di PETER KREEFT
E’ impossibile essere d’accordo sull’etica, su ciò che è bene o male nell’azione, se non lo si è sulla metafisica e sull’antropologia. Siccome l’etica è inevitabile, lo è anche l’antropologia.
Tratto da:
Peter Kreeft, “Why a Christian Anthropology Makes a Difference” an address to the The Catholic Medical Association’s 79th Annual Educational Conference (October 27-30, 2010). Traduzione a cura di Paolo Gasparini – All rights reserved
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PETER KREEFT è docente di Filosofia al Boston College. Convertito dal Protestantesimo, è un autore cattolico molto prolifico ed è richiesto come brillante conferenziere in tutti gli Stati Uniti. Per chi volesse conoscere il suo pensiero e le sue opere il suo sito web è www.peterkreeft.com

Delle due parole della definizione “antropologia cristiana” do per scontato il significato dell’aggettivo, dato che la Chiesa lo sta facendo da duemila anni – con il simbolo della fede, il “Credo”. Ma cosa dire per il sostantivo?
Per antropologia, logos dell’antropos, si intende una teoria sulla natura dell’uomo. Ma non intendo un pensiero empirico, da addetti ai lavori. Tutti, proprio tutti, abbiamo bisogno di una antropologia filosofica, specialmente voi medici. Ma non c’è per nulla bisogno di essere antropologi per professione, o di aver bisogno di uno di loro come si ha bisogno del medico. Tutti debbono avere un medico, non uno scienziato.
Allo stesso modo, non tutti hanno necessità di avere un filosofo a portata di mano, ma tutti hanno bisogno di essere un po’ filosofi, anche se non certo essere filosofi di professione. Socrate, il prototipo e il modello di tutti i filosofi, direbbe che un filosofo di professione è una contraddizione in termini. L’amante della sapienza, infatti, o professionista dell’amore, ha un significato equivoco. (…)
Uno può eludere questo rischio, della professionalizzazione della filosofia, ma non quello di amante della verità. Non c’è solo la “dipendenza” da sostanze, materiale, ma anche spirituale, da “sostanze” come la verità, la saggezza, l’amicizia, la gioia, la bellezza…
La verità ha due origini, scientifica e filosofica. La prima ha come origine l’esperienza sensibile e il calcolo. La seconda invece la conoscenza. Il metodo scientifico elabora e amplifica i nostri sensi corporei, escogitando strumenti come i microscopi e le telecamere, mentre arricchisce la ragione calcolante mediante strumenti come i computer.
L’autore sacro del libro di Giobbe comprese questo più di venticinque secoli fa, quando ha messo sulle labbra di Giobbe i versi stupendi del capitolo ventotto. (…)
La differenza tra la scienza e la filosofia non è di grado, ma di specie. Aumentare gli effetti speciali non causa una comprensione più profonda della trama di un film, dei suoi contenuti, o dei caratteri dei suoi personaggi.
Ci sono varie distinzioni da fare tra sapienza e scienza empirica, ma quella più lampante sta nel fatto che la scienza non guarda ai valori. Pretende neutralità. (…)
Per esempio, la scienza ti dice quando vuoi abortire: al concepimento o al quinto giorno, oppure alla dodicesima settimana? Ti dice anche come puoi farlo, con una pillola, un bisturi. L’unica cosa che non ti dirà mai è se è una cosa buona o no il farlo. A dire il vero, molte filosofie contemporanee ci dicono che non possono farlo, che nemmeno il pensiero ci può dire qualcosa di assoluto, di valoriale e non negoziale. Si chiamano scettici, e si possono anche classificare come relativisti morali, o soggettivisti morali. Eppure la mente umana ha bisogno di questi interrogativi. Lo fa filosofando. La scienza no, non ci prova nemmeno. Assomiglia in questo alla religione. Si differenziano per l’origine: una chiede l’ascolto, una fonte indipendente da me, esige una tradizione, una comunità, che mi trasmette la fede. La filosofia no: chiede solo l’ascolto del mio intimo, del ragionamento. Vuole solo pensieri chiari e distinti, del mio ego elucubrante. Eppure molte delle loro domande sono le stesse. La scienza, invece, non solo non ha lo stesso metodo, ma nemmeno le stesse domande. Una delle domande comuni tra filosofia e religione è quella dell’antropologia. Chi è l’uomo? (…)
Le quattro domande cui è necessario, oggi più che mai, rispondere, con la riflessione filosofica, sono:
Primo: cosa è reale – è la questione metafisica. La metafisica supera la fisica, non perché mette lo spirituale al suo posto, ma perché si fa la domanda più generale, ampia, riguardante tutto ciò che è reale, oggettivo.
Secondo: chi sono i soggetti che si fanno questa domanda? È la domanda dell’antropologia.
Terzo: cosa dovremmo diventare e fare? L’etica.
Quarto: com’è possibile sapere queste cose? La gnoseologia o epistemologia.
Logico che l’etica la faccia, tra queste, da padrona. Ma dipende dall’antropologia, che a sua volta si appoggia alla metafisica. Sapere cosa scegliere, infatti, dipende dal fatto di conoscere l’uomo, ma l’uomo, la sua realtà, si appoggia a ciò che è.
Se, per esempio, lo spirito, l’anima, Dio, gli angeli, il cielo fossero solo una bella favola, allora non potremmo che declinare delle etiche ben diverse, e così delle antropologie nuove, molto diverse da quelle che prevedono la loro esistenza, la loro realtà. L’etica corrisponderebbe, allora, al conseguimento di un vizio vestito da virtù: l’abito, l’arte di procurare al prossimo beni corporei – il piacere – o economici – l’utile. Se poi per noi contasse solo lo spirito, come in molte filosofie e religioni, allora dovremmo pensare una etica e una antropologia di altro tenore. Il compito del medico sarebbe ridotto al rango di un bel sogno, la medicina ad arte di creare delle illusioni.
È impossibile essere d’accordo sul “che fare”, se non si pensa allo stesso modo dal punto di vista metafisico e antropologico. Siccome l’etica è un passaggio ineludibile, lo è anche l’antropologia. Ma io non voglio pensare a una qualsiasi antropologia, ma rendere ragione della inevitabilità di una antropologia cristiana.
Il Cristianesimo non è una religione umana, non è una filosofia. È la religione rivelata. Non contraddice la ragione. Nessuna verità contraddice la fede. Eppure, i suoi asserti centrali non sono provati dalla ragione. Dalla ragione da sola. Credere per ascolto della Parola, della predicazione degli Apostoli, e dei loro successori, i vescovi della Chiesa cattolica, vuol dire essere cristiani. Questa è la prima ragione per essere cristiani.
