Con la fiamma della verità
di PAOLO GASPARINI
Viviamo in un momento storico in cui l’uomo è in grado di manipolare (eugenetica), creare (clonazione), distruggere se stesso (aborto) e il mondo (terrorismo nucleare), escludere alcuni esseri umani dal nostro status (eutanasia, procreazione artificiale).
Per Kant la politica, l’arte di governare lo Stato, non era una disciplina etica, avente per fine il bene morale o comune (das Gute), ma una semplice tecnica per raggiungere il benessere (das Wohl). Questo declassamento del diritto, della politica, ad abilità esteriore costrinse Kant a separarla dall’etica ( e dalla religione), a esentarla dallo spessore etico, dalla convinzione morale pura e semplice. Questo poteva però ancora andare bene per un suddito privato di uno Stato assoluto, un cittadino senza responsabilità, e magari celibe, com’era lui (E.Berti). Che dire poi se questo cittadino si trovasse a vivere in un contesto culturale e tecnologico come il nostro, di profondo relativismo morale, in cui gli Stati e persino i singoli individui hanno la capacità di influire sulla vita degli altri, sulla sopravvivenza dell’intera umanità e dello stesso pianeta?
L’uomo ha oggi un potere inimmaginabile. Pertanto l’uomo politico e la politica devono assolutamente distinguere il fine e i mezzi buoni dal diritto e dal bene solo apparenti, fare una razionalizzazione morale e non tecnica (J. Maritain).
Il problema non è quello di riabilitare Ochkam e il suo riduzionismo: non va male eliminare le complessità inutili, come, per esempio, decidere a maggioranza sulle rette degli asili nido o decidere l’età del pensionamento. Per gran parte della legislazione, il criterio della maggioranza è sufficiente. Il Santo Padre non ha in mente il drago del Rasoio, della riduzione della complessità non necessaria, ma vuole colpire con questo discorso, con la fiamma della verità, quello del relativismo morale e giuridico.
Il cristianesimo non ha imposto, come hanno fatto i “Nominalisti religiosi”, Lutero, Calvino e Cartesio, una “teoria della volontà di Dio”, la quale farebbe da spartiacque tra il bene e il male, tra un atto moralmente buono o giusto e uno non corretto.
Ma soprattutto non ha obbligato, al contrario di come stanno facendo, da almeno mezzo secolo in qua i “Nominalisti laici”, a depotenziare la religione, con l’eliminare la legge di Dio e assimilarla alla ragione: “è reale ciò che è legale, razionale, di una ragione funzionale, tecnica, positiva, non il contrario”.
Entrambi usano il Rasoio: gli uni eliminano la legge naturale ( e la ragione, che permette di conoscerla), gli altri quella divina (distruggendo la fede, capace di conoscerla) (P.Kreeft).
Ecco che sono riusciti così a far divorziare fede e ragione, mentre, fino al Medioevo filosofico vuoi cristiano (Roma), islamico (Il Cairo) o giudaico (Gerusalemme), erano delle perfette alleate. Come per la teologia, anche il diritto si era costruito nella luce di un’attiva fiducia nella ragione (logos) e con riferimento costante alla natura (physis), con le sue necessarie leggi, retaggio della cultura greca (Atene).
La svolta drammatica si è avuta quando si è applicato il Rasoio al collo, invece che ai capelli, ossia quando ci si è vergognati di pensare, dire e poi legiferare in accordo ai principi non negoziabili, ossia la legge naturale (rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, della libertà di educazione e di religione).
Un atto è buono o cattivo, e quindi da proibire, sia perchè di suo, per natura, è così, e anche perchè è Dio a volerlo o non volerlo. Ma la volontà di Dio non è arbitraria, ma è logica, razionale: è di suo così, lo è per natura! (In principium erat Verbum, ossia il Logos, dice il Vangelo di Giovanni, nel Prologo, un Logos che è anche Agape, Amore, preciserà poi nelle sue Lettere). Ecco che la volontà di Dio è buona, vuole cose buone per noi, ed ecco perchè gli atti buoni sono tali. Allora, tre cause, tre elementi, e non una sola, come vogliono i Barbieri e i legislatori positivisti moderni, spiegano le cose: la natura e la volontà divine, infine la natura della scelta, dell’atto umano.
La morale (e il diritto) naturali, tradizionali, non dicono solo che alcuni giudizi sono sempre universali e necessari, ma anche che sono veri, oggettivamente veri, che dicono veramente qualcosa sulla natura di una scelta, indipendentemente dai propri convincimenti, dai propri desideri.
E’ proprio qui la pietra di scandalo per i moderni “positivismi”: come possono stare “là fuori” i valori, le norme? Come le pietre, gli atomi? Per il diritto naturale, e per il pensiero filosofico tradizionale, non relativista (ahimè, una cenerentola!) là fuori non ci sono solo colori, forme, polveri, ma anche una realtà spirituale, una dimensione morale. Allora, la bontà o la cattiveria di certi comportamenti sono parte di un universo vero, decifrabile, una realtà oggettiva. Prima del Positivismo e dopo di esso c’è un abisso, lo stesso che c’è tra il relativismo e l’assolutismo: la realtà è fatta non solo di atomi e molecole, ma anche di Dio, angeli, spiriti, verità eterne, la natura delle cose, le essenze immutabili, le Idee Platoniche, divine… La realtà richiede, include, valori oggettivi, beni reali. La morale è una dimensione della realtà, non solo una dimensione del nostro pensiero, come un edificio da noi costruito in cui siamo liberi di crearvi il microclima e la luce, gli standards morali e legislativi desiderati, e in cui non vogliamo più ricevere ordini o luci da fuori, da Dio, dal suo universo e dalla Sua Sposa, la Chiesa.
