IL FUOCO NECESSARIO
"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso" (Lc 12,49)

Utopia e speranza cristiana

di PAOLO GASPARINI

Come campioni delle moderne democrazie liberali, delle rivoluzioni moderne ‒ filosofica (Kant), scientifica (Bacone), sociale (Marx), biologica (Pinkus) ‒ non ci siamo accorti che c’è qualcosa di più in gioco del problema di salvare vite umane ed evitare la sofferenza o procrastinare la morte. Il nostro progetto di un futuro post-umano, dove la procreazione è del tutto controllata ‒ trasformata in riproduzione ‒ come pure le prestazioni psicologiche ‒ mediante la psicofarmacologia e l’impianto di microchips cerebrali ‒ o la emivita cellulare ‒ mediante il ritardo programmato dell’orologio biologico ‒, ci ha vestito da chirurghi dell’utopia tecnoscientista, lavati e impugnanti il bisturi sulla natura umana stesa sul tavolo operatorio, supina e disposta all’operazione “rigenerativa”, alterativa, sia all’inizio del suo corso (eugenetica) che durante il suo sviluppo (neuropsicologia migliorativa).

Alcuni progetti sono già passato e presente, come la Pillola ‒ e il suo backup, l’aborto ‒, la procreazione artificiale (il fare uomini), la selezione riproduttiva (eugenetica) e il cannibalismo (le cellule staminali embrionali). Progettare l’uomo (Pillola), fare l’uomo (tecnologia riproduttiva, embrioni in provetta, al freddo più estremo), eliminare l’uomo (screening genetico, aborto, eutanasia di esseri, uomini e donne, che non corrispondono al design programmato) sono le quattro mura di Gerico, quella città vecchia e “moderna” che si chiudono insieme e non lasciano entrare o uscire nessuno. Inoltre, in questa città ci sono le maternità surrogate, animali clonati, la mietitura di organi, ricambi per l’apparato locomotore e tegumentario (chirurgia plastica), chimere, impianti cerebrali, Ritalin per i piccoli, Viagra per i grandi, Prozac per tutti, infine, per lasciare questa valle di lacrime, un po’ di morfina sovradosata e Muzak (cfr.L.R. Kass).

Sembra che il mondo di Aldous Huxley, l’alleanza tra scienza e piacere, stia per arrivare al suo orgasmo. Nessuno legge, scrive, pensa, ama, è casto. Arte, scienza, religione, famiglia, amicizia sono fuori moda. Importano solo le gratificazioni recettoriali, l’eliminazione delle malattie, della violenza, della guerra, dell’ansia, della sofferenza, del senso di colpa, dell’invidia e del cruccio. Ma il Prozac non è ancora il “soma” del Mondo Nuovo, la clonazione non corrisponde alla procedura di Bokanovskj, né MTV o i video hi-tech sono le “sensazioni” di quel mondo. Tuttavia la tecnologia attuale mostra già quello che potrà fare da grande, quando la bio-psico-ingegneria mostrerà i muscoli e le sue pareti saranno rese ancora più invincibili all’accesso della critica culturale, della ragione “ampia”, non funzionale.

Lo Stato di questa città di Huxley ha cittadini del tutto assimilati, contenti della salute, della sicurezza, del comfort, del piacere, dell’assenza di scrupoli e della senilità precoce. Il lavoro è routine, i divertimenti banali, le relazioni sociali sterili e le soddisfazioni personali più intense provocate dalle sostanze. Nessuna polizia. Dateci solo, dicono questi cittadini, la locomotiva tecnologica, la democrazia e la compassione umanitaria per i diritti all’autodeterminazione, il pluralismo morale, e noi entreremo da soli in questo Paese dei balocchi, senza nemmeno pensarci due volte. Se non l’abbiamo notato, il carro è già partito da alcuni secoli, e sta guadagnando velocità. Ma non c’è nessun uomo che lo guida, o meglio, non si vedono delle mani di uomo, ma si può immaginare facilmente, per un lettore italiano, un omino più largo che lungo, tenero ed untuoso come una palla di burro, con un visino da melarosa, un bocchino che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella di un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa, insonne e divorato da un’attività incessante, che non si impone ma propone, non costringe, ma persuade, esalta la libertà umana, una libertà assoluta.