Ci sarebbero altre ragioni per esserlo: la bontà e la felicità, più fini che mezzi. Chi vorrebbe, infatti, essere felice per essere ricco, o eletto al Parlamento? Nessuno!
Ma c’è un altro fine nella vita: la verità, ed è anche un assoluto. Infatti, se necessario, bisogna soprassedere alla felicità pur di essere nella verità. Posso provarlo, quindi non è una mia pia opinione. Qualcuno di voi crede alla “befana”? Nessuno. Eppure, com’ero felice da bambino! Ci credevo! Ci credevate anche voi? Come siete sinceri… e onesti! Eravamo tutti buoni e felici. Ma adesso nessuno di noi sacrificherebbe la verità sull’altare della bontà e della felicità. La sola ragione per cui uno deve credere è la sua verità, la verità di ciò che (o di Chi) si da credito. Certo, la bontà e la felicità sono ottimi motivi di credibilità, ma la verità deve stare al primo posto, senza eccezioni.
Allora, abbiamo bisogno di una antropologia cristiana prima di tutto perchè è vera. Non perché serve a qualcos’altro, fosse pure importante, come, per esempio per capire la bontà o la cattiveria delle procedure mediche o dei farmaci. Dobbiamo certamente essere saggi, da cristiani, e agire, scegliere bene, realizzare una vita buona in famiglia, nella medicina e in società, nella vita in generale. Ma la verità è la prima della classe, prima di essere uno strumento per gli altri, per quelli meno dotati, per gli altri fini. Allora, elenchiamo una lista di verità cui non arriveremo di botto, o non tutti, senza il cristianesimo. Certo, queste verità ci procureranno una vita buona e felice. Ma la prima ragione per darvi credito è che sono vere. Se non fossero vere, alla buonora! (Anche se ci rendessero più buoni e soddisfatti!)
Un corollario di ciò è che dobbiamo rispettare le convinzioni sincere di chi cristiano non è, di chi avesse altri convincimenti sul bene e il male. Se non c’è Dio, una retribuzione, l’anima, il principio morale, e il fine del piacere corporeo fosse l’ultima istanza individuale, il suicidio assistito, l’eutanasia diverrebbero logicamente l’unica opzione possibile di fine vita. Se la vita non è di Dio, allora è mia! Se Dio non fosse il mio Dio, io sarei il mio dio!
Al contrario, se la materia fosse illusione, come lo è per molti Hindu o Buddisti, ne seguirebbe che i servizi della medicina diverrebbero facoltativi, come pure l’obbligo morale della compassione e della carità verso i sofferenti e i morenti. Potrebbe anche essere vero che un non cristiano possa nutrire delle motivazioni ambigue. Potrebbe trovarsi a fuggire obblighi morali molto scomodi. Ma non necessariamente. Potrebbe anche trattarsi del caso di una persona onesta, come il dottor Rieux, ne La Peste di Camus, incapace di pervenire alla fede in Dio, quantunque sappia che il significato della vita è la santità, e che non si può essere santi senza Dio.
Non dico che dobbiamo astenerci dal persuadere chi pensa così a cambiare mentalità. Nemmeno che devono prima convertirsi al cristianesimo. Spesso proveremo a ragionare, e a fare appello ai rimasugli di cristianesimo ancora presenti nelle loro menti, ignare della loro vera origine. La dignità intrinseca di ogni uomo, i diritti inalienabili: anche molti non credenti li darebbero per buoni. E Dio, la fede il Lui, fondamento di essi, potrebbero allora essere dimostrati facilmente. Storicamente è stato così, almeno. Andare dalla causa all’effetto o dall’effetto alla causa fa parte del lavoro della ragione, ma fa molta differenza prendere una strada o l’altra. Se questi diritti sono intrinseci ad ogni essere umano, non possono in nessun caso essere abrogati da altri, o dallo stato, perché non sono conferiti dagli uomini, o dallo stato. Se tutti gli uomini hanno una dignità propria, e il fatto che devono essere trattati come un fine e mai come un mezzo, allora non si può non concludere che è ragionevole, convincente concludere che la metafisica più adatta, adeguata a porre un fondamento per tutti questi diritti, questa dignità, è Dio, la sua esistenza, e per il fatto, inoltre, che sia è stato Lui, a donarci questa dignità, col crearci a Sua immagine, col crearci persone, soggetti, piuttosto che volgari oggetti. “Esseri” che dicono: “Io”, e in grado di decidere liberamente.
Eppure, non tutti dobbiamo necessariamente seguire questa scorciatoia, della fede in Dio, per non dubitare della universalità dei diritti dell’uomo. Allo stesso modo, infatti, uno non deve conoscere il Creatore per sapere un bel po’ di cose sulla creazione. Dio, infatti, ha lasciato nella nostra coscienza molto più materiale per identificare la Sua volontà, rispetto alla Sua essenza, alla di Lui conoscenza. Tutte le religioni, infatti, hanno dei concetti molto disparati sulla natura di Dio, ma molto più simili tra di loro sui dati morali essenziali da seguire. Anche gli atei e gli agnostici hanno spesso uno standard morale molto alto, pur non avendo nessun supporto metafisico che gli faccia da sostegno. Le religioni ne danno uno molto consistente, profondo, ma tra le religioni, quella cristiana lo approfondisce più di ogni altra, e più solidamente delle altre.
Adesso porgerò un “menù” delle verità centrali del cristianesimo sull’uomo. Nozioni indispensabili per una antropologia cristiana. Sono indispensabili perché fanno differenza, una differenza radicale. Donano, plasmano infatti in modo radicale la nostra esperienza, perché hanno un impatto decisivo sulle nostre scelte morali, specialmente mediche o sanitarie. Le dividerò in quattro punti, a loro volta articolati in quattro sezioni.
Il primo gruppo concerne quattro verità condivisibili da chicchessia, agnostico o ateo, purchè di indole onesta. Spesso lo fanno, se hanno un po’ di buon senso. Al secondo appartengono quattro verità insegnate da tutte le grandi religioni. Le penultime quattro riguardano ancora quattro verità apprezzate solo dai cristiani. Le ultime solo da noi cattolici, ma spesso anche non cattolici le condividono, per esempio su temi come la contraccezione.(…)
Per inciso, si possono trovare non cattolici “laici” che sono in realtà più cattolici di quelli che frequentano istituzioni cattoliche, e che si suppone condividano la dottrina cattolica. Queste istituzioni erano solite fregiarsi di questa identità, ma sono di fatto, adesso, “laiche”. Molti miei amici sono “laici”, non importa. Anche molti Ebrei, Musulmani, e persino Hindu, Buddisti, Confuciani o Taoisti concordano su verità chiaramente cristiane, come l’amore misericordioso di Dio, o la necessità della grazia divina. Non tutti, ma molti di loro ci credono. Così, molti atei condividono un approccio religioso ad alcune istanze, come lo stupore, l’umiltà di fronte al cosmo, il mistero della natura, un ineffabile senso della trascendenza di fronte ad essa.
