Cultura del divorzio, cultura di morte
di ANTHONY ESOLEN
Mia moglie mi disse di “andare a sedermi là”. “Diamo la possibilità a papà di stare da solo con lei.”
Stavamo in una stanza tranquilla dell’ hospice, accompagnati dai soli rumori dell’erogatore di ossigeno e del respiro sempre più leggero e rallentato di mia suocera Ester, a poche ore di distanza dalla sua dipartita. Herb, suo marito, in piedi al suo capezzale, accarezzava i riccioli d’argento sulla sua fronte, con gesto lieve. Era come se fossero stati spazzati via come d’incanto 50 anni di dolori, di lotte e rammarichi, non lasciando altra compagnia dell’amore che lui aveva nutrito per lei sin dall’inizio, come la fragile pianticella tra le rovine di una città.
Avrebbe potuto abbandonarla al suo destino molti anni prima ‒ non certo per un’altra donna, ma per ciò che il mondo chiama “pace”. Papà non è cattolico, cosa che lo rende del tutto refrattario ai precetti che lo immunizzano dal divorzio. Non gliene occorre alcuno. “Non puoi mai sapere cosa ti riserva la vita,” mi disse una volta. “Devi fare la cosa giusta, altrimenti quasi sicuramente ti andrai a cacciare in guai peggiori.” Per questo non mollò mai, ed ecco che negli ultimi istanti della vita terrena di Ester lui era là, forte in una paziente attesa, gli occhi arrossati dalle lacrime e dallo smarrimento.
“Mosè ha permesso ai nostri padri di rimandare le loro mogli con un libello di ripudio”, dissero i Farisei a Gesù. “ Qual è la causa che spinge un uomo a ripudiare la propria donna?”
Considera che erano gli opinionisti del tempo, bramosi di capire dove si sarebbe messo il predicatore della Galilea in questo dibattito pubblico, se a destra o a sinistra. Sarebbe stato d’accordo se tu avessi divorziato perché lei ti aveva bruciato la zuppa, o per una qualche ragione più specifica, come per esempio l’adulterio?
Ma Gesù respinge i termini della questione. “Mosè ha permesso il divorzio,” rispose, “per la durezza del vostro cuore; ma non era così all’inizio. Quindi avete inteso che fu detto che un uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola. Ma io vi dico che un uomo che ripudia la propria moglie ‒ tranne che in caso di fornicazione ‒ e ne sposa un’altra, commette adulterio.” E conclude con una ammonizione severa: “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi.”
Conosciamo molto bene queste parole. Dovrebbero cadere su di noi con la stessa forza con cui hanno chiuso la bocca ai Farisei, o li ha fatti infuriare, quando il Signore è risalito indietro nella storia del popolo d’Israele, prima del Tempio, dei Re, dei Giudici e delle tribù, persino prima della creazione, quando disse, “Prima che fosse Abramo, IO SONO.” In questo caso solo, parlando del matrimonio, Gesù risponde a una domanda circa il bene e il male, la vita umana, risalendo alle origini, prima della Caduta. “Non era così all’inizio,” dice. Non faceva parte del piano originario di Dio per l’umanità innocente. Non fa parte nemmeno del progetto di Dio per l’umanità rigenerata in Cristo.
Gesù ci mette a confronto con due verità sconvolgenti, ciascuna delle quali incomparabilmente vive e importanti per l’uomo decaduto, ancorché è compito nostro armonizzarle. La prima è stata felicemente esaltata dal (beato, NdT) Giovanni Paolo II: L’uomo e la donna sono fatti uno per l’altra. I nostri corpi e anime sono plasmati con un significato nuziale, e nell’abbraccio dell’uomo e della donna, un abbraccio che nella divina Provvidenza può dare origine a un’anima vivente, c’è un richiamo alla nostra innocenza nel Giardino, dove condividiamo e anticipiamo la festa di nozze dell’Agnello. La seconda? Non siamo stati destinati al peccato e alla morte, per alienarci gli uni dagli altri e da Dio, nostra vita. Anche questo non rientrava nel progetto originario.
