscienza? L’aborto, come sa, è legale negli USA. Medici e infermieri non hanno forse l’obbligo morale di rendere accessibile l’aborto?

Ha messo sul piatto tre problemi distinti e fondamentali, il primo dei quali riguarda il diritto di parlare dell’aborto. Dal punto di vista legale, ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee, comprese quelle riguardanti l’aborto. Dal punto di vista morale, ogni persona di buona volontà ha non solo il diritto ma il dovere di parlare in difesa dei più deboli e a favore di un giusto ordine sociale. La questione “se un uomo può avere a che fare con questo tema dell’aborto” sembra che dia per scontato che l’aborto abbia a che vedere solo e soltanto con la donna, il che è tutto da dimostrare. La maggior parte dei non obiettori sono medici – più uomini che donne, infatti, si classificano come “non obiettori” – inoltre, sempre negli USA, sono i maschi che versano l’erario che copre le spese dell’aborto. Ma al di là di queste considerazioni, ogni aborto implica il coinvolgimento della donna, dell’uomo che rifiuta la paternità, di chi è abortito e della società che lo permette.

In secondo luogo, anche se l’aborto è legale negli USA, è anche vero che è illegale costringere il medico ad effettuarlo. L’emendamento della Chiesa (Cattolica, NdT), accolto poco dopo il pronunciamento della Corte Suprema che legalizzava l’aborto (nel 1973, NdT), protegge i medici obiettori e le istituzioni dalla coercizione all’esercizio del diritto di aborto. Medici e infermieri, come detto, non hanno alcun obbligo legale di rendere possibile l’accesso all’aborto, e tanto meno ne hanno un dovere morale. Al contrario, il giuramento di Ippocrate afferma, ” non somministrerò un rimedio abortivo alla donna.” Il compito proprio del medico è di guarire i pazienti e promuovere la salute, non di ledere o distruggere la vita umana. Di questo ne parlo ampiamente nel libro.

Non è certo un inutile esercizio accademico cimentarsi sull’etica dell’aborto, ma nessun trattato farà mai sparire di un tratto il fatto che ci saranno sempre donne che devono affrontare  la necessità di abortire il loro piccolo e anche medici che forniranno questo servizio. Questi casi c’erano prima della legalizzazione, e ci saranno anche dopo. La disperazione non può sempre permettersi il lusso della pausa di un dibattito accademico prima dell’azione.

Penso che lei abbia ragione quando dice che l’aborto è iniziato prima della sua legalizzazione, e che non si fermerà, d’altra parte, una volta messo fuori legge. Si può fare lo stesso discorso del furto, della violenza sui minori e di quella carnale, sempre avvenute nella storia umana e che non si fermeranno mai. D’altra parte, se la gente non praticasse queste cose, non ci sarebbe alcuna necessità di legiferare al riguardo. In ogni caso, prima che uno scelga di abortire, si sofferma a considerarne la possibilità e reputa la scelta come affidabile. Spero che il mio libro possa far riconsiderare questo tema, ripensare al fatto se l’aborto valga la pena. Inoltre, le persone più istruite e attente alla giustizia e interessate alla promozione di una dinamica educativa autentica, hanno il dovere cogente di aiutare gli altri, in primis le donne in difficoltà a portare avanti una gravidanza, fornendo un aiuto concreto a tutti i soggetti coinvolti.

Qual è l’argomento più stringente degli avvocati dell’aborto legale?

L’argomento più stringente è stato formulato da un mio collega, il prof. David Boonin, dell’Università del Colorado, nel libro Una Difesa dell’Aborto. E’ un pensatore geniale ed esercita tutta la sua potenza intellettiva nel negare il diritto alla vita per un feto di 25, finanche 28 settimane. Il suo argomento dice che finchè un essere non ha espresso in qualche modo un desiderio, effettivo, tale essere non ha diritto di vivere.

La visione di Boonin incontra varie difficoltà, prima delle quali quella che apre le porte all’infanticidio, dal momento che accade che molti prematuri, di 25 settimane o meno, vengono alla luce, cosìcchè, nel suo modo di vedere, non avrebbero diritto alla vita.