Allora, proporrò sedici tesi antropologiche, in ordine, dalla più generale alla più speciale. Quattro di origine filosofica, altrettante dal pensiero religioso, quattro dal cristianesimo, infine, ultime, quattro specificamente cattoliche.
Parlo di tutti e quattro i piani, perchè cattolico indica sia la fede romana della Chiesa, qualcosa di molto speciale, ma nello stesso tempo anche ciò che è “universale”, di base. Le verità appartenenti al dominio filosofico universale, infatti, hanno una importanza paritetica rispetto a quelli più caratteristicamente propri della tradizione della Chiesa Romana. La grazie perfeziona ma richiede la natura, più che accantonarla o sostituirla. Ciascuno di questi piani, poi, è diviso in quattro stanze, legate alle quattro domande filosofiche fondamentali: la metafisica, l’antropologia, l’etica e la gnoseologia.
Quattro verità universali, assimilabili da chiunque.
Primo piano. Quattro verità sull’uomo ricavabili dalla sapienza, dalla ragione, indipendentemente dalla presenza o meno di una fede religiosa. La verità primordiale forse, quella che sta alla base di tutte le altre, concerne la verità metafisica sull’umiltà, questa virtù fondazionale, radicale.
La realtà è tale per cui l’uomo non può che sentirsi piccolo di fronte ad essa, come un bambino di fronte a un qualcosa – che tutti chiamiamo verità, significato, valore, disegno, mistero, intelligenza – che lo trascende, anche se non dovesse coincidere con Dio, e anche se questo qualcosa fosse così misterioso da non poter mai essere afferrato dalla nostra intelligenza. Qualche “umanista” arriva a vedere che l’uomo supera l’uomo, che l’uomo non è la realtà suprema, e che diventiamo più grandi quando ci inchiniamo. Persino degli atei, che non adoreranno mai Dio, arrivano a percepire un senso di stupore di fronte all’ineffabile.
Mettiamo il caso di un adolescente o di un giovane, educato in un ambiente religioso, ma che non ha mai interiorizzato la fede: costui non avrà alcuna esperienza di questa umiltà e stupore che costituiscono il fondamento psicologico di tutte le religioni. È una situazione molto comune, poiché la familiarità genera disprezzo, e questo vale soprattutto per la religione, a meno che non abbia messo delle radici profonde nel cuore del soggetto.
Un tipo come questo – ed è stato il mio caso – giunge per la prima volta a sperimentare sentimenti di piccolezza, di umiltà, solo dopo che ha abbandonato, ripudiandola, la fede dei padri, e si è incamminato sul terreno dell’ateismo, anche solo pratico, e dell’agnosticismo. A un certo punto si entusiasma per le meraviglie dell’universo, oppure viene spiazzato da un capolavoro dell’arte musicale, o dalla bellezza femminile.
La sua prima esperienza religiosa l’ha avuta da ateo. A volte non è richiesto meno di questo per intraprendere la strada del ritorno a Dio. È Dio ad aver pianificato tutto. Il figlio prodigo apprezza quanto era bello stare in casa solo dopo averla abbandonata.
La seconda verità è gnoseologica: riguarda l’onesta apertura della mente alla realtà, di fronte alla prima verità, all’umiltà di fronte alla realtà. Non possiamo conoscere tutto. Anche se non ci fosse Dio, noi non siamo Dio. Le nostre credenze attuali, dunque, non sono stabili, ma da rivedere a seconda di futuri sviluppi, eventi, scoperte.
Il primo insegnamento di Socrate è quello che non sappiamo veramente ciò che abbiamo la presunzione di conoscere. L’umanità, in altre parole, si divide in chi, saggio, sa di non sapere nulla, e in chi, folle, crede di sapere, di essere saggio. Gesù diceva la stessa cosa in ambito morale: uomini stolti pensano di essere saggi, mentre i santi per davvero pensano di essere peccatori.
Senza questo primo principio socratico, potremmo pensare di essere già dotti, e non vorremmo passare alla seconda lezione. In alternativa, saremmo tentati di ridurre la seconda lezione, quella conoscitiva, a dei corollari derivati dalla “nostra” prima affermazione, del tutto diversa dalla lezione socratica dell’umiltà e della duttilità mentale, una lezione colorata da mille pregiudizi, assunti in modo acritico.
Questo secondo punto, relative all’apertura mentale, può essere critica per un credente dalla fede fragile. Eppure, solo una fede che è stata provata e che ha resistito alla prova si può chiamare invincibile. La apertura di mente, inoltre, più facilmente seduce i non credenti alla professione di fede, più che il contrario. Facilita il passaggio dalla non credenza all’agnosticismo, e li dispone a future “conversioni”, comprese quelle religiose.
Penso che in un mondo in cui tutti, credenti o meno, diventassero di manica larga conoscitiva, ricercatori del vero, altrettanti, alla fin fine, crederebbe in Dio. Infatti siamo stati assicurati dall’autorità più indiscussa ed elevata che tutti i cercatori troveranno. La ricerca non è una dinamica casuale, come non lo è il desinare. Le bocche si aprono per ingerire, e così fa la mente. Le teste non possono essere riempite a forza: non esiste una saggezza iniettabile. È assurdo creare la “scuola dell’obbligo”!
Come dice il Corano, non ci può essere obbligo in materia religiosa.
Un corollario di questa verità epistemologica, conoscitiva, lo si potrebbe chiamare come la verità circa la verità. La verità è un assoluto anche se non ci fosse Dio, nessun essere assoluto. Anche se non ci fosse nessuna verità morale assoluta, nessun principio non negoziabile, oltre quello della trasparenza assoluta nei riguardi della verità, l’uomo sarebbe fatto per conoscerla. Senza questo principio, è destituita ogni pretesa di interezza, di umana realizzazione integrale. L’universo, qualunque sua parte, non ha affatto bisogno di una tale unità. Le pietre hanno una certa integrità, e sono tenute insieme dalla unità delle forze fondamentali della natura.
Lo stesso vale per il regno vegetale e animale: il loro macrosistema organico è assicurato dal dinamismo cooperativo dei singoli organi e apparati, al fine della crescita, della salute e della riproduzione. È il DNA, la sua integrità, lo strumento di questo progetto.