Connetti, adesso. Cultura del divorzio, cultura di morte.
Se un uomo qualsiasi avesse avuto un motivo per divorziare, eccetto che in casi di adulterio o cose del genere, mio suocero l’avrebbe avuto anche lui. Ester non era una donna molto facile. Per una bagatella qualunque, come per esempio quando dovevamo andarcene per la cena, poteva scaldarsi di un’ira violenta, precipitarsi come una furia nella sua camera da letto, lo sguardo pietrificato, assolutamente convinta delle sue ragioni, ossia che fosse strumentalizzata da tutti, rammaricata con mia moglie se ella avesse cercato di rabbonirla. “Mamma è arrabbiatissima,” avrebbe detto. Successivamente ne avrebbe scherzato, nervosamente, ma quando era ragazza non si sarebbe mai sognata di far entrare in casa uno dei suoi amici, per il timore di suscitare una scenata da parte di sua madre. La sua era stata una infanzia solitaria.
Non saprei dire quale fosse la causa di questa angoscia esistenziale. Forse una profonda insicurezza, un bisogno di essere amata; sua madre ad ogni buon conto era stata un tiranno in casa. Dopo che Ester era ritornata a casa con Herb dalla loro fuga d’amore, il padre gli disse, “Se sei in grado di vivere con lei, tanta più autorità su di te.” E pensare che era la sua favorita.
Per qualche anno vissero felici e contenti in un contesto insoddisfacente: un alloggio per personale sposato di guardiamarina in una base navale alle Bahamas. Ricordavano sempre questo periodo con accenti di nostalgica ironia. Sperimentarono la povertà insieme, senza poterne fare assolutamente a meno, cosa che li rese oltremodo adattabili, e si prendevano in giro per quanto avevano potuto crescere grazie alle banane. Ester era anche una di quelle donne che si dilettano con candore della compagnia maschile, e che, di rimando, gli uomini trattano con l’affabilità e l’umorismo tipici di un fratello maggiore. Erano proprio stati anni felici per loro.
Dopodiché si stabilirono nel New Jersey, dove trascorsero la maggior parte della loro vita. Papà è un uomo severo e un lavoratore infaticabile, intento sempre in due o tre attività contemporaneamente fino alla pensione. Per un pezzo, tuttavia, il denaro venne a scarseggiare, e sebbene Ester fosse cresciuta insieme ad altri undici fratelli e sorelle in una casa affittata a piano terra, o proprio perché veniva fuori da simili ristrettezze, aveva sempre le mani bucate. Era una delle persone più generose che io abbia mai incontrato, largheggiando nel distribuire i regali di Natale ai miei figli, ma era anche prodiga di suo. Desiderava articoli che non potevano certo permettersi. Ecco che allora rampognava suo marito circa il suo stipendio, trovando un impiego lei stessa.
Mia moglie era nel frattempo nata, e tutto sarebbe anche andato bene se Ester fosse stata in grado di assecondare la laboriosità e la frugalità del marito, e se gli fosse stata risparmiata una salute cagionevole, gravata da disturbi dolorosi che la costrinsero a un intervento di isterectomia. Fu una grande perdita. Frustrata, trovò un impiego in una orrenda pasticceria, con turni a rotazione, per due settimane di mattina, due settimane al pomeriggio, due settimane solo di notte. Il suo corpo non ci si abituò mai; fu sempre a corto di sonno. Gli fu pertanto necessario mettere un berretto da notte prima di andare a letto. Poi cadde vittima di alcuni loschi compagni di lavoro, amanti del bere. Anche lei prese il vizio.
Molti lettori non avranno difficoltà a riempire i dettagli. Divenne impossibile ogni affidabilità; a volte accattivante, altre insopportabile come il rock. Gettava per terra piatti e scodelle in cucina. I suoi pugni non erano proprio neutrali. Si sarebbe rinchiusa in camera per intere giornate di cupo mutismo. Insisteva per conti bancari separati, parlando fuori dei denti a papà che si trattava del suo denaro, che aveva fatto più di quanto aveva ricevuto da lui (per un anno circa corrispondeva alla verità), e che poteva spenderlo come voleva. Mia moglie non sa ricordare un momento in cui avessero condiviso lo stesso letto.