In secondo luogo, è inaccettabile pensare che esseri di 25 settimane abbiano desideri reali, dal momento che il desiderio presuppone un giudizio di un qualcosa che non è all’orizzonte, e che questo qualcosa valga la pena di essere raggiunto. Esseri umani immaturi certamente hanno la sensazione di ciò che è piacevole o doloroso, ma dubito che siano in grado di giudicare, quindi sono incapaci di desiderio. Se questo fosse vero, lo standard di Boonin consentirebbe l’infanticidio possibile anche ad uno stadio di sviluppo molto più avanzato, fino a uno, due anni di età dopo la nascita.

Qual è l’argomento meno convincente formulato dai sostenitori dell’aborto legale?

“Il corpo è mio e me lo gestisco io.” Per la verità è più uno slogan che un argomento, ma come argomento non vale nulla. Nell’aborto, i corpi coinvolti sono due, quello della donna in gravidanza, e quello dell’essere umano in utero. Sappiamo che sono due, perchè di gruppo sanguigno anche diverso, come la razza, come anche può accadere che uno dei due soccomba mentre l’altro no, o viceversa. Se fosse coinvolto un corpo solo, si avrebbero delle cose assurde, come quelle di una donna con due teste, quattro braccia, o, se il figlio è maschio, anche un membro maschile. Allora, “gestione” è un eufemismo che travisa la realtà. Tutti approviamo gestioni buone, giuste, che promuovono il benessere umano. Il problema è di capire se l’aborto è una gestione di questa qualità.

Cosa distingue in modo particolare il libro e gli argomenti trattati?

Ho cercato di dare ragione in modo comprensivo, aggiornato e chiaro al fatto di considerare la scelta di uccidere un essere indifeso prima della nascita  sempre immorale. Il libro considera di avere a che fare con i più forti argomenti degli ultimi 40 anni forniti per giustificare l’aborto. Viene anche a essere inclusa la trattazione della disputa più recente in quest’area sempre calda del pensiero filosofico. Infine, ho cercato un linguaggio la cui recezione potesse essere proficua sia ad un pubblico generalista che di addetti ai lavori.

Il mio argomento non si appoggia alla fede, ma alla ragione e alla esperienza. Non si fonda affatto alla autorità della teologia; non vengono citate fonti bibliche di supporto alle conclusioni, nè premesse provenienti dall’autorità ecclesiastica. Il caso dell’aborto è proposto all’attenzione di tutte le persone di buona volontà, a prescindere dalla loro fede, presente o no.

Con la fiamma della verità

di PAOLO GASPARINI

 

Viviamo in un momento storico in cui l’uomo è in grado di manipolare (eugenetica), creare (clonazione), distruggere se stesso (aborto) e il mondo (terrorismo nucleare), escludere alcuni esseri umani dal nostro status (eutanasia, procreazione artificiale).

Per Kant la politica, l’arte di governare lo Stato, non era una disciplina etica, avente per fine il bene morale o comune (das Gute), ma una semplice tecnica per raggiungere il benessere (das Wohl). Questo declassamento del diritto, della politica, ad abilità esteriore costrinse Kant a separarla dall’etica ( e dalla religione), a esentarla dallo spessore etico, dalla convinzione morale pura e semplice. Questo poteva però ancora andare bene per un suddito privato di uno Stato assoluto, un cittadino senza responsabilità, e magari celibe, com’era lui (E.Berti). Che dire poi se questo cittadino si trovasse a vivere in un contesto culturale e tecnologico come il nostro, di profondo relativismo morale, in cui gli Stati e persino i singoli individui hanno la capacità di influire sulla vita degli altri, sulla sopravvivenza dell’intera umanità e dello stesso pianeta?

L’uomo ha oggi un potere inimmaginabile. Pertanto l’uomo politico e la politica devono assolutamente distinguere il fine e i mezzi buoni dal diritto e dal bene solo apparenti, fare una razionalizzazione morale e non tecnica (J. Maritain).

Il problema non è quello di riabilitare Ochkam e il suo riduzionismo: non va male eliminare le complessità inutili, come, per esempio, decidere a maggioranza sulle rette degli asili nido o decidere l’età del pensionamento. Per gran parte della legislazione, il criterio della maggioranza è sufficiente. Il Santo Padre non ha in mente il drago del Rasoio, della riduzione della complessità non necessaria, ma vuole colpire con questo discorso, con la fiamma della verità, quello del relativismo morale e giuridico.