L’uomo, invece, si realizza, diventa uno, se stesso, integralmente, solo grazie alla “forza”, alla libera scelta di fronte alla verità, per mezzo della fondamentale attitudine di trasparenza, voluta, di fronte alla verità, e che è il presupposto decisivo per ogni comunicazione non manipolatoria. Comunicazione: parola composta dal termine “comune” e “ unità”. L’uomo vive in società, in comunità grazie alla comunicazione, ma una comunicazione nella verità, grazie, in forza a un comune rispetto della verità.
Per inciso, a questo punto, sono personalmente, profondamente convinto che la singola categoria, la più micidiale, disumana e pericolosa nella intera storia del pensiero filosofico, la sola “filosofia” che non merita un briciolo di compassione, di attenzione, sia costituita dal decostruzionismo, che è la negazione della verità, e la riduzione di ogni comunicazione a potere.
Anche i nazisti avevano un senso della verità. Qualcuno di loro addirittura era convinto della sua strana ideologia, a differenza dei post-comunisti. Ecco perché si è dovuto combattere il nazismo con la forza, mentre il comunismo è imploso da sé. I nazisti, inoltre avevano un qualche barlume dell’onore, anche se pervertito all’eccelso. Ma se voi guardate al decostruzionismo non troverete nulla di tutto questo. Il decostruzionismo non è nulla di più di un sofisticato ghigno accademico.
L’eroe dei decostruzionisti è Nietzsche, un Nietzsche ridotto a loro immagine. Nietzsche è stato il primo filosofo a chiamare per nome la libertà circa la questione della verità. Scrisse: “E’ questa la domanda più pericolosa: Perché la verità? Perché non, invece, la non verità?”. Questo non è un errore, semplicemente. É una scelta vera e propria. É diabolico. I nazisti sono stati dei genocidi, degli assassini di massa, ma i decostruzionisti sono dei sogghignatori di massa.
Gli assassini causano danno alle loro vittime, mentre i sogghignatori lo causano alla propria anima. Il cuore di un assassino è più vicino alla conversione, al pentimento, di quanto non lo sia quello del sogghignatore. Un assassino entra nello stadio e gioca la partita del bene e del male, quantunque stia dalla parte, la squadra sbagliata. Il sogghignatore non va nemmeno allo stadio, rifiuta persino di entrare, non solo di giocare. Semplicemente, se ne sta fuori, e ghigna ad entrambi i contendenti.
La terza verità è antropologica: ogni uomo ha un valore intrinseco. L’uomo non è un accessorio, un elemento trascurabile. Non è un assurdo, del materiale a perdere. Tutti gli aspetti e le decisioni sulla vita umana, compresi gli interventi medici, devono essere ausiliari all’uomo, più che servire ad altre cose, altre scelte. Mangiamo per vivere, non viviamo per mangiare.
Anche gli atei possono aderire all’imperativo categorico di Kant: mai usare qualcuno da mezzo, ma trattarlo sempre come un fine. Questo può costituire la base per un umanesimo plenario, genuino e profondo, ancorchè non esplicitamente religioso.
Quarta verità, la verità morale sull’amore. L’amore, non un’emozione passeggera, ma una scelta della volontà, di volere il bene di un’altra persona, e si chiama anche buona volontà, altruismo. Questa qualità è il valore più elevato nella vita. Solo l’amore, infatti, rende l’uomo pienamente uomo. Amare non è solo una vita buona, buona etica. É anche ottima antropologia e ottima metafisica.
È la strada per diventare più uomini e più concreti, reali, come pure più buoni. Chi ama accresce non solo il suo “fare”, ma anche il suo “essere”. Anche quando costa, richiede sacrificio, l’amore paga sempre alla lunga. In punto di morte non ci pentiremo di aver amato così tanto. Ma l’aver amato poco costituirà sempre un rammarico. Chi perde la sua vita per amore, la trova, già da qui. Anche se non ci fosse una vita ultraterrena, una risurrezione dai morti, nemmeno Dio.
Quattro verità insegnate da tutte le religioni.
Le seguenti verità riguardano l’uomo, secondo la saggezza religiosa generica, comune a tutti i popoli. Primo, la verità metafisica sul destino finale dell’uomo, il summum bonum: la migliore risposta che si può conoscere sulla domanda capitale del significato ultimo dell’esistenza umana è dello stesso tenore per tutte le religioni. Per esse il significato della vita assomiglia a Dio; il destino umano, la realizzazione dell’uomo supera la storia secolare, visibile, ma anche ciò che si può capire con l’intelligenza, o definire con il linguaggio.
La seconda è la verità antropologica sulla natura umana. Come la moralità oggettiva è molto più di ciò che appare alla superfice dei fatti, così è la realtà soggettiva, l’uomo. Noi siamo capaci di, e siamo incamminati verso qualcosa come l’unione con Dio, una esperienza mistica, chiamateanche: nirvana, satori, kensho, moksha, mukthi; una estasi infinita, inconcepibile, senza fine, qualcosa che occhio non ha visto, orecchio non ha sentito, né è entrato nel cuore dell’uomo.
Se questo non è un dato ubiquitario presso le religioni, il suo insegnamento è comunque universale presso i loro mistici.
Terzo: la verità etica del comportamento. L’ unica e necessaria via per raggiungere questo destino è morale. La morale è di necessità assoluta. Uno non può essere felice se non è buono, fin da questa vita. E uno non può essere felice in un altro mondo, come quello di Dio, celeste se non con la bontà di quel mondo celeste. Uno può essere più reale di quanto non pensi, come pure più buono.
Queste due cose sono tuttavia correlate indissolubilmente. Un corollario è costituito da una verità ancora più alta sull’amore. Tutte le religioni puntano a uno standard morale ben più alto di quello della mera sopravvivenza, della razionalizzazione della giustizia e dell’uguaglianza, addirittura al di là del perdono, della compassione, della gentilezza.
Tutte mirano a una morale di decentramento dell’ego, di detronizzazione dall’egocentrismo della vita individuale. Insegnano che non è sufficiente essere generosi, ma che è necessario morire a noi stessi, ad ogni egoismo ed egocentrismo, per quanto vezzeggiato e curato possa essere.
Che dobbiamo rinascere da capo, radicalmente nuovi. Solo il Cristianesimo rivela che questo amore si è incarnato nel Dio fatto uomo, che ha patito e morto per amore dell’umanità. Ma tutte le religioni per lo meno sfiorano nella loro visione questo ideale così alto e santo.