Dalla sua, Ester era convinta che la paternità di papà era terrificante, e a suo modo lei lo sapeva confermare del tutto. Nessun altro si sarebbe mai sognato di criticarla ‒ tuttavia lei lo avrebbe umiliato pubblicamente. A lui non ne gliene importava molto, o perlomeno non avrebbe dato corso a una tale cura. La loro unica forza unitiva risiedeva nell’amore per la figlia, che inondavano di regali, in parte per compensare la loro incapacità di offrirle ciò che ella desiderava più di ogni altra cosa, ossia l’amore reciproco tra gli sposi. Da ultimo, quando ella era quindicenne e quasi sicuramente in grado di reggere l’urto, la madre gli si fece vicino per dargli cattive nuove.
“Non posso più sopportarlo! Tuo padre ed io stiamo per divorziare.”
Tuttavia il divorzio a quel tempo non era cosa del tutto pacifica e mia moglie non ne aveva esattamente ancora subodorato la possibilità. Era come se qualcuno le avesse detto che il suo piccolo universo, così impregnato di sofferenza, fragile, e tuttavia così amato, stava per cadere a pezzi. Scoppiò in un pianto dirotto. La madre ritirò il proposito, e Dio la avrebbe benedetta per questo. La parola “divorzio” non fu più paventata.
Il divorzio fa cadere un mondo, nasconde un’eco dell’Eden. Che cos’è stata la caduta, se non in primo tentativo umano di divorziare? “Dove sei, Adamo?” è la voce di Dio al fresco dell’imbrunire. “Non sei ancora venuto ad incontrarmi come il solito.” Adamo è preso dalla vergogna. Non vuole più essere visto. Metti a confronto la inconsapevolezza infantile che si mostra nuda di fronte ai genitori, esenti da ogni forma di separazione del loro essere; sentono di essere una cosa sola con i genitori. Solo più tardi, col crescere della loro identità distinta, e di una crescente solitudine, ecco che il bambino prova vergogna, vuole nascondersi. Adamo non si nasconde perché è nudo, ma perché si è allontanato da Dio, ed è questa separazione che lo spinge a considerare la sua nudità, simbolo del suo essere, in termini di vergogna.
Eppure la distanza non può essere l’ultima parola. Appena Adamo ed Eva ammettono la loro colpa ‒ una ammissione sgraziata e furtiva ‒ hanno divaricato la fessura anche più in profondità, divorziando uno dall’altra e dal creato. “E’ stata la donna che mi hai messo accanto,” si scusò Adamo. “Mi ha dato il frutto, e io l’ho mangiato.” Eva scarica la colpa a sua volta. “E’ stato il serpente che tu hai creato! Mi ha ingannata, e io ne ho mangiato.”
Cosa dobbiamo aspettarci dunque? La terra stessa ci schiva. Il suolo produrrà spine e rovi, e l’uomo sarà costretto a procurarsi il pane col sudore della fronte; la donna partorirà i figli nel dolore, e dovrà sottomettersi al dominio, invece che all’amorevole custodia, del marito. I figli cresceranno in carriere separate ‒ Abele come pastore, Caino da agricoltore ‒ e, invidioso di una benedizione che gli è sfuggita ma che non ama particolarmente, Caino sopprime Abele, non in collera, ma con freddo calcolo. Quando Dio gli si avvicina, al modo di Adamo, ci accorgiamo come nella risposta di Caino la fessura si è trasformata in una porta aperta. “Sono forse il custode di mio fratello?” sogghigna. Ecco il motto della cultura divorzista. Le parole di Caino suppongono che il fratello, il familiare, la sposa, il vicino non meritano la sua attenzione. Che fare con chi si oppone alla mia volontà, oppure mette un bastone tra le ruote delle mie illusioni? Se posso farla franca e sono abbastanza irritato, taglio i ponti con lui. Nessun problema. Vicino ad ogni casa o cascina ci sono rifiuti nauseabondi da interrare, spostare, confinare in cava, oppure bruciare. Ce li liberiamo dalla vista e dall’olfatto.