Il cristianesimo non ha imposto, come hanno fatto i “Nominalisti religiosi”, Lutero, Calvino e Cartesio,  una “teoria della volontà di Dio”, la quale farebbe da spartiacque tra il bene e il male, tra un atto moralmente buono o giusto e uno non corretto.

Ma soprattutto non ha obbligato, al contrario di come stanno facendo, da almeno mezzo secolo in qua i “Nominalisti laici”, a depotenziare la religione, con l’eliminare la legge di Dio e assimilarla alla ragione: “è reale ciò che è legale, razionale, di una ragione funzionale, tecnica, positiva, non il contrario”.

Entrambi usano il Rasoio: gli uni eliminano la legge naturale ( e la ragione, che permette di conoscerla), gli altri quella divina (distruggendo la fede, capace di conoscerla) (P.Kreeft).

Ecco che sono riusciti così a far divorziare fede e ragione, mentre, fino al Medioevo filosofico vuoi cristiano (Roma), islamico (Il Cairo) o giudaico (Gerusalemme), erano delle perfette alleate. Come per la teologia, anche il diritto si era costruito nella luce di un’attiva fiducia nella ragione (logos) e con riferimento costante alla natura (physis), con le sue necessarie leggi, retaggio della cultura greca (Atene).

La svolta drammatica si è avuta quando si è applicato il Rasoio al collo, invece che ai capelli, ossia quando ci si è vergognati di pensare, dire e poi legiferare in accordo ai principi non negoziabili, ossia la legge naturale (rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, della libertà di educazione e di religione).

Un atto è buono o cattivo, e quindi da proibire, sia perchè di suo, per natura, è così, e anche perchè è Dio a volerlo o non volerlo. Ma la volontà di Dio non è arbitraria, ma è logica, razionale: è di suo così, lo è per natura! (In principium erat Verbum, ossia il Logos, dice il Vangelo di Giovanni, nel Prologo, un Logos che è anche Agape, Amore, preciserà poi nelle sue Lettere). Ecco che la volontà di Dio è buona, vuole cose buone per noi, ed ecco perchè gli atti buoni sono tali. Allora, tre cause, tre elementi, e non una sola, come vogliono i Barbieri e i legislatori positivisti moderni, spiegano le cose: la natura e la volontà divine, infine la natura della scelta, dell’atto umano.

La morale (e il diritto) naturali, tradizionali, non dicono solo che alcuni giudizi sono sempre universali e necessari, ma anche che sono veri, oggettivamente veri, che dicono veramente qualcosa sulla natura di una scelta, indipendentemente dai propri convincimenti, dai propri desideri.

E’ proprio qui la pietra di scandalo per i moderni “positivismi”: come possono stare “là fuori” i valori, le norme? Come le pietre, gli atomi? Per il diritto naturale, e per il pensiero filosofico tradizionale, non relativista (ahimè, una cenerentola!) là fuori non ci sono solo colori, forme, polveri, ma anche una realtà spirituale, una dimensione morale. Allora, la bontà o la cattiveria di certi comportamenti sono parte di un universo vero, decifrabile, una realtà oggettiva. Prima del Positivismo e dopo di esso c’è un abisso, lo stesso che c’è tra il relativismo e l’assolutismo: la realtà è fatta non solo di atomi e molecole, ma anche di Dio, angeli, spiriti, verità eterne, la natura delle cose, le essenze immutabili, le Idee Platoniche, divine… La realtà richiede, include, valori oggettivi, beni reali. La morale è una dimensione della realtà, non solo una dimensione del nostro pensiero, come un edificio da noi costruito in cui siamo liberi di crearvi il microclima e la luce, gli standards morali e legislativi desiderati, e in cui non vogliamo più ricevere ordini o luci da fuori, da Dio, dal suo universo e dalla Sua Sposa, la Chiesa.