Quarta verità, gnoseologica, riguarda il segreto della sapienza: il segreto della sapienza è la gratitudine. Nessuno può essere saggio senza di essa. E perché? Perchè ogni cosa è un dono. La stessa vita è un dono. Ecco perchè l’Islam – nel suo aspetto non istituzionale ma spirituale, ossia la sottomissione, l’abbandono in Dio – presenta il cuore della vera religione; è necessario abbandonarsi al dono per poterlo ricevere. Non siamo fanciulli che devono crescere, o studenti che devono imparare, pazienti che hanno bisogno di guarire, anche se tutto questo è certamente vero; siamo soprattutto ribelli che devono obbedire. È l’orgoglio, l’avarizia, la sensualità, l’egoismo, la tendenza a misurare tutto e ad essere vincitori: tutto questo ci rende stupidi.
Quattro verità propriamente cristiane.
Adesso considereremo quattro verità sull’uomo di provenienza dalla rivelazione cristiana, dalla sua sapienza.
La prima è metafisica, e riguarda l’origine dell’uomo, creato a immagine di Dio. Gesù ha rivelato un nome affatto nuovo di Dio: Padre. Ci ha inoltre insegnato a chiamare Dio nostro padre. Tale il padre, tale il figlio; è questo il significato di essere creati ad immagine di Dio. La nostra origine inoltre configura la nostra natura e destino. La nostra dignità, e la modalità di come dovremmo essere trattati. In ospedale, come in casa.
Il Cristianesimo risponde alle tre domande cruciali circa la nostra origine, natura e destino. Detto in altri termini, per citare il titolo di un famoso dipinto, proveniamo da ciò che possediamo, e andiamo verso ciò che siamo. La prima determina le altre due. Se veniamo dalla polvere, o dal caso, dalle scimmie, allora siamo solo polvere, risultato di una lotteria, o scimmie. E il nostro destino è quello della polvere, del caso, delle scimmie.
Allora è logico, giusto e naturale trattare gli altri allo stesso modo, infatti a ognuno bisogna dare il suo.
Cos’è l’uomo? Poichè, con Cristo, abbiamo in comune il Padre, siamo allora suoi fratelli, e ciascuno fratello e sorella dell’altro. Siccome l’origine del nostro essere è la paternità di Dio, allora tutti fanno parte della nostra famiglia e della famiglia di Cristo. Più ancora, essi sono Cristo. Sono organi del corpo di Cristo. Cristo ci dice sorprendentemente che “Ogni cosa che facciamo al più piccolo dei suoi fratelli, la facciamo a Lui”. Questa affermazione la fa precedere da una formula rabbinica “ In verità, in verità vi dico,” che vuol dire, “ Dovete prendere questo detto nel senso più letterale e forte possibili. Non diluitelo, abbellitelo, allegorizzatelo, o addomesticatelo pensando a una esagerazione fatta apposta per colpire l’immaginazione di contadini illetterati, senza titoli accademici.”
La seconda è la verità antropologica circa la natura dell’uomo, decaduta ma redenta. Per il cristianesimo siamo da una parte molto peggiori, dall’altra molto migliori di quanto non pensiamo.
Scrittori cristiani come Dostoevskij e Dickens, Tolstoj e Tolkien, come è noto, innalzano vertiginosamente la ragione sia in alto che in basso, porta d’entrata al paradiso e all’inferno.
Antropologie riduttive di stampo ottimistico o pessimistico vengono a crollare drammaticamente confrontandosi con questo paradosso. Il loro paradigma semplicistico è lo stesso, ma ogni antropologia che negasse questi estremi cadrebbe due volte nello stesso errore.
Se questo è vero, ci aspetteremmo di essere sconcertati dai vizi, ma anche dalle virtù della gente. Persone malvage hanno risorse inaspettate di bontà, così come gente onesta può nascondere stupefacenti risorse di male.
Sottoposto a grandi sofferenze, l’uomo è capace di un eroismo incredibile, ma anche di una abissale disperazione. Grandi peccatori possono diventare grandi santi, e grandi santi possono cadere in precipizi morali inaspettati. L’uomo che il Signore scelse come suo primo Papa, che soprannominò “la Roccia”, l’apostolo Pietro, lo rinnegò, una volta giunta la Sua ora. Il persecutore Saulo divenne l’apostolo Paolo, il più grande evangelizzatore.
Terzo, la verità sul fine ultimo dell’uomo, il suo destino e bene supremo. Non si tratta di diventare dei galantuomini, ma figli di Dio, una condizione così gloriosa che se la vedessimo da ora, cadremmo in ginocchio ad adorare. Il beato Giovanni Paolo II, il Grande, era solito citare due frasi del Concilio, “Gesù Cristo è il significato dell’uomo”, e “Gesù Cristo solamente rivela l’uomo a se stesso”.
Il primo vuol dire che Cristo ci rivela quello che siamo chiamati a diventare, il nostro destino finale: siamo chiamati a essere Cristo. Non siamo chiamati a essere semplicemente imitatori di Cristo, ma a essere “corpo” con Lui, cellule, organi del Suo corpo mistico. Lui ci ha detto, “Siate perfetti come il mio Padre celeste”.
Ecco la necessità del Purgatorio. Dio non si darà pace finchè non avremo raggiunto l’ambito traguardo della perfetta santità. È quello che Lui ha voluto per noi. Come un buon padre di famiglia, Dio si compiace facilissimamente, ma non si accontenta altrettanto facilmente. Il fatto che Cristo riveli l’uomo a se stesso significa che Cristo è l’uomo perfetto, come anche Dio in pienezza, sì da poter essere il nostro specchio perfetto, e anche di quello di Dio.
In Cristo nulla è trattenuto nascosto della nostra condizione, ma non c’è nemmeno altro che si aggiunga. Dio e noi stessi sono le uniche due persone che dobbiamo assolutamente conoscere, perché sono le uniche due persone che non siamo e non saremo mai capaci di fuggire anche un solo istante, né ora né mai. Ogni persona è eterna, destinata all’eternità, sia in bene che in male.
Come disse C. S. Lewis, “Non ci sono tipi ordinari; non si incontreranno mai dei semplici mortali.” Nazioni, arti liberali, culture, civiltà: tutte cose effimere, la cui esistenza vale per noi come quella di un microbo. Ma coloro che incontriamo sul lavoro, con cui giochiamo, ci sposiamo, cui giriamo alla larga o di cui ci serviamo, sono eterni. Terribilmente eterni o splendidamente immutati. Ogni santo giorno che viviamo è un’occasione preziosa per favorire il nostro destino reciproco, in uno o l’altro senso.
Perchè ci comportiamo in modo diverso con gli animali rispetto ai nostri simili? A meno che non siamo vegetariani o cannibali, ci nutriamo di carne, ma non di persone. Perché? Perché le persone hanno un destino eterno, non la morte. Diversità di destino implica diversità di valore. Prendiamo due cavalli gemelli monocoriali.
