La storia della conversione di Hermann Cohen

E il pianista dissoluto divenne padre Agostino Maria

di Cristiana Dobner


L’Italia conta una tradizione di salotti fin dal Cinquecento: le poetesse raccoglievano attorno a sé amici e letterati: Veronica Franco, a Venezia; Tullia d’Aragona, Vittoria Colonna a Roma; Caterina da San Celso a Milano dove pure Cecilia Gallerana-Bergamini tenne salotto artistico, letterario e poetico; mentre Clelia del Grillo, poliglotta d’eccezione, consorte del conte Giovanni Benedetto Borromeo, in via Rugabella tenne aperte le sue sale alla cospirazione di alcuni nobili desiderosi del ritorno alla monarchia spagnola. Il conte Biancani, uno dei congiurati, venne perseguitato e giustiziato. Le signore milanesi furono prese da una autentica vena salottiera, basti solo qualche accenno: Annetta Vadori, Bianca Milesi (con circolo dichiaratamente politico e carbonaro). Il salotto della contessa Maffei fu un punto di incontro letterario artistico e politico per la Milano della seconda metà del secolo XIX, realmente “un grande affresco della società milanese”. I concerti erano famosissimi, vi suonò lo stesso Liszt accompagnato da due persone, per molti aspetti interessanti: la contessa d’Agoult, sua convivente e allora incinta di quella che sarà Cosima von Bülow e poi amante di Wagner, e Hermann. Chi mai è costui?

Nato nel 1821 nella famiglia ebraica dei facoltosi banchieri Cohen, residente ad Amburgo, Hermann ricevette una raffinata educazione, mentre la sua grande sensibilità di fanciullo si rivelava anche nell’ambito religioso, i salmi infatti gli suscitavano “emozioni e tenerezze”. Disposizione interiore che dice passioni e sentimenti e si manifestava in “una grande attrazione per la preghiera”. Talento precoce ed enfant prodige, non lasciò tuttavia un segno nella storia della musica pari al dono ricevuto. Pianista eccellente, docente al Conservatorio di Ginevra a soli 15 anni, mancò tuttavia di una formazione rigorosa e austera. Superata una difficoltà iniziale in famiglia verso lo studio della musica, iniziò prestissimo a esibirsi, anche per il dissesto finanziario che mutò le condizioni dei Cohen.

Per la mancanza del padre nell’educazione dei figli e per l’ambizione della madre, Hermann si infatuò di se stesso. Adulato e portato da un corrotto maestro “al cabaret e dai suoi amici, per mostrare il piccolo prodigio”, il ragazzino perdette la misura di sé e delle relazioni umane. Si trasferì a Parigi a soli 13 anni e divenne un piccolo, maleducato, tiranno. Nei salotti parigini veniva conclamato genio ed essere straordinario. Gli riuscì di diventare allievo di Franz Liszt e i due ben presto divennero inseparabili. Liszt aveva raccolto intorno a sé le più celebri personalità dell’epoca: Lamennais e George Sand. Hermann adolescente, corrotto, dedito al gioco e agli stravizi; lo vediamo descritto in termini elogiativi da Liszt a George Sand: “È il nostro vecchio camerata, il giovane Hermann Cohen di Amburgo, da lei denominato “Puzzi” che accompagnava il principe Belgiojoso. Il suo aspetto pallido e melanconico, i suoi bei capelli neri e la sua vita esile contrastavano poeticamente con le forme sicure, la chioma bionda e il volto aperto e colorito del principe. Il caro ragazzo ha dato di nuovo prova di quell’intesa precoce, di quel sentimento profondo dell’arte che già lo staglia dalla linea dei pianisti ordinari e che mi fanno presagire per lui un avvenire brillante e fecondo”.

La realtà gli avrebbe dato torto, almeno in quanto a successo pianistico. Puzzi, “il melanconico”, spreca gioventù, talento e denaro. Nel corso di un viaggio il trio giunse a Milano, la contessina Maffei racconta: “L’Hermann (…) quando venne nel mio salotto, non aveva ancora diciassette anni. Il suo sorriso, quasi infantile, mi par di vederlo, e sua figlia, che voi conoscete, l’ha ereditato”. Le strade di questi personaggi poi si separarono, brogli, interessi di carriera, affari di donne, tinsero a fosche tinte la gioventù di Hermann che, nel frattempo, dilapidò quanto guadagnava, quando il gioco e i vizi gli lasciavano qualche momento di lucidità.

“Qualcuno” però intervenne. Nel maggio del 1848, a Parigi nella chiesa di Santa Valeria, Hermann sostituì l’amico principe della Moskowa nella direzione del coro: “Quando giunse il momento della benedizione, per quanto non fossi per nulla disposto a inginocchiarmi come il resto dell’assemblea, sentii un turbamento indefinibile: la mia anima stordita e distratta dall’agitazione del mondo, si ritrovò, per così dire e fu come cosciente che in lei avveniva una cosa del tutto sconosciuta precedentemente. Fui, senza dubitare, o meglio senza la partecipazione della mia volontà, fui spinto a curvarmi. Ritornatovi il venerdì successivo, venni impressionato assolutamente nello stesso modo e fui colpito dall’idea repentina di farmi cattolico”.

Egli ricorderà sempre questi momenti di grazia: “Mese di Maria, mese dei fiori… mese della mia conversione, io ti saluto! Sì, amo Maria!… Ho deciso di prenderla per compagna della mia vita, per “arca della mia alleanza“, per porta del mio cielo, per consolatrice delle mie afflizioni”.