Utopia e speranza cristiana

di PAOLO GASPARINI

Come campioni delle moderne democrazie liberali, delle rivoluzioni moderne ‒ filosofica (Kant), scientifica (Bacone), sociale (Marx), biologica (Pinkus) ‒ non ci siamo accorti che c’è qualcosa di più in gioco del problema di salvare vite umane ed evitare la sofferenza o procrastinare la morte. Il nostro progetto di un futuro post-umano, dove la procreazione è del tutto controllata ‒ trasformata in riproduzione ‒ come pure le prestazioni psicologiche ‒ mediante la psicofarmacologia e l’impianto di microchips cerebrali ‒ o la emivita cellulare ‒ mediante il ritardo programmato dell’orologio biologico ‒, ci ha vestito da chirurghi dell’utopia tecnoscientista, lavati e impugnanti il bisturi sulla natura umana stesa sul tavolo operatorio, supina e disposta all’operazione “rigenerativa”, alterativa, sia all’inizio del suo corso (eugenetica) che durante il suo sviluppo (neuropsicologia migliorativa).

Alcuni progetti sono già passato e presente, come la Pillola ‒ e il suo backup, l’aborto ‒, la procreazione artificiale (il fare uomini), la selezione riproduttiva (eugenetica) e il cannibalismo (le cellule staminali embrionali). Progettare l’uomo (Pillola), fare l’uomo (tecnologia riproduttiva, embrioni in provetta, al freddo più estremo), eliminare l’uomo (screening genetico, aborto, eutanasia di esseri, uomini e donne, che non corrispondono al design programmato) sono le quattro mura di Gerico, quella città vecchia e “moderna” che si chiudono insieme e non lasciano entrare o uscire nessuno. Inoltre, in questa città ci sono le maternità surrogate, animali clonati, la mietitura di organi, ricambi per l’apparato locomotore e tegumentario (chirurgia plastica), chimere, impianti cerebrali, Ritalin per i piccoli, Viagra per i grandi, Prozac per tutti, infine, per lasciare questa valle di lacrime, un po’ di morfina sovradosata e Muzak (cfr.L.R. Kass).

Sembra che il mondo di Aldous Huxley, l’alleanza tra scienza e piacere, stia per arrivare al suo orgasmo. Nessuno legge, scrive, pensa, ama, è casto. Arte, scienza, religione, famiglia, amicizia sono fuori moda. Importano solo le gratificazioni recettoriali, l’eliminazione delle malattie, della violenza, della guerra, dell’ansia, della sofferenza, del senso di colpa, dell’invidia e del cruccio. Ma il Prozac non è ancora il “soma” del Mondo Nuovo, la clonazione non corrisponde alla procedura di Bokanovskj, né MTV o i video hi-tech sono le “sensazioni” di quel mondo. Tuttavia la tecnologia attuale mostra già quello che potrà fare da grande, quando la bio-psico-ingegneria mostrerà i muscoli e le sue pareti saranno rese ancora più invincibili all’accesso della critica culturale, della ragione “ampia”, non funzionale.

Lo Stato di questa città di Huxley ha cittadini del tutto assimilati, contenti della salute, della sicurezza, del comfort, del piacere, dell’assenza di scrupoli e della senilità precoce. Il lavoro è routine, i divertimenti banali, le relazioni sociali sterili e le soddisfazioni personali più intense provocate dalle sostanze. Nessuna polizia. Dateci solo, dicono questi cittadini, la locomotiva tecnologica, la democrazia e la compassione umanitaria per i diritti all’autodeterminazione, il pluralismo morale, e noi entreremo da soli in questo Paese dei balocchi, senza nemmeno pensarci due volte. Se non l’abbiamo notato, il carro è già partito da alcuni secoli, e sta guadagnando velocità. Ma non c’è nessun uomo che lo guida, o meglio, non si vedono delle mani di uomo, ma si può immaginare facilmente, per un lettore italiano, un omino più largo che lungo, tenero ed untuoso come una palla di burro, con un visino da melarosa, un bocchino che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella di un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa, insonne e divorato da un’attività incessante, che non si impone ma propone, non costringe, ma persuade, esalta la libertà umana, una libertà assoluta.