Questo personaggio che ha indubbiamente dell’abnegazione, persino dell’eroismo, anzi ha un evangelico zelo e spirito profetico del futuro post-umano, conduce senza tante storie le menti del mondo accademico e industriale. Le menti sono conquistate, le anime si sono arrese. Tutti dormono il sonno che più assomiglia a quello dei giusti, ossia il sonno dell’incredulità e sono pacificati dal sentimento che più assomiglia psicologicamente alla buona fede, alla forma umana, ossia quello del rachitismo, dell’apatia spirituale (cfr. G. Biffi): I ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro il carro dormivano. Tutti si trovano in un paradiso in terra, una felicità che sta alla gioia come la caricatura all’originale, il surrogato alla materia prima. Il canto di Gerusalemme qui, nella Gerico post-moderna, è solo “rumore”. Una umanità, per citare l’Apostolo, “senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia”.

Entusiasta di questo viaggio non è solo la “base”: scienziati e biotecnologi, con i loro imprenditori, e il solito seguito di entusiasti militanti futurologi e libertari. Ci sono sogni da realizzare, poteri da esercitare, onori da conquistare, ma soprattutto molto, molto denaro in vista. Mentre noi mettiamo la testa sotto la sabbia dei benefici della medicina tradizionale, o ci arrendiamo, guardando all’inevitabilità della corsa di questo carro, contenti perché i nostri padri ci hanno fatto lasciare le stazioni di Auschwitz e della tirannia sovietica, quelle del relativismo morale hard, non ci accorgiamo che l’orgoglio biotecnologico ricreazionista di questo omino che conduce le democrazie liberali non è altro che lo stesso relativismo, in versione soft.

Siamo arresi all’inevitabilità dell’automatismo della tecnoscienza, al dogma della libertà scientifica, di impresa, di soddisfare ogni desiderio individuale, della supremazia del piacere sulla vita buona. Soprattutto, siamo messi con le spalle al muro dal relativismo morale imperante a livello di classe intellettuale e di pubblica opinione, che rigetta tutte le obiezioni morali come “riserva indiana” settaria e clericale. Ma il problema più grave è la perdita del senso della nostra umanità e della storia iniettato dal progetto biotecnologico nelle menti dei giovani ‒ per noi adulti, c’è ormai poco da fare: ciò che fa specie in questo futuro post umano è l’assenza di ogni anticorpo, di ogni repulsione emotiva dei giovani verso questa disumanizzazione, perdita di senso della vita. È una cecità che colpisce non solo gli “utenti” della rivoluzione biologica, ma anche i professionisti della coscienza, i filosofi e bioeticisti.

Se persino gli “esperti” sono ciechi, che dire degli altri? I principi cui si adeguano gli intellettuali di professione sono i seguenti:

1)             Primum non nocere

2)             Privacy: rispetto per le persone

3)             Equità di trattamento

Basta che non ci siano lesioni, il consenso sia informato e nessuno sia discriminato, ed ecco, nessuna altra preoccupazione all’orizzonte. Non fa problema che la vita nascente sia lasciata nelle mani di un “tecnico”, perché la selezioni, la utilizzi per salvare altre vite o la modifichi. Qualcosa è andato perduto nel cuore di queste persone. La differenza tra fare e agire, tra procreazione e manifattura. Che differenza fa tra un figlio prodotto dai nostri desideri e strategie migliorative tecniche e un figlio accolto dall’amore incondizionato? Ancora, che differenza fa nel commercio degli organi tra i patroni della difesa della vita e i paladini della tutela egualitaria all’accesso delle cure? Oppure, chi decide quali peccati genetici sono mortali contro lo spirito santo della Salute?

Facciamo presto a riconoscere le colpe contro la integrità corporea, la libertà , la giustizia e il soddisfacimento dei desideri, ma abbiamo perso di vista che l’uomo vuole stabilire il suo potere trincerandosi dietro la tecnica. Desideri e tecnica. In nome della soddisfazione individuale, della dittatura del desiderio, è stabilito un potere dell’uomo sull’uomo che non è mai esistito finora.

Ma c’è qualcosa in noi che non accetta questo viaggio nel Mondo Nuovo dello scientismo e del suo strumento, la tecnologia, al servizio del benessere.