Il 28 agosto 1847 egli è pronto ad accogliere la grazia. Sarà un’esplosione di sensi interiori: egli vede, sente, viene toccato, gusta, in un modo che gli si farà familiare. Scrive al padre Ratisbonne, suo direttore spirituale: “Provai una commozione così viva, così potente che saprei meglio paragonarla solo allo choc di una macchina elettrica. Gli occhi del mio corpo si chiusero, e nello stesso tempo si aprirono quelli dell’anima a una luce soprannaturale e divina. Questa luminosità si diffuse in tutto il mio essere, Dio lo Spirito Santo, come per sigillare la sua promessa, discese dall’alto dei cieli su di me, mi prende per mano e mostra al mio sguardo rapito in estasi, dirigendolo verso l’alto, quanto mai un essere finito potrà comprendere (…) l’Infinito… Sì. Io l’ho visto (chiusi gli occhi del mio corpo, ma dilatati di felicità quelli della mia anima)”.

Hermann, ora trasformato, avvicinò gli amici d’un tempo, e anche George Sand che lo ricordava come l’amato Puzzi. Si sedettero al pianoforte, Hermann suonò qualche nota, lasciò cadere qualche parola. George l’ascoltò con attenzione, poi la collera ebbe il sopravvento e si impadronì di lei. Si alzò bruscamente e gridò: “Vattene, non sei che un monaco villano”. Anche la sua famiglia e l’ambiente ebraico reagirono con vigore a quella che fu ritenuta un’apostasia e un’infatuazione.

Hermann il 22 novembre 1848 aveva fondato l’Adorazione notturna: una catena di adoratori che si susseguono per tutta la notte. Gli restava però di affrontare il suo passato, parecchi anni più tardi la contessa Maffei raccontò: “L’Hermann, passato di vicenda in vicenda, ricercò della signorina amata, mandando apposta, fin dai Pirenei a Milano, una sorella; e allora avvenne una scena commoventissima fra la povera abbandonata (che avea avuta da lui una bambina) e la sorella del giovane tedesco”.

Dio incalzò ancora, “10 novembre 1847: 27° giorno della mia nascita: rinnovato davanti all’altare della Santa Vergine il voto di prendere gli ordini e di consacrarmi al servizio del Signore appena i miei doveri verso i miei creditori mi lasceranno libero”. Hermann desidera diventare carmelitano, ma sarà accettato? La sua origine ebraica non costituirà un ostacolo? Si portò perciò a Roma per perorare la sua causa e ottenuto il consenso ruppe ogni indugio: il 16 luglio partì per il noviziato carmelitano: “Ora, dopo il mio ritorno dall’Italia, il Santissimo Sacramento è stato messo proprio nell’oratorio del nostro piccolo noviziato, esso è quindi divenuto un autentico braciere d’amore. Nostro Signore riposa a qualche passo dalle nostre celle, Egli ci circonda come un muro di fuoco”.

La vita mutata e la scelta religiosa di Puzzi rimbalzarono nel salotto Maffei: “Quando a Milano si seppe che il prediletto allievo del Liszt e il padre d’una bruna cara bambina era diventato “padre Agostino Maria” e saliva sui pulpiti spiegando un’eloquenza sublime, non si fecero troppe meraviglie, conoscendo il carattere e l’ingegno di lui”.

L’emozione in Agostino Maria diventò polla d’acqua trasparente mentre si avvicinava il Sabato Santo, giorno della sua ordinazione sacerdotale, del 1851 (anno del Rigoletto per il mondo della musica), “mi trovo in un’emozione impossibile a comunicare: la felicità e un santo timore si dividono il mio cuore”. Divenuto sacerdote attraversò la Francia predicando come una colata lavica in fermento. Ma la sua salute, e per i passati trascorsi e per la sua dedizione senza limiti all’ideale abbracciato, era scossa e vacillante. Afflitto, oltre ai consueti disturbi, da una grave malattia agli occhi, padre Agostino Maria andò a Lourdes nel 1868 e venne graziato da Maria nell’ultimo giorno di un’intesa novena. Ricuperò la vista e il miracolo fu riconosciuto dai medici. “Non ho visto la Santa Vergine, ma ho provato alla Grotta tutte le impressioni della mia conversione”.

Agostino Maria vivrà nel deserto carmelitano di Sant’Elia ma ne abbandonerà la vita nascosta al richiamo della carità. Il carmelitano fu costretto a lasciare la sua amata Francia per non mettere in pericolo i confratelli nel corso della guerra franco prussiana, ma ottenne, egli tedesco, di soccorrere i prigionieri francesi a Spandau. Fragile di salute, chiamato alla vita solitaria e silenziosa, Agostino Maria si dimenticò di se stesso e servì i prigionieri con delicata attenzione e premura materna. La sua debole fibra però cedette e si ammalò gravemente. Comprese che si avvicina il grande momento, il 20 gennaio 1871, chiese alla religiosa che lo assisteva di cantare il Te Deum e la Salve Regina. La sua voce dapprima sonora, lentamente si affievolì: si spense nel canto e trapassò. La fiamma si staccò dal legno. Agostino entrò nell'”armata dei Santi, vestiti dei più splendenti colori dell’arcobaleno” come li aveva visti nel giorno del suo battesimo.

(© L’Osservatore Romano – 19 settembre 2008)