Questo personaggio che ha indubbiamente dell’abnegazione, persino dell’eroismo, anzi ha un evangelico zelo e spirito profetico del futuro post-umano, conduce senza tante storie le menti del mondo accademico e industriale. Le menti sono conquistate, le anime si sono arrese. Tutti dormono il sonno che più assomiglia a quello dei giusti, ossia il sonno dell’incredulità e sono pacificati dal sentimento che più assomiglia psicologicamente alla buona fede, alla forma umana, ossia quello del rachitismo, dell’apatia spirituale (cfr. G. Biffi): I ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro il carro dormivano. Tutti si trovano in un paradiso in terra, una felicità che sta alla gioia come la caricatura all’originale, il surrogato alla materia prima. Il canto di Gerusalemme qui, nella Gerico post-moderna, è solo “rumore”. Una umanità, per citare l’Apostolo, “senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia”.

Entusiasta di questo viaggio non è solo la “base”: scienziati e biotecnologi, con i loro imprenditori, e il solito seguito di entusiasti militanti futurologi e libertari. Ci sono sogni da realizzare, poteri da esercitare, onori da conquistare, ma soprattutto molto, molto denaro in vista. Mentre noi mettiamo la testa sotto la sabbia dei benefici della medicina tradizionale, o ci arrendiamo, guardando all’inevitabilità della corsa di questo carro, contenti perché i nostri padri ci hanno fatto lasciare le stazioni di Auschwitz e della tirannia sovietica, quelle del relativismo morale hard, non ci accorgiamo che l’orgoglio biotecnologico ricreazionista di questo omino che conduce le democrazie liberali non è altro che lo stesso relativismo, in versione soft.

Siamo arresi all’inevitabilità dell’automatismo della tecnoscienza, al dogma della libertà scientifica, di impresa, di soddisfare ogni desiderio individuale, della supremazia del piacere sulla vita buona. Soprattutto, siamo messi con le spalle al muro dal relativismo morale imperante a livello di classe intellettuale e di pubblica opinione, che rigetta tutte le obiezioni morali come “riserva indiana” settaria e clericale. Ma il problema più grave è la perdita del senso della nostra umanità e della storia iniettato dal progetto biotecnologico nelle menti dei giovani ‒ per noi adulti, c’è ormai poco da fare: ciò che fa specie in questo futuro post umano è l’assenza di ogni anticorpo, di ogni repulsione emotiva dei giovani verso questa disumanizzazione, perdita di senso della vita. È una cecità che colpisce non solo gli “utenti” della rivoluzione biologica, ma anche i professionisti della coscienza, i filosofi e bioeticisti.

Se persino gli “esperti” sono ciechi, che dire degli altri? I principi cui si adeguano gli intellettuali di professione sono i seguenti:

1)             Primum non nocere

2)             Privacy: rispetto per le persone

3)             Equità di trattamento

Basta che non ci siano lesioni, il consenso sia informato e nessuno sia discriminato, ed ecco, nessuna altra preoccupazione all’orizzonte. Non fa problema che la vita nascente sia lasciata nelle mani di un “tecnico”, perché la selezioni, la utilizzi per salvare altre vite o la modifichi. Qualcosa è andato perduto nel cuore di queste persone. La differenza tra fare e agire, tra procreazione e manifattura. Che differenza fa tra un figlio prodotto dai nostri desideri e strategie migliorative tecniche e un figlio accolto dall’amore incondizionato? Ancora, che differenza fa nel commercio degli organi tra i patroni della difesa della vita e i paladini della tutela egualitaria all’accesso delle cure? Oppure, chi decide quali peccati genetici sono mortali contro lo spirito santo della Salute?

Facciamo presto a riconoscere le colpe contro la integrità corporea, la libertà , la giustizia e il soddisfacimento dei desideri, ma abbiamo perso di vista che l’uomo vuole stabilire il suo potere trincerandosi dietro la tecnica. Desideri e tecnica. In nome della soddisfazione individuale, della dittatura del desiderio, è stabilito un potere dell’uomo sull’uomo che non è mai esistito finora.

Ma c’è qualcosa in noi che non accetta questo viaggio nel Mondo Nuovo dello scientismo e del suo strumento, la tecnologia, al servizio del benessere.