Caino inizia, in Genesi, una saga familiare di conflitti, la cui occasione è la lussuria, l’avidità o l’invidia. Lamech è un pluriomicida, orgoglioso di ciò. Gli uomini iniziano con la poligamia. Lot, per non scontentare i suoi uomini, si separa da Abram, scegliendo quella svolta fatale a sinistra verso Sodoma. Dopo che Sara ha finalmente concepito in figlio, non può più sopportare la vista di colei che aveva incoraggiato a diventare la concubina di Abramo, e costringe suo marito a lasciar andare nel deserto Agar e Ismaele. Anche se Dio avrebbe ricavato il bene dalla sua furberia, Rebecca è occasione di una mortale inimicizia tra i suoi due figli, dal momento che fa in modo che Isacco dia la sua benedizione a Giacobbe invece che ad Esaù. Labano, zio di Giacobbe, lo beffa, dandogli in sposa Lia, non amata, per concedergli, dopo avergli estorto sette anni di servizio, Rachele, preferita da Giacobbe. La struggente rivalità tra le due sorelle-mogli provoca un contrasto tra i figli delle due, Rachele, favorita da Giacobbe, e Lia. Uno di questi figli, Giuseppe, è gettato in una cisterna dai fratelli, e quindi condotto in schiavitù.
Se il cielo è abitato dalla vita e dalla luce, un banchetto nuziale per celebrare le nozze dell’Agnello con la sua sposa, la Chiesa, allora l’inferno, come lo dipinge C.S. Lewis, è un Grande Divorzio, un luogo di alienazione, i cui “cittadini” detestano persino l’idea di una città, e vogliono, in una infinita parodia fissipara della Gerusalemme Celeste, allontanarsi sempre più nei sobborghi, per distanziarsi da Dio (e dai loro consorti nella dannazione) quanto più possibile. Dante lo ritrae così: Uno dei traditori, all’Inferno, conficcato nel ghiaccio fino al capo, al pari dei suoi consimili, definisce il suo vicino semplicemente come quello “che ha la testa di fronte a me, a bloccarmi la visuale”‒ una testa che lo disturberà per tutti i secoli, e che lui volentieri toglierebbe di mezzo se potesse, con non meno compunzione di chi dovesse schiacciare una mosca.
Eppure Herb e Ester non si sono mai allontanati da quella città che promette molto e non da nulla. Sono rimasti uno accanto all’altra; hanno tenuto duro. Hanno mantenuto le loro promesse. “Figlio dell’Uomo,” disse il Signore Iddio a Ezechiele che stava ritto in piedi in una valle piena di ossa aride e sbiancate dal sole del deserto, “ dì a queste ossa di vivere.” E queste risorsero da quella distesa di sabbia inerte.
Non subito. Mandarono la loro figlia in collegio, e dopo anni di vagabondaggio nel mondo arido universitario, di esperienza in una tendopoli, di una fuga, di un ritorno a Dio grazie a un rabbino, con un musicista o due alle calcagna, una brava ragazza attempata del Tennessee, un professore motociclista di Milton, un amante di Crashaw, se ne finì in Nord Carolina, dove infine ci incontrammo; anch’io avevo lasciato le mie orme su molte strade deserte. Ciascuno di noi divenne per l’altro lo strumento del Signore per il recupero dell’altro, il ritorno a casa. Ci innamorammo; partecipavamo insieme alla Messa. Al nostro matrimonio, il sacerdote tenne un’omelia sul Cantico dei Cantici, e sulle anime giuste secondo la Rivelazione, la comunione dei santi le cui vesti sono state rese bianche dal sangue dell’Agnello.