Uno è donato al re, e trascinerà la sua carrozza per la incoronazione o il matrimonio. L’altro verrà impiegato per la ditta di produzione della colla o degli insaccati. Le cose che maneggiamo diversamente hanno destini diversi. Quando soffriamo o siamo felici, in piena salute o a letto, al letto del parto o del decesso, si tratta sempre di un divenire, un agire.
Siamo per strada, e ogni metro superato del percorso prende un significato a seconda del traguardo di questa strada. È vero che siamo chiamati a vivere il momento presente, ma è anche vero che la nostra vita ha un futuro. È questo il significato della speranza: credere nel futuro, non solo nel presente.
Quindi, anche quando la strada imbocca un percorso oscuro, si tratta di un tragitto per il cielo o per l’inferno. Se questo non fosse vero, la fede, la nostra fede, sarebbe la più colossale menzogna mai costruita. Come per una donna che intraprende una gravidanza e il dolore del parto, senza che ci sia un bambino nel grembo. La morte è la faccenda che conta, come dice Woody Allen.
Il grande nemico, si vogli del corpo, dell’anima o della cultura, il cui verdetto di morte è stato ribaltato da Gesù, ha reso la morte stessa gloriosa e trionfante, perché attraverso il suo portale si accede alla presenza del Dio vivente. La morte è conseguenza del peccato, e l’ultimo nemico, ma anche la porta del paradiso. Ecco che allora il cristiano ha molte più ragioni degli altri uomini per odiare e per non temere la morte.
La odia e la combatte di più perchè lo ha fatto Cristo. Ma la temono di meno perché Cristo l’ha vinta. Privi di entrambi questi dinamismi, siamo ancora al di fuori del giusto atteggiamento cristiano verso la morte. Il cristianesimo cambia tutto, perché tutto è vita o morte, e il cristianesimo offre un nuovo statuto sia alla vita che alla morte.
Ma c’è anche una verità gnoseologica che riguarda il cuore della saggezza cristiana. Il segreto della saggezza è l’amore. L’amore è la natura di Dio, della realtà ultima, e per questo l’amore non ha confini. La ragione è che Dio è Trinità, non una persona sola che diffonde il suo amore, ma amore completo in sé stesso: l’Amante, l’Amato e l’Amore.
Ciò è di pertinenza della gnoseologia, dell’epistemologia, perchè l’amore non è solo questione di etica sana, ma anche il segreto della sapienza. Il motivo per cui Dio ti conosce perfettamente, è onnisciente, è che ti ama perfettamente. Questa verità riguarda Dio, ma anche noi.
L’occhio dell’amore, del cuore, è il più saggio, il più profondo. Come dice Pascal, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il cuore non indica solo il sentire, ma il vedere. Ha un occhio. E il motivo che rende questa verità valida anche per noi è che siamo fatti a immagine di Dio.
Come colui che ti ama ti conosce veramente, così anche per Dio. Ti conosce solo perché ti ama. Allora, possiamo conoscere Dio solo amandolo. Quando i Farisei chiesero a Gesù come fare a comprendere il suo insegnamento, rispose: “Se la vostra volontà fosse in accordo con quella del Padre mio, comprendereste le mie parole.”
La fonte della scienza è il cuore, il cuore, la volontà, l’organo spirituale deputato all’amore. Ecco perché santi della semplicità, come Madre Teresa, sono profondi e brillanti, e teologi professionisti possono essere degli emeriti idioti.
Quattro insegnamenti esclusivamente cattolici.
Infine, ecco quattro verità sull’uomo di competenza sapienziale cattolica. Il cristianesimo è la religione mondiale più materiale, quasi un materialismo, la più incarnata, grazie al dogma centrale dell’Incarnazione, poiché Dio non ha solo creato la materia e l’ha dichiarata buona, e non solo ha creato gli uomini, suoi figli, creature materiali, ma ha incarnato se stesso nella materia.
Poichè l’ascensione non è stata una dimissione dall’incarnazione, Dio ha sempre la natura umana, corpo e anima, e per sempre. A riguardo della materia, dei corpi, il cristianesimo cattolico ha, verso il cristianesimo in generale, lo stesso rapporto che il cristianesimo ha con la religione in astratto. I punti seguenti sono allora specificamente cattolici, propriamente cattolici, perché pongono l’accento sulla santità della matura materiale.
Tuttavia tutte e quattro queste verità hanno un che di ecumenico, perché ci sono molti protestanti che le credono, anche se a vario grado.
La prima è la verità metafisica della Chiesa come corpo di Cristo. Da questa verità scaturiscono tutti i dogmi cattolici, nel senso che i cattolici credono tutte le verità cattoliche e quelle non protestanti in forza non del fatto che le hanno scoperte da sé ma dell’insegnamento della Chiesa. E la Chiesa è il corpo di Cristo. Lui ha detto agli apostoli, “Chi ascolta voi ascolta me”.
Dicendo questo agli Apostoli, lo ha affermato anche per i loro successori, i vescovi da loro ordinati. Essi sono ancora tra noi. La chiamo verità metafisica, una verità che concerne l’essere, perché vi si afferma che Dio, l’essere supremo, la realtà ultima, è presente qui e ora nel suo corpo ecclesiale, la Chiesa Cattolica visibile.
Dicendo che la Chiesa è il corpo di Cristo, non si intende con questo una metafora, come si usa invece per il “corpo istituzionale”, politico. Si tratta di un corpo reale, e i suoi membri sono organi propri di questo corpo, non di un corpo politico qualsiasi. La Chiesa è visibile perché Cristo è visibile.
La Chiesa è Cristo allo stesso modo che il tuo corpo è te. Tu non possiedi il tuo corpo; tu sei il tuo corpo. Cristo non ha la Chiesa; Cristo è la Chiesa. Il tuo corpo non è il tuo ordine professionale, o la tua prigione, il tuo strumento, o casa tua, il tuo schiavo, il tuo veicolo; è te. La Chiesa non è il sindacato di Cristo, o la sua prigione, il suo strumento, la casa, la schiava, l’auto; è Lui.
Non è il suo amministratore delegato, il custode carcerario, il conducente del mezzo, l’amministratore dei beni, il sorvegliante degli schiavi, o il macchinista; è il suo capo, ed essa è il suo corpo. Lei è la sua Sposa, e Lui lo Sposo, e la formula che compendia l’essenza del matrimonio è che i due diventano una carne sola, un corpo, una persona, una persona incarnata.
Questa verità non è per nulla sconfessata dai peccati e dagli scandali dei membri della Chiesa. È proprio questo, purtroppo, che fa di quei peccati e scandali una cosa così orribilmente peccaminosa e scandalosa. San Paolo scrive ai Corinti che quando si uniscono alle prostitute, fanno sì che Cristo si unisca alle prostitute. È uno shock e lo è letteralmente. Leggete pure. C’è nel testo sacro. Anche quando la Chiesa fosse una cloaca, Cristo non è il suo principe in esilio.