È vero che grazie alle democrazie liberali e al suo contratto vantaggioso con la scienza e al tecnica si è avuto un avanzamento della vita media, della qualità di vita e della prosperità rispetto al medioevo, ma la tendenza verso il Paese del Nuovo Mondo sembra inevitabile, grazie al ponte già varcato della vita creata e manipolata in laboratorio. Questo passaggio ha creato una nuova visione della sessualità, della procreazione, della vita nascente, della famiglia, del significato della maternità, della maternità e del legame generazionale. Quarant’anni fa l’aborto era illegale nella stragrande maggioranza dei paesi, e la rivoluzione sessuale (introdotta dalla Pillola) era ancora agli albori, tanto meno passavano per la mente i “diritti” riproduttivi delle donne singole, e degli omosessuali, uomo e donna. Tutto è divenuto “costruzione culturale”. Così, la clonazione diverrà il logico emblema ideale del “desiderio” individuale: il figlio monoparentale. Se tutti i figli devono essere programmati ( ecco la più “cerebrale” giustificazione della contraccezione e dell’aborto), perché il singolo non può desiderare un figlio? Perché non controllare il futuro senza essere controllati?

Le tendenze accennate sembrano pessimistiche. Tuttavia non è una descrizione della realtà. C’è la speranza che i giovani optino per scelte impreviste. Ecco perché i transumanisti, gli allevatori di uomini in laboratorio, non vogliono sorprese in futuro, volendo modellare a loro immagine e somiglianza le generazioni future e vogliono proseguire il Family Planning (contraccezione, aborto) con lo screening neonatale, per finire con la clonazione. La fede cristiana insegna invece che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, quindi nessun modello finito può arrogantemente pretendere il monopolio per gli uomini del futuro. Il modello dei cristiani è Cristo, l’immagine del Padre, ma la sua imitazione non è la riproduzione materiale della sua storia, tantomeno del suo genoma, ma dei suoi sentimenti nei riguardi della volontà del Padre. La storia della Chiesa fa vedere la ricchezza di tale tentativo, nella vita dei santi. Nietzsche sapeva che il modo di vita dei santi è opposto a quello del suo “ultimo uomo”. Il superuomo è la contraffazione funzionale atea dell’uomo bruciato dall’amore di Dio.

Ma Dio non è definito da nessun “fare”. Non si deve credere in Dio per qualche motivo funzionale, ma perché Lui è. Il cristianesimo non contiene alcun “fare”, alcun programma per il futuro. Il rapporto del cristiano con il futuro Regno di Dio è paragonato da Cristo con la gravidanza (R. Spaemann). La madre non può aiutare il figlio con nessun mezzo tecnico, con nessuna strategia. Deve solo vivere una vita buona, bella e giusta.

Il compito della società politica, civile e culturale prima del sedicesimo secolo era quello di arrestare l’entropia, di frenare la discesa del divenire storico, analogamente ai goals della medicina tradizionale: differire il deperimento e la morte del corpo della società civile, inevitabilmente vittima dell’entropia e dell’entalpia che colpisce tutti i sistemi biofisici. La speranza cristiana è rivolta all’ingresso, alla Parusia, alla seconda venuta di Cristo. Questa società cristiana era antinomica a quella utopistica, alla concezione della storia come tela di Penelope, che si rifà e disfa continuamente, pagana e neopagana di oggi. L’utopia scientista, post-umana vuole contrapporsi al ritorno di Cristo e al cielo nuovo e alla terra nuova. Vuole produrre da sé il proprio regno, la propria soddisfazione, come dinamica interna della storia, come compimento del proprio progetto di ridisegno della natura umana. Ma questo progetto conduce esattamente all’apostasia e il suo ultimo prodotto è l’anticristo.

Come ci sono due interessi umani fondamentali, la meraviglia e lo sguardo di possesso, così ci sono due tipi di azione: quello tecnico-strumentale e quello morale-liturgico. Il primo vuole raggiungere la perfezione di un oggetto esterno all’agente, all’azione, l’altro la perfezione, la bellezza dell’azione stessa. Ecco che due uomini si contrappongono alla fine dei tempi, l’uomo della gratitudine e della benedizione, della gratuità, del distacco e dell’amore, del canto e quello “tecnico”, del possesso e della gratificazione, dell’artificio e del rumore.

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