Posseggo una foto di Herb che sta camminando sotto la navata laterale della chiesa con mia moglie. Sembra intimorito, come se non sapesse spiegarsi come aveva potuto capitare lì. Era cresciuto in una chiesa evangelica. Suo padre, un uomo austero tutto d’un pezzo, aveva senz’altro un concetto molto serio della fede, ma aveva spartito ben poco della gioia che ne deriva ai suoi figli. La sua frequentazione liturgica non era sopravvissuta alla Marina. Ester, tuttavia, non aveva avuto nemmeno un assaggio religioso nella sua educazione. Aveva potuto frequentare una Chiesa Riformata Olandese per qualche anno durante l’infanzia, ma i suoi genitori le avrebbero prestato così poca attenzione da dimenticarsi di battezzarla. Dal momento del nostro matrimonio smise di bere definitivamente, e può essere che gli incontri periodici degli Alcolisti Anonimi l’abbiano avvicinata alla Bibbia; può anche essere che se ne sia tornata per conto suo. Ad ogni modo, anche se si vergognava di essere vista in chiesa di Domenica, leggeva la Bibbia di nascosto ogni notte.
Non so se, tranne che per qualche matrimonio o funerale e in occasione di una Pasqua di tanto tempo fa, Herb ed Ester siano mai andati insieme in una chiesa. Non so se il nostro matrimonio, e la nostra comune crescita nella Fede, li abbiano resi felici. Improvvisamente qualcosa di nuovo li mise in relazione. Se non erano in grado di amarsi, o perlomeno di ammetterlo, potevano tuttavia amare mia moglie e me, e successivamente il nipotino e la nipotina che noi gli portammo ‒ gli unici. Ester era una donna dura, e tuttavia accompagnava questo tratto con la corrispondente virtù della lealtà. Se tu avessi ferita una persona a lei cara, non lo avrebbe mai dimenticato, ma se avessi amato chi lei stimava, si sarebbe sempre sbracciata in gratitudine. Adesso lei ed Herb avevano molti inaspettati motivi di gratitudine uno per l’altra.
Potevano riempire la casa di foto dei piccoli, che ricambiavano il favore, com’era giusto.
“Dio non è il Dio dei morti,” disse Gesù ai Sadducei, i cui cuori erano troppo ristretti per credere in una qualche risurrezione, “ma dei viventi.” Accettare il divorzio come un modo di morire ‒ non un modo di vita ‒ è la negazione del vero essere di Dio rivelato da Gesù. È come dire che l’amore può, o in qualche circostanza dovrebbe aprire la strada, alla morte definitiva. Eppure, se Dio avesse agito in tal modo nei nostri riguardi, tutto il nostro universo avrebbe lampeggiato e si sarebbe spento poco dopo il primo peccato di Adamo. Dopo ogni peccato che commettiamo, abbiamo la pretesa di separarci dalla radice del nostro essere, Dio, come se fossimo noi i signori della vita e della morte; se Dio dovesse restituire la stessa moneta, dovremmo incontrare completamente l’esito del divorzio nel cadere nel nulla della perdita eterna. Ma Egli non lo fa, e all’ultimo momento, come il ladro sulla croce che si univa al coro delle ingiurie, pentitosi ‒ e magari non ci volle meno dei tormenti della crocifissione per risvegliarlo ‒ è possibile che voltiamo lo sguardo verso Cristo per udirlo dirci, “ Oggi sarai con me in Paradiso.” Cristo non respinse quel criminale morente. Tanto meglio per noi, che siamo criminali come quello, al momento della morte.
Anche Ester stava morendo, sebbene solo mia moglie se ne fosse accorta. “ C’è qualcosa che non va in Mamma. Porta alla luce cose che non sono mai successe.” Era l’età, pensai. Ester non sembrava una che stesse per lasciarci. Aveva ancora la forza di contrastare aspramente il marito. Dissipava il proprio denaro, quantunque fossero ormai passati molti anni dal pensionamento anticipato per malattia dalla fabbrica. Strillava continuamente per il modo brutale con cui tutti la trattavano. Sbatteva sempre la porta della sua camera, per nascondersi, depressa; ancora, di notte, per aprire la sua Bibbia, sebbene non ne facesse cenno con nessuno.