È vero che grazie alle democrazie liberali e al suo contratto vantaggioso con la scienza e al tecnica si è avuto un avanzamento della vita media, della qualità di vita e della prosperità rispetto al medioevo, ma la tendenza verso il Paese del Nuovo Mondo sembra inevitabile, grazie al ponte già varcato della vita creata e manipolata in laboratorio. Questo passaggio ha creato una nuova visione della sessualità, della procreazione, della vita nascente, della famiglia, del significato della maternità, della maternità e del legame generazionale. Quarant’anni fa l’aborto era illegale nella stragrande maggioranza dei paesi, e la rivoluzione sessuale (introdotta dalla Pillola) era ancora agli albori, tanto meno passavano per la mente i “diritti” riproduttivi delle donne singole, e degli omosessuali, uomo e donna. Tutto è divenuto “costruzione culturale”. Così, la clonazione diverrà il logico emblema ideale del “desiderio” individuale: il figlio monoparentale. Se tutti i figli devono essere programmati ( ecco la più “cerebrale” giustificazione della contraccezione e dell’aborto), perché il singolo non può desiderare un figlio? Perché non controllare il futuro senza essere controllati?

Le tendenze accennate sembrano pessimistiche. Tuttavia non è una descrizione della realtà. C’è la speranza che i giovani optino per scelte impreviste. Ecco perché i transumanisti, gli allevatori di uomini in laboratorio, non vogliono sorprese in futuro, volendo modellare a loro immagine e somiglianza le generazioni future e vogliono proseguire il Family Planning (contraccezione, aborto) con lo screening neonatale, per finire con la clonazione. La fede cristiana insegna invece che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, quindi nessun modello finito può arrogantemente pretendere il monopolio per gli uomini del futuro. Il modello dei cristiani è Cristo, l’immagine del Padre, ma la sua imitazione non è la riproduzione materiale della sua storia, tantomeno del suo genoma, ma dei suoi sentimenti nei riguardi della volontà del Padre. La storia della Chiesa fa vedere la ricchezza di tale tentativo, nella vita dei santi. Nietzsche sapeva che il modo di vita dei santi è opposto a quello del suo “ultimo uomo”. Il superuomo è la contraffazione funzionale atea dell’uomo bruciato dall’amore di Dio.

Ma Dio non è definito da nessun “fare”. Non si deve credere in Dio per qualche motivo funzionale, ma perché Lui è. Il cristianesimo non contiene alcun “fare”, alcun programma per il futuro. Il rapporto del cristiano con il futuro Regno di Dio è paragonato da Cristo con la gravidanza (R. Spaemann). La madre non può aiutare il figlio con nessun mezzo tecnico, con nessuna strategia. Deve solo vivere una vita buona, bella e giusta.

Il compito della società politica, civile e culturale prima del sedicesimo secolo era quello di arrestare l’entropia, di frenare la discesa del divenire storico, analogamente ai goals della medicina tradizionale: differire il deperimento e la morte del corpo della società civile, inevitabilmente vittima dell’entropia e dell’entalpia che colpisce tutti i sistemi biofisici. La speranza cristiana è rivolta all’ingresso, alla Parusia, alla seconda venuta di Cristo. Questa società cristiana era antinomica a quella utopistica, alla concezione della storia come tela di Penelope, che si rifà e disfa continuamente, pagana e neopagana di oggi. L’utopia scientista, post-umana vuole contrapporsi al ritorno di Cristo e al cielo nuovo e alla terra nuova. Vuole produrre da sé il proprio regno, la propria soddisfazione, come dinamica interna della storia, come compimento del proprio progetto di ridisegno della natura umana. Ma questo progetto conduce esattamente all’apostasia e il suo ultimo prodotto è l’anticristo.

Come ci sono due interessi umani fondamentali, la meraviglia e lo sguardo di possesso, così ci sono due tipi di azione: quello tecnico-strumentale e quello morale-liturgico. Il primo vuole raggiungere la perfezione di un oggetto esterno all’agente, all’azione, l’altro la perfezione, la bellezza dell’azione stessa. Ecco che due uomini si contrappongono alla fine dei tempi, l’uomo della gratitudine e della benedizione, della gratuità, del distacco e dell’amore, del canto e quello “tecnico”, del possesso e della gratificazione, dell’artificio e del rumore.

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