Ciò che voi (Kreeft si sta indirizzando a personale sanitario cattolico, ndt) siete, medici e infermieri, non è altro che una comunicazione dell’amore di Dio per il mondo, in atto di prendersi cura della vita per amore della vita. In altre parole, è Dio che vi sostiene, allo stesso modo che fa nascere e sostiene missionari e predicatori, preti e papi. Non state affatto imitando il suo lavoro, ma facendo il suo lavoro, come lo fanno loro.
Quando curate, non state curando dei corpi, ma le persone, persone incarnate. I corpi non sono camera d’albergo per anime. Quando ti do uno schiaffo, o ti bacio sul volto, io schiaffeggio te, o bacio te. Guarire il tuo corpo significa guarire te. Sistemare la casa non vuol dire sistemare te. Ma accomodando i tuoi piedi accomodo te.
La seconda verità distintamente cattolica è quella epistemologica che riguarda il modo con cui conosciamo Dio. Poiché Dio è persona, tre persone, non una astrazione, noi lo conosciamo per esperienza, non per concetti, ossia attraverso quello che i tedeschi chiamano kennen, e non wissen. Oppure i francesi connaître, e non savoir. Una conoscenza che è un toccare, e questo porta direttamente ai sacramenti. E’ questo il modo in cui Dio arriva a noi, ci tocca. Qui Egli lambisce la nostra vita, in senso letterale e fisico. Certo, Dio si può afferrare con i concetti; è quello che si fa con i vari “Credo”. Le formule dogmatiche correggono le nostre false interpretazioni. Ma i sacramenti guariscono qualcosa di molto più profondo: il nostro isolamento esistenziale. La Chiesa insegna che Cristo ha stabilito sette sacramenti e che operano tutti in modo oggettivo. La formula esatta è: “Ex opere operato”, il che non vuol dire una azione magica impersonale, una specie di artifizio spirituale hi-tech, ma attraverso la presenza personale oggettiva, reale, di Dio, con il Suo potere.
Come la mia persona è presente nello schiaffo o nel bacio che do, Dio è presente nei suoi sacramenti. Ci sono anche molti sacramentali, come le sacre icone e l’acqua santa, ma soprattutto la Sacra Scrittura, che sono anche mediatori della Sua presenza fisica. Anche se non operano ex opere operato, perché non sono sempre strumenti della presenza personale di Dio, e anche perchè dipendono dalla fede del soggetto, richiesta nel cuore del credente e di chi li utilizza, piuttosto che per se stessi. Tuttavia sono pur sempre mediatori della presenza reale di Dio.
Sacramentali li troviamo dappertutto, e a differenza dei sacramenti non hanno limiti. Anche una cartolina di Natale, inviata da un cuore traboccante d’amore, può essere un sacramentale.
Un gesto umano può mediare non solo il vostro amore, ma anche l’amore di Cristo. E può farlo anche quando fosse indiretto, come quando il tocco è mediato da una apparecchiatura complessa, poiché alla sua sorgente c’è il cuore dell’uomo e la sua mano. Se avvicinate un’altra persona con un arto artificiale, o con il bisturi, le pinze chirurgiche, è la vostra persona che compie l’atto, non l’arto o lo strumento. Adoperate il bisturi come si userebbe un’unghia acuminata, o delle pinze allo stesso modo di due dita prolungate. Tutto ciò fa ricordare, a vari livelli, l’Eucaristia, il sacramento archetipo, il più perfetto dei sacramenti. La presenza più completa e perfetta di Cristo in questa vita non è per nulla una esperienza extracorporea, ma corporea. La più completa e intima via a vostra disposizione per conoscere Dio, per venire a contatto con Lui, non sta in un fatto mistico di qualsiasi genere, ma avviene alla ricezione dell’Eucaristia.
Anche se non sentite niente di fisico, tutte le volte che ricevete la Santa Comunione fate una cosa invidiata dagli angeli, se essi fossero capaci di un peccato come l’invidia, qualcosa che supera la più grande esperienza mistica del più grande dei mistici di tutti i tempi, nella più perfetta intimità e oggettiva perfezione, anche se all’oscuro delle emozioni.
Dio non vi offre una altezza mistica quando ricevete l’Eucaristia, perché non vuole che assaporiate una caramella spirituale, o prendere una cotta con un sentimento piuttosto che con Lui. E’ una faccenda di pedagogia.
Una conseguenza pratica di questa dottrina eucaristica riguarda la morte, e l’approccio alla morte e al timore della morte. Quando riceverete gli ultimi sacramenti, il viatico, e morirete alla presenza di Cristo Eucaristico, e alla presenza di Cristo nella Chiesa, quella che è al vostra famiglia e i vostri amici cha sono anche la famiglia e gli amici di Cristo, morite con Cristo, sulla Sua croce e con Lui, allora vedrete che la croce, come l’uomo che vi si trova, è inaspettatamente da ciò cui assomiglia. È un motoscafo veloce per il cielo. Proprio come sarebbe infinitamente meglio essere sposati a Detroit che divorziati alle Hawaii, sarebbe molto meglio stare sulla croce con Lui che in cielo, senza Lui. Chiedo scusa a chi viene dal Michigan.
La vera essenza del paradiso è la presenza di Cristo. Egli volge in meglio, nella cosa migliore quella peggiore. Allora la parola che adoperiamo per identificare il giorno più nero, del trionfo del male, dell’evento più orribile della storia si chiama Venerdì Santo.
Terzo, consideriamo la verità centrale antropologica cattolica riguardo alla corporeità, il corpo, della vita corporea, in quanto santa. Tertulliano ha scritto che “La carne è il cardine della salvezza”. Se Cristo non avesse versato il suo sangue biologico, noi non saremmo salvati. Se la donna emorragica cronica avesse toccato le vesti non di Cristo ma di uno dei suoi apostoli, nel bel mezzo di una folla che la stringeva da ogni dove, non avrebbe potuto essere guarita. Cristo viene a noi con il corpo, e continua a farlo per mezzo dei corpi dei fratelli. È stato concepito, è nato, vissuto e morto e risorto, ritornerà con il corpo, e adesso ci salva attraverso i corpi.
Quindi, curare i corpi vuol dire anche curare le anime. Non è come riparare le auto, ma i conducenti. È la cura di qualcosa di eterno, qualcosa che sarà risorto e riconoscibile.