Ma si trattava delle conseguenze di ripetuti piccoli attacchi ischemici cerebrali, ci dissero molto più tardi. Eventi che compromisero la sua memoria e capacità di esperire le faccende di casa. Herb non si lamentò mai. Egli era sempre stato alla mano, ma ora iniziò, senza farsi notare, a praticare i lavori domestici che lei non poteva più attendere, scopare la casa e aspirare la polvere, stendere la biancheria, rassettare il giardino, con la stessa solerzia delle sue mansioni ordinarie e il duro lavoro quotidiano, dopo il pensionamento, alla rottamazione auto. La cosa buffa era che come la memoria di Ester declinava, allo stesso tempo cadeva nel crepuscolo la ruminazione dei sospetti delle cose che la gente tramava verso di lei. La debilitazione smussava gli angoli del suo aspro carattere.
Tutto questo durò un decennio. Era intervallato da momenti di tremenda infelicità, quando aveva il coraggio di lanciarsi fuori casa nel cuore della notte e battere forte alla porta di un vicino, dato che uno “strano uomo” era in casa ‒ suo marito; o quando in una nevosa notte di Natale si era dimenticata che ci stava facendo visita a 400 km da casa sua, ma insisteva che stava in realtà tornando a casa sua. Mi risolsi di mettermi di traverso a dormire alla porta per impedirle di andarsene. Tuttavia, in genere, il suo atteggiamento era cortese, dolce. Quando, dopo un intervento a cuore aperto, Herb dovette interrompere il suo prodigarsi per lei, che a sua volta si stabilì nella casa in contea (provincia, NdT), ella si dimostrò affabile con le infermiere e le estetiste, e si sarebbe rischiarata ogni qualvolta qualcuno fosse venuto a trovarla. Herb veniva a salutarla tre o quattro volte la settimana, che era il massimo concesso dalle sue condizioni, accompagnandola sulla carrozzina al solarium dove avrebbero interloquito con altri pazienti e accompagnatori per tutto il pomeriggio.
Ester avrebbe potuto essere più affascinante quando lo avesse voluto, e accettare anche amicizia, ma per gran parte della sua vita coniugale non avrebbe colto l’occasione per riceverla dal marito. Adesso, diventata sempre più dipendente, era felice di ricevere il suo amore, cosa che lui avrebbe assecondato senza imbarazzo. Lei lo chiamava, in un momento di tenerezza e lucidità, il suo “salvatore.” Non era molto lontana dalla verità. Il gesto più bello di tenerezza lo avrebbe compiuto proprio alla vigilia della sua operazione e al successivo ingresso in casa di ricovero. Lui aveva stretto amicizia con un ministro Presbiteriano locale, un fedele convinto di Cristo. Sapeva che Ester provava troppa vergogna per ammettere di non essere stata battezzata. Era allo stesso tempo consapevole che se si fosse proferito a proporle il battesimo, lei avrebbe senz’altro declinato l’offerta con un impeto di disappunto e rabbia, ciò che avrebbe costituito l’infelice epilogo del tutto. Allora si consultò sul da farsi con il Pastore Forbes, e lo invitò a farsi vivo di tanto in tanto, così da permettere a Ester di conoscerlo. Ecco che allora la questione sarebbe venuta fuori quasi da sé, oppure si sarebbe potuto avanzare qualche suggestione in proposito. E lo fece; inoltre, non molto tempo prima che fosse scaduto il tempo per lei di prendere decisioni degne di essere ricordate con una certa ragionevolezza, senza nessun suggerimento chiese il battesimo. Pochi giorni dopo, il Pastore Forbes amministrò il sacramento a mia suocera, una anziana fragile ma sempre una figlia di Dio, nel suo salotto, battezzandola nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
In una cultura di morte abbiamo fame di vita, ma secondo i nostri schemi, e alle spese degli altri, persino alle spese delle loro vite. Eppure, alcuni di noi cominceranno a vivere veramente quando avremmo perduto ogni pretesa di onnipotenza. Che è dopotutto uno dei sensi delle parole misteriose di Gesù, secondo le quali non entreremo nel regno di Dio se non diventeremo come bambini. Ester adesso era entrata in questa infanzia, e Herb era lì presente, ad accudirla, accompagnarla in carrozzina quando non si poteva più arrangiare a piedi, a parlarle fino alla fine, dal momento che un ictus molto grave l’aveva lasciata ancora desiderosa di parlare, ma incapace di articolare più di una o due parole biascicate.