Alla stessa stregua del dubbioso Tommaso che vide le Sue piaghe, penso che vedrete in cielo le cicatrici chirurgiche dei vostri pazienti, curati in vita, e penso che quelle cicatrici non saranno di carne, ma d’oro, come delle decorazioni onorifiche.
Infine, la mia quarta verità cattolica è etica, e riguarda il significato profondo della sessualità. La rivoluzione sessuale rappresenta oggi la rivoluzione singolarmente presa più importante del nostro tempo, perché abbraccia non solo certe dimensioni esistenziali, come la politica o l’arte militare, ma l’origine stessa della vita. La sessualità è l’unico campo in cui sorgono tutti i conflitti e le controversie. La frontiera in cui la cultura della morte e quella della vita sono in perenne conflitto. Che tipo di differenza apporta l’antropologia cristiana alla nostra comprensione della sessualità umana e della rivoluzione sessuale? Be’… la stessa differenza che si trova tra i dormienti e chi è in stato di veglia. Ma questo ci porterebbe via più tempo di quello che vi ho preso, perché vi sto intrattenendo da circa un’ora, cosicchè è meglio lasciare spazio alle domande, il che è essenziale, perché i discorsi si fanno per stimolare domande. Le lezioni sono apposta per far sorgere domande, non le domande per far nascere discorsi. Allora, concludo il mio monologo e inizieremo il dialogo su questa prima parte, adesso. Lo concluderò più tardi e darò una breve sintesi della seconda parte in un secondo tempo.
Questions and Answers
Domande e Risposte
Kreeft: “Allora, ci sono domande? Ci devono essere per forza – altrimenti cominceranno a volare dei manrovesci. Una volta Aristotele disse una celebre espressione, finita una sua lezione all’università in cui non si ebbero domande: ‘La mia lezione trattava dei vari gradi di intelligenza dell’universo, e secondo questa esposizione ne abbiamo illustrate tre. Troviamo l’intelligenza degli dei, quella di noi, mortali, infine quella dei bruti. Si distinguono tra loro per il fatto che quella umana sola pone domande, dato che gli dei sanno già tutto, e gli animali troppo poco.
Allora, devo cominciare a congratularmi con voi, già elevate al livello intellettivo degli dei, o posso iniziare con gli insulti, vedendovi sprofondati al livello delle bestie?’.
Dopo ciò, si ebbero domande. Qualche essere umano c’è ancora nell’uditorio?”
Bene, se posso, vorrei rompere il ghiaccio.
Kreeft: “Prego”.
Mi ha molto edificato ascoltare la sua catechesi sul viatico, l’Eucaristia, e mi piacerebbe approfondire di più la natura o la definizione di intimità, dato che, ecco, desidererei insegnarle ai miei figli, adulti ormai, e anche ad altri.
Kreeft: “E’ una parola che si capisce solo per esperienza. Ecco perché abbiamo assoluto bisogno di una filosofia personalista, non solo realista. Le pietre non si posso accostare le une le altre in modo intimo, nemmeno se fossero triturate le une contro le altre, per creare più unità. Nemmeno i puri pensieri lo possono fare. Il numero tre non è più intimo al quattro del due. Solo le persone possono unirsi in modo intimo. Solo persone incarnate possono raggiungere l’intimità. Qual è la cosa più eccitante nella sessualità? Non certo il semplice eccitamento fisico; è l’intimità. Il fatto che questa persona mi invita nel suo o sua casa, tempio interiore. Intimità allora è presenza personale, e qui la raggiungiamo in modo insuperabile con Cristo nell’Eucaristia.
Ho una domanda. Salve. Mi è piaciuta la battuta su Detroit, per inciso. Ho una domanda perché non ho sentito bene, e riguarda l’uomo. Mi pare lei abbia menzionato, origine, destino e poi ‘significato’?
Kreeft: “Origine, destino e natura”.
E la natura è stato il tema al cuore della lezione. Grazie.
Kreeft: “Certo. Da dove provengo, cosa sono, dove sono diretto? Sempre connessi.”
Una chiacchierata sul valore intrinseco inteso come verità universale. E cosa direbbe a quei filosofi laicisti che dicono che il nostro valore di uomini dipende da un pensiero utilitarista – Peter Singer (il massimo esponente della bioetica postmoderna non cognitivista, ndt) e altri come lui – delle potenzialità da sviluppare; costoro non converrebbero affatto che ci sia qualcosa di intrinsecamente legato alla nostra umanità.
Kreeft: “Penso che con loro si può adoperare il metodo socratico. Prima di tutto metta in luce quello che hanno in mente. Sono solo confusi? Può essere. Se è così, sbrogliamo la loro matassa. Ma se trova che non sono solo confuse, che davvero non sono in grado di capire che l’uomo ha un valore intrinseco, e proprio ed esclusivo, allora non le resta che pregare, perché ad un certo punto il miglior argomento del mondo non dirà loro proprio nulla.
Supponiamo lei sia convinto io sia un robot. Sono stato ideato al MIT(celebre istituto di tecnologia americano, ndt), dove la tecnologia tiene un posto di primissimo ordine a livello mondiale, e i robot che ivi vengono costruiti sono così perfetti, che sono capaci di ingannare qualunque essere umano. Sono dei mimi perfetti, come delle marionette, o delle immagini proiettate sullo schermo, a guisa di persone, sì da non poter essere che scambiate, di primo acchito, con delle persone in carne ed ossa. Qualche testa d’uovo direbbe che, ebbene, non c’è proprio differenza tra i due, e noi allora non siamo altro che robot. Costoro proprio non se ne avvedono. Non percepiscono il significato della parolina più sorprendente del mondo linguistico, il pronome ‘Io’.
In qualità di laureato al MIT posso solo dire che ha un po’ scantonato dalla sua programmazione.
Kreeft: “Sa, hanno fatto un esperimento l’anno scorso al MIT – dato che si è progettato un trapianto cuore cervello tra i politici del Massachusetts, nel senso che i liberal hanno dato il loro cervello ai repubblicani e quest’ultimi in cambio il cuore. Ma non è andato bene, per due motivi: non si è trovato un solo conservatore disponibile a farlo, né un liberal che avesse sufficiente sale in zucca da poter essere dato a un conservatore.”
Dr. Kreeft, lei ci ha offerto l’opportunità di fare domande, ma in questo modo ci ha privato della parte della conferenza dedicata alla sessualità umana, allora la mia domanda sarà proprio rivolta a carpire un qualche barlume sulla faccenda.
Kreeft: “Okay. Sedetevi; risponderò alla prossima domanda. Quale differenza si trova – bene, dovete darmi qualche secondo, dato che stavo per dire, sì, esporrò questo argomento quando sarete un po’ più adulti, di circa… venti minuti.”
(continua)