Lui le stava appunto accanto quegli ultimi giorni, per timore che, qualora un miracolo le avesse restituito la deglutizione, il personale ospedaliero non l’avesse abbandonata all’inedia. Non avrebbe permesso che le anticipassero la morte con gli stupefacenti, prescritti meno per alleviare le sofferenze che per rassicurare gli astanti e liberare medici e infermieri dalla monotonia della morte naturale. Stavamo a turno a vegliare al capezzale della moribonda non perché ci fosse un qualcosa di magico per il fatto che gli atti del respiro potessero sembrare un divincolarsi dalle braccia della morte, ma perché era la cosa giusta da fare. Stava morendo, ma non volevamo che lo facesse da sola. La vita al crepuscolo era un mistero. Non era il momento di abbandonarlo, scrollarcelo di dosso come un inconveniente, una schifezza, come siamo costretti a fare per molte altre cose, nelle nostre sterili vite.
Come facciamo a conoscere quelle fugaci note di grazia che le giunsero in quelle ultime ore? Se Dio vuole, chi può ostacolarLo? Dopo circa 53 anni di tempeste e di delusioni, ma anche 53 anni di fedeltà e impegno, Herb le stava ancora vicino, senza aver mai divorziato. Il Signore Dio, contro cui lei aveva peccato nel modo più grave, non aveva mai rinunciato a rivolgerle i Suoi inviti, e come una fanciulla di più di 70 anni lei finalmente Gli aveva risposto.
Cos’è che enigmaticamente distoglie la gente dal credere nella bontà di Dio, nel Suo desiderio di stare sempre con loro, a meno che essi stessi non sfuggano a questo amore? Guarda allo specchio, e guarda la causa della disperazione altrui. Non ripetere le parole del grande divorziante al fondo dell’inferno, che dice nel suo isolamento e miseria, “ Sono da solo, sono da solo.” Dì, piuttosto, “Sono un monello testardo, e colei con la quale sono chiamato a vivere vita natural durante è una monella testarda.” Non darti molta pena per la tua “qualità di vita” o per la tua “realizzazione”‒ tutte cose avvolte in un sudario di egoismi mortali, mentre il Signore della vita, che muore per darti la vita, rantola il Suo ultimo respiro sulla croce. Se qualcuno avesse mai avuto motivo di divorziare, Lui sarebbe stato quello; nessuno ha mai amato come Lui così a fondo perduto, e nessuno è mai stato maltrattato come Lui. Tu, lettore, Lo hai tradito vergognosamente, come del resto ho fatto io. Ma Lui è rimasto fedele, e ci aspetta, per darci la vita:
Ed io, Giovanni, vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere da Dio, adorna come una sposa per il suo sposo. E udii una voce potente dal cielo che diceva, Ecco, la tenda di Dio tra gli uomini, ed egli abiterà in mezzo a loro, ed essi saranno il suo popolo, e Dio stesso abiterà in mezzo a loro, e sarà il loro Dio.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi; e non ci sarà più morte, né dolore, né pianto, né alcun altra sofferenza: perché le cose di prima sono passate.
E Colui che sedeva sul trono disse, Ecco, Io faccio nuove tutte le cose.
Anthony Esolen. “Culture of Divorce, Culture of Death.” InsideCatholic.com ( January 15, 2008).
Copyright © 2008 Inside Catholic
Traduzione dall’inglese di Paolo Gasparini
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